La crescita nell’Eurozona si sta spegnendo e i rischi deflattivi tornano: BCE in allerta

Crescita sempre più spenta nell'Eurozona e il crollo del petrolio lascia intravedere un tonfo dell'inflazione. Così, la BCE non potrà cessare gli stimoli e dovrà intervenire.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Crescita sempre più spenta nell'Eurozona e il crollo del petrolio lascia intravedere un tonfo dell'inflazione. Così, la BCE non potrà cessare gli stimoli e dovrà intervenire.

Una sfornata di dati deludenti anche per gli indici manifatturiero, dei servizi e composito di novembre di Germania, Francia ed Eurozona. La manifattura tedesca è cresciuta ai minimi da 32 mesi, mentre i servizi hanno segnato il dato più basso da 25 mesi. Non va meglio in Francia, tra manifatturiero ai livelli più bassi da 26 mesi e di poco sopra la soglia dei 50 punti (50,7 punti) che segnala l’espansione dell’attività, mentre i servizi con 55 punti restano in fase molto positiva, pur scendendo ai minimi da 2 mesi. Nel complesso, l’Eurozona registra un’attività manifatturiera ai livelli più deboli da 30 mesi, servizi ai minimi da 25 e un dato composito crollato ai minimi da ben 47 mesi, cioè 4 anni a questa parte. Già in precedenza vi abbiamo segnalato che con questi numeri, in passato si è caduti in recessione nei mesi seguenti, con la sola eccezione del 2014, non fosse altro che per l’intervento della BCE, che nel maggio di quell’anno segnalò il varo di stimoli monetari e l’azzeramento successivo dei tassi. Come se non bastasse, la fiducia dei consumatori nell’area è scesa ai livelli più bassi da marzo 2017, arretrando a -3,9 punti dagli 1,4 di inizio anno. Il dato era rimasto positivo fino al mese di aprile.

E proprio alla BCE si guarda in queste settimane per capire cosa accadrà in tema di tassi e “quantitative easing”, il programma di acquisti di bond, che in teoria dovrebbe cessare a dicembre e che lo stesso governatore Mario Draghi non ha escluso possa proseguire, nel caso in cui l’inflazione deludesse rispetto al suo percorso di stabilizzazione intorno al target. Il petrolio non autorizza a ipotizzare alcuna accelerazione nella crescita dei prezzi per i prossimi mesi, anzi. Ieri, il Brent è scivolato sotto i 60 dollari al barile, ai minimi da 13 mesi. Ai prezzi e tassi di cambio attuali, un barile ci costa meno di 54 euro, quando la media di quest’anno è di quasi 62. Parliamo di un arretramento di circa il 13%, che non potrà non incidere negativamente sulla dinamica dell’inflazione, la quale di questo passo potrebbe persino tornare al di sotto dell’1%, specie se il cambio euro-dollaro risalisse nei prossimi mesi.

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BCE pronta a intervenire

Poiché l’ancoraggio delle aspettative d’inflazione si rivela, per ammissione della stessa BCE, determinante per evitare che la crescita dei prezzi effettivamente vada nella direzione sbagliata, Francoforte verosimilmente scenderà in campo da dicembre per allontanare due rischi: lo spegnimento totale della crescita nell’Eurozona e il ritorno a una tendenza deflattiva, che si registrò dopo il crollo delle quotazioni del petrolio del 2014 e fino al varo del QE agli inizi del 2015. La proroga di quest’ultimo non appare scontata, data l’opposizione formalmente portata avanti dalla Bundesbank. E la debolezza del governo tedesco paradossalmente spingerebbe Draghi a non indispettirlo troppo, per non farlo vacillare ulteriormente agli occhi dell’opinione pubblica in Germania, da sempre ostile ai tassi azzerati e agli acquisti di titoli del debito.

Pertanto, la BCE a dicembre si limiterebbe ad annunciare il ripristino delle aste T-Ltro, con le quali cercherà di sostenere il credito bancario e la liquidità nell’area, evitando che i rimborsi dei prestiti precedentemente erogati alle banche, di cui un quarto alle italiane, contraggano le risorse disponibili per imprese e famiglie. Basteranno a sostenere i prezzi? Probabile di no. Per questo, al prossimo board verrà segnalata anche maggiore prudenza sui tempi della prima stretta sui tassi. Difficile che, a queste condizioni, il rialzo possa avvenire già in estate e bisognerà far comprendere ai mercati proprio la disponibilità dell’istituto ad attendere i dati macro prima di decidere il da farsi. Solo così, l’appetito per gli investimenti verrebbe corroborato e anche la fiducia dei consumatori ne risulterebbe rafforzata. Se nei primi mesi del 2019, poi, l’inflazione scendesse sotto il livello di guardia (1,5%?) e il pil nell’area segnalasse il rischio di recessione (già nel terzo trimestre ha registrato una crescita congiunturale solo dello 0,2%), il QE verrebbe certamente riesumato. E anche questo sarà rimarcato con ogni probabilità al prossimo board di dicembre.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari