La crescita in Cina è drogata dai prestiti e il mercato immobiliare minaccia l’economia mondiale

L'economia cinese si regge su un eccesso di investimenti, specie nel settore immobiliare. Il peso di quest'ultimo è elevato anche per l'intero pianeta.

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L'economia cinese si regge su un eccesso di investimenti, specie nel settore immobiliare. Il peso di quest'ultimo è elevato anche per l'intero pianeta.

La Banca Popolare Cinese (PBoC) ha chiesto agli istituti di credito di rallentare il tasso di crescita delle erogazioni di denaro. Un funzionario anonimo di Pechino ha definito “eccessivo” il monte-prestiti attuale, invocando un freno. Eppure, la stessa PBoC ha tagliato il coefficiente di riserva obbligatoria per le grandi banche per quattro volte nell’ultimo anno, abbassandolo dal 17% al 13,75%, liberando così centinaia di miliardi di dollari di liquidità, a disposizione proprio per i prestiti.

Per ogni 100 punti base in meno, il mercato otterrebbe un incremento del credito fino a 270 miliardi di dollari. E gli ultimi dati disponibili parlano di una accelerazione nei tassi di erogazione dei prestiti al settore privato. Nell’intero 2018, ne sono stati concessi per 15.685 miliardi di yuan, pari a quasi 2.330 miliardi di dollari, circa un quinto del pil, il 13,3% in più rispetto all’anno precedente, quando erano risultati in crescita dell’11,3%.

La Cina si rassegna a una crescita più bassa, dopo averla drogata per 10 anni a colpi di debiti 

In particolare, le famiglie avrebbero ottenuto lo scorso anno sui 7.440 miliardi di yuan e le imprese altri 8.260 miliardi. Dal 2016, il credito erogato loro è schizzato del 26,2%, a fronte di una crescita nominale del pil del 17,5% e di una reale del 13,6%. In altre parole, sono serviti almeno 2 yuan di prestiti al settore privato per generare 1 yuan di crescita reale della ricchezza in Cina, seconda economia mondiale. L’indebitamento complessivo è esploso così al 270%, anche se la percentuale esatta non sarebbe calcolabile, data l’opacità dei numeri relativi al cosiddetto sistema bancario “ombra”. Era intorno al 160% fino al 2008, quando si attestava ad appena il 6% di quello mondiale, mentre oggi la sua incidenza risulta triplicata al 18%.

Più cresce il debito, maggiori i rischi per la stabilità finanziaria ed economica cinese, e non solo. Nei primi 9 mesi dello scorso anno, ad esempio, i tassi di default si sono impennati del 56% rispetto a tutto il 2017. Sono state 22 le società a non avere onorato le scadenze su un totale di 52 pagamenti disattesi. Non sono ancora numeri preoccupanti, se raffrontanti a quelli delle altre principali economie, ma il trend non appare rassicurante e si consideri che gran parte del debito risulta accumulato da entità para-statali, che nei fatti il governo di Pechino evita di far fallire, iniettando loro la liquidità occorrente e di fatto calciando il barattolo sul marciapiede.

La bolla immobiliare cinese spaventa il mondo

Il rallentamento della crescita diventa preoccupante appunto per questo. Se già quando la Cina cresceva a ritmi incalzanti, il debito correva ancora più veloce e, anzi, alimentava la stessa crescita, adesso cosa accadrà? Il problema riguarda, soprattutto, il settore immobiliare. Qui, si concentra quasi la metà degli investimenti realizzati in Cina, i quali a loro volta incidono per quasi la metà del pil. In altre parole, circa un quinto del pil cinese risulta legato agli investimenti immobiliari, qualcosa come non meno del 3-4% del pil mondiale. Capite benissimo che se questo settore scricchiola, ad andare a gambe per aria non sarebbe solo la Cina, visti i numeri in gioco. E il rischio che prima o poi la bolla scoppi è elevato, se si considera che i prezzi delle case sono aumentati del 44% negli ultimi 10 anni, di quasi il 16% al netto dell’inflazione.

Bolla immobiliare cinese la più grande della storia

E i prezzi delle case di nuova costruzione non solo non rallentano, anzi accelerano la corsa negli ultimi mesi, passando dal +4,7% di aprile e maggio al +9,7% di dicembre su base annua. Si direbbe che sia tutto a posto, almeno per ora, ma nel frattempo stanno crollando le superfici costruite e in costruzione. All’inizio del 2017, le prime risultano in aumento del 20% e le seconde di circa il 3%. Un anno dopo, si registrava rispettivamente il -10% e il +3% rispettivamente. E secondo uno studio recente di Thomas R.Cook, Jun Nie e Aaron Smalter Hall, il 10% in meno di domanda e di costruzione di immobili porterebbe a un calo del pil del 2,2% in Cina, il doppio di appena 10 anni fa. In effetti, tra il 1999 e il 2018, il tasso di crescita annuo degli investimenti immobiliari è stato mediamente pari al 20%, il doppio di quello del pil reale.

Dunque, il settore è diventato determinante per tenere in piedi il pil della seconda economia mondiale. E si regge a sua volta sui prestiti, quelli che la PBoC solo in teoria vorrebbe frenare, costretta nei fatti ad accettare il mostro a cui ha dato vita con la politica monetaria ultra-espansiva dal 2009.

E ora che l’America di Donald Trump sta cercando di regolare i conti sul commercio mondiale, imponendo dazi su centinaia di miliardi di dollari di merci cinesi importate e minacciandone di altri, l’ultima cosa che Pechino può permettersi sarebbe di indebolire anche la domanda interna, per la quale gli investimenti appaiono cruciali, dati ancora i bassi consumi privati, inferiori di almeno 15-20 punti percentuali rispetto al pil, in confronto alle medie occidentali. In definitiva, la Cina potrà ridurre l’abnorme quantità degli investimenti annui solo gradualmente, man mano che dovessero aumentare i consumi delle famiglie, i quali dipendono essenzialmente dalla capacità di crescita dell’economia cinese e dalla conseguente generazione di ricchezza. Peccato che questi stessi investimenti, se nel breve sostengono la domanda interna, nel frattempo potenziano ancora di più l’offerta, che o trova sbocco all’estero tramite le esportazioni o si traduce in un collasso dei prezzi interni. Quelli che, venendo giù, provocherebbero la crisi del mercato immobiliare cinese e di quello del credito garantito da esso, le cui conseguenze sarebbero devastanti per l’intera economia mondiale.

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