Renzi vincerà le primarie PD, ma dovrà farci dimenticare il renzismo

Matteo Renzi sarà quasi certamente il prossimo segretario del PD, ma questa è la fase peggiore per il renzismo, smontato pezzo per pezzo dalla realtà.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Renzi sarà quasi certamente il prossimo segretario del PD, ma questa è la fase peggiore per il renzismo, smontato pezzo per pezzo dalla realtà.

Altri quattro giorni e la farsa delle primarie del PD finirà anche stavolta. Complice la sussistenza di avversari lontani anni luce dalla popolarità di massa e dall’auto-eliminazione della componente di sinistra, che ha fatto i bagagli e si è trasferita altrove, Matteo Renzi otterrà quasi certamente il suo secondo mandato da segretario dei democratici. Sapremo solo domenica sera quale sarà stata l’affluenza, ma dall’aria che si respira alla vigilia, non ci si attende una partecipazione elevata. E’ lo stesso ambiente attorno all’ex premier a rilevare che “anche se votasse un milione di persone, sempre meglio che a decidere sia un algoritmo”. Una bordata al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e alla sua e-democracy. (Leggi anche: Piano Renzi per far cadere il governo e andare al voto in autunno)

Renzi è e resta segretario del PD, insomma. La vittoria di domenica sarà il trampolino di lancio per studiare il modo di tornare a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni politiche. Senonché, questo è forse il punto più basso per il renzismo, dal quale il governo tende a prendere le distanze il più possibile e lo stesso PD cerca di mostrarsi più autonomo, cercando di allontanare la propria immagine dagli errori commessi proprio dal vecchio e futuro segretario.

Tutti i fallimenti di Renzi

Se la competizione interna al PD fosse reale, ci sarebbe un faldone gigantesco che gli avversari potrebbero utilizzare per sottrarre da sotto il naso a Renzi il secondo mandato da segretario. Ad iniziare dall’ultimo suo fallimento, quello legato alla gestione dal caso Alitalia. Era il 4 giugno 2015, quando un allora premier nei panni di steward (“non hostess, perché…”) invitava i presenti ad allacciare le cinture, perché Alitalia sarebbe rinata. Su Twitter, esprimeva tronfio la soddisfazione per il rilancio della compagnia aerea: “Presentati i nuovi aerei. Sembrava impossibile due anni fa. Ma Alitalia torna in pista, pronta su nuove rotte. Vola Alitalia, viva l’Italia”. (Leggi anche: Fallimento Alitalia, Renzi il grande sconfitto)

Alla fine di quell’anno, era stato lo stesso Renzi in conferenza stampa a dichiarare che per nessun motivo al mondo avrebbe preferito una banca tedesca a una italiana e invitava gli italiani a comprare MPS, perché sarebbe stato “un affare”. Da allora, le azioni MPS sono crollate del 90% e sono sospese dalle contrattazioni a Piazza Affari da oltre quattro mesi, essendo in corso un salvataggio pubblico per evitarne il fallimento. La crisi bancaria italiana è stata nel frattempo devastante in borsa e anche per la fiducia persa tra i risparmiatori. E l’effetto domino è stato scatenato quasi un anno e mezzo fa proprio dalla decisione del governo Renzi di salvare quattro istituti (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), valutando i loro crediti deteriorati al 17,6% del loro valore nominale, meno della metà dei prezzi medi iscritti a bilancio dalle nostre banche.

Smontate tutte le riforme renziane

Il capitolo dei fallimenti in era renziana non finisce qui. Per l’Ilva si è reso necessario un decreto di commissariamento secondo la legge Marzano e la società siderurgica continua a godere di aiuti pubblici per il suo funzionamento, senza che il suo rilancio sia percepibile e in vista.

D’altra parte, la fine del governo Renzi è arrivata con la bocciatura per volontà popolare delle sue riforme istituzionali, che avrebbero dovuto essere la “madre di tutte le riforme”. A seguire, la Corte Costituzionale ha smontato anche parte dell’Italicum, la legge elettorale voluta dall’ex premier e di cui quasi nessuno vuole più riconoscerne la paternità, mentre ancora i giudici hanno parzialmente smontato persino la sua riforma della Pubblica Amministrazione e quella delle banche popolari. (Leggi anche: Elezioni anticipate? Prima legge elettorale o sarà caos)

Crescita debole e conti pubblici malandati

Per non parlare del Jobs Act, che nei fatti continua ad essere ancora oggi l’unica vera grande riforma del precedente esecutivo. La parte più efficace di essa, quella che incentivava le assunzioni stabili con la decontribuzione, è venuta meno da sé, essendo scaduti i termini per usufruire delle agevolazioni, ma per il resto ci ha pensato l’attuale governo a guida Paolo Gentiloni a spazzare via altri punti divisivi della riforma, eliminando tout court i voucher per paura di una sconfitta al referendum abrogativo voluto dalla Cgil.

E che dire della politica dei bonus, di cui persino un fedelissimo renziano, l’attuale ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha preso le distanze di recente, invocando misure stabili? Il braccio di ferro semi-sotterraneo tra ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e Renzi sulle clausole di salvaguardia e la possibile necessità di fare scattare i maxi-aumenti dell’IVA decisi proprio dall’attuale segretario del PD a tutela dei conti pubblici non fa che segnalare il fallimento del renzismo anche sul capitolo crescita e consolidamento delle finanze statali. (Leggi anche: Aumento IVA o via bonus Renzi 80 euro?)

Renzi lascia macerie

Sta di fatto, che con il passare dei giorni, a Renzi non resta che attaccare la UE per poter parlare di qualcosa non imbarazzante alla vigilia delle primarie democratiche. Non può rivendicare praticamente alcun altro risultato, dato che ormai sulla sua retorica “anti-gufi” stia prevalendo la realtà dei fatti. Il segretario dem non può parlare di banche, avendole lasciate in condizioni disastrose, per non parlare di MPS; né di conti pubblici, avendo sciupato ogni dividendo staccato dalla BCE e tutta la flessibilità fiscale concessagli dalla UE, attraverso misure dal solo sapore elettoralistico; non di crescita, essendo quella della nostra economia la più bassa d’Europa; non di Alitalia, di cui è stato responsabile della cessione del 49% a Etihad, salvo avere solo rinviato di alcuni mesi il fallimento in atto in questi giorni. (Leggi anche: Il tesoretto di Renzi? Fake news dell’ex premier)

Il numero degli esponenti del PD a rivendicare i “successi” del governo Renzi si assottiglia di giorno in giorno e lo stesso interessato non è più in grado di utilizzare un solo argomento a suo sostegno, assistendo a uno sbriciolamento del castello di carte costruito in 34 mesi di permanenza a Palazzo Chigi, di cui ricorderemo forse più il diluvio di parole e la ridicolizzazione degli avversari politici, accusati di “gufare” contro l’Italia, nel momento in cui abbiano osato mettere in dubbio il suo “story telling”. L’eredità del renzismo appare sempre più la ricostruzione necessaria per mettere una pezza a tutte le voragini lasciate dal premier rottamatore, che per sperare di potere almeno competere credibilmente alle prossime elezioni deve confidare in un voto anticipato in autunno, prima che i contribuenti italiani scoprano a colpi di IVA il costo della sua narrativa dell’ottimismo.

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Matteo Renzi, Politica italiana