La confusione della Fed irrita tutti, ecco perché la Yellen non vuole alzare i tassi USA

La Fed genera confusione sui tassi USA e ciò irrita i mercati e le altre banche centrali. La stretta monetaria potrebbe essere posticipata di molti mesi.

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La Fed genera confusione sui tassi USA e ciò irrita i mercati e le altre banche centrali. La stretta monetaria potrebbe essere posticipata di molti mesi.

La pubblicazione dei verbali sull’ultima riunione del Fomc, il braccio operativo della Federal Reserve, avvenuta il 16-17 settembre scorso, ha confermato la sensazione della vigilia tra gli analisti e gli investitori che si starebbe allontanando la prospettiva di un rialzo dei tassi USA entro l’anno. Nelle minute si legge che i segnali di un rallentamento dell’economia mondiale non hanno alterato l’outlook, ma ciò nondimeno l’istituto necessita di nuove informazioni, prima di decidere quando avviare la stretta monetaria. Nonostante alcuni membri del board abbiano mostrato fiducia sul raggiungimento del target d’inflazione del 2%, allo stesso tempo hanno riconosciuto che gli ultimi accadimenti globali starebbero spingendo i rischi al ribasso. Dunque, il rialzo dei tassi entro l’anno resta nel novero delle cose, ma diminuiscono le probabilità che ciò accada.

La Fed è confusa

Alla conferenza stampa post-Fomc, il governatore Janet Yellen aveva palesato l’intenzione di dare vita entro dicembre alla prima stretta americana dal 2006. In pochi giorni, i segnali che arrivano dallo stesso istituto appaiono diversi. Ieri sera, il governatore della Fed di Minneapolis, Narayana Kocherlakota, non solo ha dichiarato che, a suo avviso, non sarebbe nelle ipotesi un rialzo dei tassi fino a tutto il 2016, ma ha anche chiesto che siano adottati i tassi negativi, in modo da ottenere migliori risultati sul mercato del lavoro. Sappiamo già che Kocherlakota sia il membro più “dovish” della Fed, ma sinora non si era mai spinto a chiedere tanto. Che l’istituto stia generando confusione su confusione, disorientando i mercati e creando volatilità, lo iniziano a sostenere un pò tutte le prese di posizioni ufficiali nel mondo della finanza e tra gli organismi internazionali. Nei giorni scorsi, alla presentazione del World Economic Outlook, era stato l’FMI a chiedere alla banca centrale USA sia di non alzare i tassi, prima di avere verificato una risalita dell’inflazione verso il target, sia di migliorare la sua capacità comunicativa, in modo da rendere più chiare le sue mosse. E anche il Premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz, ha lanciato un appello da Lima, Perù, dov’è in corso l’Annual Meeting dell’FMI, affinché la Fed chiarisca una volta per tutte di volere lasciare i tassi fermi fino al 2016, così da ridurre o eliminare l’estrema incertezza generata dalle esternazioni frequenti e incoerenti dell’istituto.

BCE irritata

Dall’Europa si guarda con irritazione ai cambiamenti repentini della Yellen, tanto che all’indomani del mantenimento a sorpresa dei tassi USA a settembre, due esponenti della BCE avevano replicato con la “minaccia” di nuovi stimoli monetari da parte di Francoforte. Stavolta è il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, sempre da Lima, a chiedere la “normalizzazione” della politica monetaria negli USA, ma anche nell’Eurozona, non appena le condizioni dell’economia lo renderanno possibile. In effetti, quello della Yellen sembra avvertito sempre di più come il gioco delle 3 carte. Avendo constatato che la BCE non alzerà i tassi almeno fino a tutto il 2016, il governatore avrebbe cercato di aggrapparsi, negli ultimi mesi, a ogni appiglio possibile e immaginabile per rinviare la sua stretta, in modo da restare relativamente accomodante fino a quando non inizieranno cicli restrittivi al di fuori degli USA. In questo modo, la Fed non brucerebbe il vantaggio accumulato tra il 2008 e il 2014, quando rispetto alla BCE divenne molto più espansiva, con la conseguenza che il cambio euro-dollaro si era indebolito fino a 1,40. Con il ribaltamento delle condizioni, rischia di trovarsi a gestire la parità, importando deflazione e impattando negativamente sui prezzi delle materie prime, così come sulle economie emergenti. Inizia a prendere piedi, quindi, l’idea di posticipare al 2017 il primo rialzo dei tassi con la benedizione della finanza e degli organismi internazionali.

 

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