La convivenza impossibile tra Salvini e Di Maio dopo le elezioni e i rischi sul deficit

Lega e Movimento 5 Stelle sono destinati a dirsi addio dopo le elezioni, comunque vadano. E i mercati scontano rischi crescenti per i conti pubblici italiani, con lo spread ieri ad essere schizzato fin sopra 290 punti.

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Lega e Movimento 5 Stelle sono destinati a dirsi addio dopo le elezioni, comunque vadano. E i mercati scontano rischi crescenti per i conti pubblici italiani, con lo spread ieri ad essere schizzato fin sopra 290 punti.

Quando mancano 10 giorni alle elezioni europee, il clima nella maggioranza è diventato incandescente. Tra Lega e Movimento 5 Stelle volano gli stracci, tra dichiarazioni di fuoco tra gli esponenti leghisti e grillini e bordate a distanza giornaliere tra i rispettivi leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Era nell’aria che sarebbe successo, ma i toni sono andati oltre e la stessa convivenza tra le due basi elettorali in sé eterogenee diverrà pressoché impossibile dopo il 26 maggio.

Il Movimento 5 Stelle ha sterzato decisamente a sinistra dopo l’ennesima sconfitta alle regionali in Basilicata, nel tentativo di arginare un eventuale recupero dei consensi per il PD e di recuperare i delusi. I sondaggi sembrano premiare la svolta e i risultati dei ballottaggi in Sicilia pure.

Dal canto suo, Salvini ha la necessità di non apparire troppo prono verso i grillini sulla politica economica e ha rincarato la dose su “flat tax” e autonomia delle regioni del nord, sentendosi rispondere picche da Di Maio. Pur non minacciando la caduta del governo per non indisporre parte del suo elettorato affezionato a questo schema politico alternativo ai due schieramenti tradizionali, l’altro ieri è arrivato a invocare un nuovo scontro con la Commissione europea sul deficit, sostenendo che la soglia del 3% potrà e dovrà essere sfondata nel caso servisse all’economia italiana, fino a quando la disoccupazione non sarà dimezzata.

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La convivenza impossibile tra Salvini e Di Maio

Lo spread non si è fatto attendere, schizzando fin sopra i 290 punti base sulla scadenza a 10 anni. I mercati finanziari sono preoccupati di due cose: in primis, che il governo Conte abbia le settimane contate; secondo, che anche se durasse, i conti pubblici deraglierebbero per via della necessità dei due contraenti della maggioranza di rispondere ai rispettivi elettorati, tra loro diversissimi. Di Maio vorrebbe più spesa pubblica di tipo assistenziale, Salvini il taglio delle tasse. Nessuno dei due, però, vorrebbe coprire le misure con tagli alla spesa pubblica impopolari. E quel che è peggio, l’economia italiana, pur in lieve ripresa da quest’anno, non trova slancio, anche per l’assenza di una visione politica coerente.

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Servirebbero riforme per ripartire, come lo sfoltimento della burocrazia, dei tempi della giustizia civile, l’abbassamento della pressione fiscale coperto con tagli mirati alla spesa improduttiva secondo un piano pluriennale e non “una tantum”, maggiori investimenti pubblici e lo sblocco dei cantieri già finanziati. Niente di ciò sta avvenendo, perché Lega e 5 Stelle la pensano all’opposto su quasi ognuno di questi capitoli e anche quando teoricamente concordano su un punto, come la sburocratizzazione, divergono sul come. Inoltre, se già le casse pubbliche sono vuote, qualsiasi centesimo che fosse trovato dal ministro del Tesoro, Giovanni Tria, dovrebbe essere spaccato in due per finanziare capitoli tra loro contrastanti, con la conseguenza che: 1) nessun impatto positivo visibile per l’economia possiamo attenderci anche per i prossimi mesi; 2) il deficit rischia di lievitare per l’assalto alla diligenza dei due partiti di governo.

I rischi per i conti pubblici italiani

L’aspetto terribile di questa vicenda sta in quelle clausole di salvaguardia da 23 miliardi, che dall’anno prossimo porterebbero a un maxi-aumento dell’IVA, nel caso non venissero disattivate. Al 90% sono eredità dei governi Renzi-Gentiloni, ma poco importa ai contribuenti; se non verranno trovate le coperture, i consumi subiranno una dura stangata e addio ripresa e bentornata recessione. E sarebbe la quarta in un poco più di un decennio. C’è ancora tempo per evitare tale disastro. E realisticamente non si tratterà di trovare in pochi mesi coperture che non sono state trovate in svariati anni dai governi “responsabili” di centro-sinistra, quanto di presentare ai commissari, uscenti e nuovi, un piano coerente di riforme pro-crescita, che lasci intravedere un dimagrimento del rapporto debito/pil nei prossimi anni.

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Bruxelles reciterà ancora una volta il ruolo del duro, ma consapevole che l’Eurozona già sotto pressione economica, politica e internazionale (vedi i dazi di Trump) non possa permettersi che l’Italia sprofondi nella recessione, alla fine si accontenterà dell’ennesimo rinvio (parziale?) delle clausole, pretendendo che le riforme vengano, però, attuate.

Ma ad oggi, complice il clima pre-elettorale, questo piano manca del tutto. E dopo le europee, probabili elezioni anticipate, se non subito, all’inizio del 2020. E sotto elezioni, nessuno presenterà ai commissari ricette serie per la crescita. Di questo hanno paura i mercati, di una campagna elettorale continua, in cui tutti dicono tutto e il suo contrario e nessuno racconti davvero cosa e come intenda fare.

Va da sé, però, che la sopravvivenza politica del governo Conte sia uno scenario con poche speranze di avverarsi. Se anche l’M5S riuscirà a contenere i danni alle urne e terrà a distanza il PD, non potrà che proseguire su questa linea per ribilanciare i rapporti di forza con la Lega sul piano del consenso, continuando a spostarsi a sinistra per puntare alla “reductio ad minimum” del partito di Nicola Zingaretti, magari per costringerlo un giorno ad accettare un’alleanza (post-)elettorale da junior partner. E se Salvini incassasse il bottino elettorale a cui punta, dovrebbe metterlo a frutto, trasformandolo al più presto in ben più utili seggi al Parlamento di Roma, altro che Strasburgo. Se, infine, uno dei due andasse male o peggio delle sue attese, vedrebbe nella maggioranza “giallo-verde” una minaccia alla propria esistenza e forza elettorale.

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