La Cina svaluta lo yuan ai minimi da 11 anni per reagire ai dazi di Trump

Yuan oltre 7 contro il dollaro. Il cambio cinese è scivolato oggi ai minimi da oltre 11 anni. Le autorità di Pechino lo stanno di fatto svalutando per reagire ai dazi appena annunciati da Trump.

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Yuan oltre 7 contro il dollaro. Il cambio cinese è scivolato oggi ai minimi da oltre 11 anni. Le autorità di Pechino lo stanno di fatto svalutando per reagire ai dazi appena annunciati da Trump.

Per la prima volta dal 9 maggio del 2008, il tasso di cambio tra yuan e dollaro supera la barriera di 7. Oggi, la Banca Popolare Cinese ha fissato a 6,9225 il tasso di riferimento, attorno al quale il cambio può oscillare nel corso delle contrattazioni giornaliere e sin dall’apertura di seduta lo yuan si era portato a ridosso di 7, superando tale valore subito dopo e attestandosi mentre scriviamo a 7,03, perdendo circa l’1,3% contro il biglietto verde.

Il fatto che Pechino non abbia difeso quello che veniva considerato un “floor” per la sua valuta sarebbe un messaggio esplicito di avvertimento agli USA di Donald Trump, a qualche giorno di distanza dall’annuncio di questi che verranno imposti dazi del 10% sulle merci cinesi per un controvalore di 300 miliardi di dollari all’anno.

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In più, le autorità cinesi segnalano così di non credere più a una soluzione positiva per il negoziato commerciale con Washington. Fatto è che la svalutazione dello yuan, come da previsioni, si rivela l’arma con cui il governo di Pechino intende controbattere alla “guerra” dei dazi di Trump, con il fine di sterilizzarne l’impatto sulla propria economia. In teoria, se le merci cinesi esportate negli USA da un lato rincarerebbero per i consumatori americani, a causa delle tariffe imposte dalla Casa Bianca, d’altro canto un tasso di cambio più favorevole per lo yuan le renderebbe meno costose, annullando in tutto o in parte il rialzo dei prezzi e mantenendo verosimilmente la quota di export.

Tuttavia, la mossa di Pechino rischia di esacerbare le tensioni internazionali, in quanto da tempo Trump accusa il Dragone di manovrare i tassi di cambio, anche se finora ha evitato di inserire la Cina tra le economie manipolatrici. Nei fatti, la Federal Reserve avrebbe un altro pretesto per tagliare ancora i tassi, in quanto un dollaro più forte rende più marcate le minacce alla stabilità interna dei prezzi. Probabile, poi, che la svalutazione abbia conseguenze severe anche per la stessa economia asiatica, scatenando deflussi dei capitali come nell’agosto del 2015, quando l’indebolimento del 2% voluto dalla PBoC per lo yuan rese successivamente necessari interventi sulle riserve valutarie per oltre 1.000 miliardi di dollari, al fine di riportare la stabilità finanziaria.

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E chissà che nella mente di Trump non risulti persino desiderabile un simile scenario. Adesso che Pechino getta la maschera sulle modalità opache di fissazione dei tassi di cambio, egli avrà buon gioco ad accusarla di non essere un’economia di mercato, in vista della campagna per la rielezione nel novembre 2020. In più, così allontana ulteriormente l’internazionalizzazione dello yuan, rendendola una valuta instabile e insicura agli occhi degli investitori di tutto il mondo, di fatto allungando la vita all’era del dominio assoluto del dollaro. Ad ogni modo, rispetto al 2015 non stiamo assistendo per il momento a un tonfo della borsa cinese. L’indice di Shanghai cede l’1,22%, Shenzen l’1,42%, perdite di entità non preoccupante.

Nella “guerra” di parole tra le prime due grandi economie mondiali, tuttavia, il presidente Xi Jinping ribatterà con ogni probabilità alle accuse di Trump con l’annotazione che il cambio cinese sarebbe (stato) tenuto a livelli più forti di quelli di mercato dalla banca centrale, attraverso la difesa del “floor” a 7:1. E tra gli analisti si ritiene che tale barriera verrebbe stabilmente superata per il prossimo futuro e che, anzi, solo con l’arrivo di dati macro cinesi relativamente positivi il cambio contro il dollaro si attesterebbe in area 7,3. Attenzione, infine, all’impatto che la notizia di oggi avrebbe sul mercato delle materie prime. Il petrolio arretra dell’1,2% per il Brent a 61,16 dollari e anch’esso appare un film già visto. In effetti, la Cina è la prima importatrice di greggio al mondo e un suo cambio più debole si traduce in un suo aumento del costo, con effetti tendenzialmente depressivi sulla domanda.

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giuseppe.

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