La corsa dell’oro in Asia minaccia il dollaro, riserve costruite con la crisi

Prezzo dell'oro ai massimi dal 2013 e a trainarlo è, soprattutto, l'Asia. Diverse banche centrali stanno correndo ad acquistare metallo, costruendosi grosse riserve per eventuali situazioni di crisi. Per il dollaro, in prospettiva una cattiva notizia.

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Prezzo dell'oro ai massimi dal 2013 e a trainarlo è, soprattutto, l'Asia. Diverse banche centrali stanno correndo ad acquistare metallo, costruendosi grosse riserve per eventuali situazioni di crisi. Per il dollaro, in prospettiva una cattiva notizia.

Le quotazioni dell’oro si sono portate ai massimi da 6 anni a questa parte, attestandosi oggi in area 1.415 dollari l’oncia e crescendo di oltre il 10% quest’anno. Eppure, non ci sono tracce d’inflazione, causa principale dell’aumento dei prezzi aurei.

Vero, ma i rendimenti obbligazionari sono crollati in moltissimi casi ai nuovi minimi storici e risultano sottozero per circa un quinto di tutti i bond negoziati nel mondo, tra cui oltre la metà dei titoli del debito pubblico nell’Eurozona. La curva delle scadenze rende negativamente in Germania fino ai 20 anni; forse è questione di tempo e vedremo pure il Bund a 30 anni precipitare sotto lo zero.

L’oro è un “safe asset” per eccellenza, bene rifugio sotto cui ripararsi contro le tensioni finanziarie, geopolitiche, crisi economiche e perdita del potere di acquisto. Subisce la concorrenza delle obbligazioni, essendo privo di cedole. Ma oggi come oggi, anche i bond appaiono sostanzialmente senza cedole e senza rendimento, con l’aggravante che per buona parte di loro le perdite alla scadenza saranno certe.

La corsa dell’oro non è frenetica come fino al 2011, quando toccò il suo massimo storico a oltre 1.920 dollari l’oncia. Allora, fu la paventata fine imminente dell’euro a scatenare gli acquisti. In tutti questi anni, però, se i privati si sono mostrati cauti, le banche centrali asiatiche sono andate “all in” sul metallo, accumulando riserve su riserve. La Russia è il caso più eclatante. In soli 10 anni, è passata da 500 a 2.168 tonnellate, per cui oggi possiede oro per un controvalore di circa 107,5 miliardi di dollari, tra un quarto e un quinto delle sue intere riserve valutarie.

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Banche centrali in Asia accumulano oro

La Cina non è stata molto da meno, essendo passata nello stesso periodo da 600 a 1.885 tonnellate, anche se i circa 93,5 miliardi di dollari di valore del metallo detenuto incidono per appena il 3% di tutte le sue riserve. E molto hanno fatto anche India e Turchia, passate rispettivamente da 360 a 607 e da 116,1 a 261,1 tonnellate, per un’incidenza sulle riserve complessive del 7% nel primo caso e del 9,5% nel secondo.

Di fatto, oltre i due terzi delle riserve combinate di oro di questi istituti sono stati accumulati nell’ultimo decennio, qualcosa come circa 3.350 tonnellate.

Come mai questa voglia di oro? Sempre la Russia ci offre l’esempio più interessante sull’importanza di detenerne in quantità non risibili. Quando il prezzo del petrolio crollò 5 anni fa, dimezzandosi in pochi mesi e scendendo fin sotto i 30 dollari al barile in circa un anno e mezzo dai 115 a cui si era portato a metà 2014, la banca centrale fece fluttuare liberamente il rublo sul mercato valutario, confidando nelle sue abbondanti riserve valutarie. E grazie anche all’oro, segnalò ai mercati condizioni minime per ripristinare la stabilità finanziaria entro breve. Cosa che avvenne, passando per un periodo certamente turbolento sul fronte del cambio e con un’inflazione esplosa fino al 17%, ma le pene durarono relativamente poco.

La Cina sta accumulando oro dal canto suo per mostrarsi solida e garantire così lo yuan sul palcoscenico internazionale. Noi occidentali dimentichiamo spesso che l’oro ha funto da moneta per millenni e fino a solamente 48 anni fa, quando l’amministrazione Nixon si trovò costretta a non assicurare più la convertibilità del dollaro in oro, di fatto sganciando dal metallo anche tutte le altre monete europee, di Canada, Giappone e Australia, cioè dell’orbita capitalistica. Da allora, il pianeta appare alla costante ricerca di un criterio per assicurare stabilità ai tassi di cambio, oltre che condizioni esterne necessarie alla crescita dei commerci e delle economie.

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Oro contro le crisi … e il dollaro

Accumulare oro serve alle banche centrali asiatiche per sganciarsi, pur in un’ottica di lungo periodo, dal dominio assoluto del dollaro, ad oggi valuta di riserva mondiale, indispensabile per gli scambi e l’acquisto di materie prime. Un’economia con pochi dollari non è ritenuta credibile, non invia segnali rassicuranti sulla sua solvibilità e la capacità di garantire condizioni di stabilità finanziaria e macroeconomica.

Ma l’oro appare in prospettiva l’unica seria minaccia al biglietto verde, perché se uno stato, pur rinunciando ad accumulare valuta americana, si mostrasse in possesso di sufficiente metallo tra le riserve, attirerebbe probabilmente lo stesso la fiducia del mercato, anche se l’asset in sé è meno prontamente liquidabile dei dollari.

La Russia ormai deterrebbe una quantità di oro più che sufficiente, se rapportata al valore complessivo delle sue riserve estere. Non lo stesso dicasi per la Cina, con uno striminzito 3%. E sarà proprio Pechino per ancora diversi anni ad acquistare oro, magari fino a superare i livelli USA, pari a 8.133 tonnellate. Rispetto alla situazione odierna, significherebbe quasi quintuplicare le quantità, investendo ai prezzi attuali non meno di 300 miliardi. Cifre alla portata della Banca Popolare Cinese, specie se dovesse disimpegnarsi rispetto ai Treasuries, diversificando gli impieghi dei surplus commerciali. Non è nemmeno detto che oggi l’istituto sia così lontano dall’obiettivo, considerando che aggiorni i dati sulle riserve auree volutamente con estremo ritardo, così da non impensierire troppo il nemico a stelle e strisce.

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