La Cina rivede al ribasso il pil del 2014 e la Borsa di Shanghai è ancora in bolla

La Cina rivede in calo il pil del 2014 e la Borsa di Shanghai ha già perso il 40% in meno di 3 mesi, ma potrebbe scivolare ancora, come dimostra il rapporto tra valore dei titoli e utili delle società.

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La Cina rivede in calo il pil del 2014 e la Borsa di Shanghai ha già perso il 40% in meno di 3 mesi, ma potrebbe scivolare ancora,  come dimostra il rapporto tra valore dei titoli e utili delle società.

L’Ufficio Nazionale di Statistica della Cina ha rivisto al ribasso il dato sul pil del 2014, che sarebbe cresciuto così del 7,3%, anziché del 7,4%. La precedente lettura era stata diramata nel mese di gennaio ed aveva già evidenziato il tasso di crescita più basso per l’economia cinese dal 1990. Non si tratta di una variazione significativa in senso stretto, ma la revisione delle scorse ore si aggiunge al clima di pessimismo che si sta addensando da settimane sul Dragone asiatico, seconda economia mondiale e consumatrice dell’11% del petrolio prodotto nel pianeta.

Crescita Cina in rallentamento

Tuttavia, quel che preoccupa gli analisti è il presente e il futuro di Pechino, non il passato. Il governo ha un target di crescita del 7% per quest’anno, esattamente pari ai ritmi del primo semestre, su cui si nutrono diversi dubbi. Ma dopo il tracollo della Borsa di Shanghai, l’obiettivo viene considerato poco realistico; in pratica, la Cina crescerebbe nel 2015 sotto il 7% e la cosa fa impressione, per quanto si tratti di una percentuale più che doppia di quella a cui dovrebbe crescere l’economia americana e quasi 5 volte in più quella dell’Eurozona. Gli economisti la chiamano “hard landing” o “atterraggio duro” per sottolineare che dopo oltre 2 decenni di crescita sostenuta, Pechino starebbe iniziando a vivere una  nuova fase, quella dello “slowdown” a cui sono destinate le economie già mature.

Bolla cinese ancora inesplosa

Nel frattempo, si guarda con palpitazione al mercato azionario del paese, che vale 5.100  miliardi di dollari, 4.900 miliardi in meno di poco più d i 2 mesi fa, dopo essere crollato del 40% rispetto al picco toccato il 12 giugno scorso. Ma il fondo non sarebbe stato ancora toccato.

Tom DeMark, che da 40 analizza quali possano essere i punti di inversione di tendenza per gli indici azionari, vede un altro buon 18% di calo per il Shanghai Composite Index. Il perché di tale previsione non è difficile da comprendere: finora, un crollo ancora più marcato della borsa cinese è stato impedito dagli acquisti effettuati dalle autorità locali e rispolverati lo scorso 27 agosto, i quali non potranno proseguire indefinitamente. Prima o poi, quindi, prevarrà la volontà degli investitori di sbarazzarsi di parte delle esposizioni verso Shanghai, la quale quota mediamente i titoli delle società inserite nei suoi listini a 45 volte gli utili delle stesse. Per avere un confronto con quanto accade altrove, si deve solo pensare che l’S&P 500 di Wall Street, pur accusato di avere corso parecchio negli ultimi anni, quota i titoli 18 volte gli utili maturati dalle società, mentre la Borsa di Tokyo mostra un multiplo di 12-13 e Francia e Germania viaggiano rispettivamente a 15 e 17 volte i profitti societari. Attualmente, le azioni cinesi prezzano fino a 3 volte in più della media dei titoli nel resto del pianeta. Per dirla chiaramente, la Borsa di Shanghai è in bolla e nonostante questa si sia ridimensionata del 40% meno di 3 mesi, resta ancora abbastanza gonfia.

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