La Cina vende debito americano contro Trump, ma per Pechino sarebbe un suicidio

La Cina, primo creditore dell'America, riduce ai minimi da due anni i titoli del debito sovrano USA in possesso, anche se la minaccia appare poco credibile per impensierire Donald Trump.

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La Cina, primo creditore dell'America, riduce ai minimi da due anni i titoli del debito sovrano USA in possesso, anche se la minaccia appare poco credibile per impensierire Donald Trump.

La Cina ha venduto titoli del debito americano, chiamati Treasuries, per un valore di 20,45 miliardi di dollari a marzo, scendendo a un portafoglio complessivo di 1.121 miliardi, 10 in meno rispetto a febbraio e ai livelli minimi dal maggio 2017. Ad ogni modo, Pechino resta il primo creditore degli States e detiene ancora il 17,7% dei titoli posseduti dagli investitori pubblici stranieri. Il passo si mostra in controtendenza con le stesse mosse recenti della Cina, nonché con il ritorno agli acquisti di Treasuries da parte degli investitori privati sin dalla seconda metà dello scorso anno, anche se potrebbe essere legato al calo dei rendimenti (rialzo dei prezzi) successivo all’annuncio della Federal Reserve a marzo, secondo cui non aumenterà i tassi negli USA per tutto quest’anno.

La Cina manda un pizzino a Trump sui Treasuries, ma tra minacce e fatti ve ne corre

Tuttavia, in tanti vedono nelle vendite nette di Treasuries un monito di Pechino a Donald Trump in questi mesi di tensioni sulle relazioni commerciali tra le due potenze, come dire che “se l’America mette i dazi sui prodotti cinesi, la Cina smetterà di comprare debito pubblico americano”. Un “sell-off” massiccio da parte delle autorità cinesi creerebbe contraccolpi per il mercato dei Treasuries, anche se va detto che il Giappone a marzo ha parzialmente compensato le vendite cinesi con un acquisti netti per 6 miliardi.

Resta improbabile che lo scenario più cupo si verifichi, anche perché sarebbe un suicidio per la Cina. Essa oggi possiede riserve valutarie per 3.000 miliardi di dollari, di cui i due terzi denominate nella valuta americana e alimentate da avanzi commerciali e afflussi netti di capitali. In pratica, Pechino esporta più di quanto importa e quel che le avanza deve reinvestirlo in titoli in valuta straniera per due ragioni: indebolire il cambio per continuare a sostenere l’export, nonché per ottenere un minimo rendimento da tali impieghi della liquidità. Ad oggi, il debito americano appare un investimento senza eguali, in quanto: 1) è il mercato più liquido al mondo; 2) offre i rendimenti più alti di tutto il mondo avanzato; 3) è denominato in dollari, la valuta di riserva mondiale; 4) è un investimento di elevata qualità, dato il rischio di credito sostanzialmente nullo.

Il suicidio cinese con il “sell-off”

Tanto per capirci, se la Cina facesse dumping ai danni dei Treasuries, avrebbe seriamente il problema di dove investire il suo eccesso di esportazioni. Le principali alternative sarebbero i titoli del Giappone e quelli della Germania. Tuttavia, entrambi rendono sottozero fino alle lunghe scadenze e si mostrano mercati poco liquidi, tanto che la BCE ha trovato estrema difficoltà a proseguire gli acquisti netti di Bund con il “quantitative easing”, mentre la Banca del Giappone da sola detiene quasi la metà dell’intero debito sovrano nipponico. Per non parlare dei rischi legati all’euro, una moneta di cui nessuno sembra in grado di prevederne l’esistenza certa nel lungo periodo, date le divisioni interne nell’area.

La Cina tenta di uccidere i petrodollari

L’unica seria alternativa per la Cina sarebbe spiazzare i Treasuries con l’oro. Sappiamo che Pechino da anni costruisce le sue riserve auree per sostenere lo yuan, ma non si vede come potrebbe acquistarne per centinaia e centinaia di miliardi di dollari, anche perché trattasi di un asset difficile da liquidare in grandi quantità ed esposto al rischio di volatilità delle quotazioni. Per giunta, man mano che la Cina dovesse vendere titoli USA in grande stile, i suoi rendimenti nel breve salirebbero e i prezzi si ridurrebbero, colpendo lo stesso valore delle riserve cinesi, le quali a loro volta fungono da garanzia sui mercati per valutare la forza del cambio e l’affidabilità del sistema finanziario della seconda economia mondiale.

Quella di Xi Jinping contro Trump è un’arma spuntata, magari non da sottovalutare nel breve termine, perché una lievitazione dei rendimenti americani farebbe salire il costo del debito federale, cosa che impatterebbe negativamente sul deficit già alto. Per contro, farebbe un favore all’economia, perché il “sell-off” temporaneo indebolirebbe il dollaro, rendendo più competitive le imprese americane.

Sarebbe un effetto transitorio, appunto, il tempo che i capitali dall’estero tornino ad affluire, attratti da rendimenti più allettanti e da un dollaro più a buon mercato. No, la sola Cina non avrà la forza per piegare gli USA con la minaccia sui Treasuries. E, in fondo, per i cinesi è sempre meglio beccarsi una cedola media del 2,5% sui titoli del debito, anziché tenere le riserve in dollari infruttiferi o, peggio, in valuta nazionale.

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