La Cina rispedisce il carbone in Corea del Nord e aderisce alle sanzioni ONU

La Cina ferma le importazioni di carbone dalla Corea del Nord, mostrando collaborazione con il governo USA di Donald Trump. Il dittatore Kim Jong-Un minaccia la guerra con gli americani, ma rischia il collasso economico.

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La Cina ferma le importazioni di carbone dalla Corea del Nord, mostrando collaborazione con il governo USA di Donald Trump. Il dittatore Kim Jong-Un minaccia la guerra con gli americani, ma rischia il collasso economico.

Secondo l’agenzia Reuters, una flotta di una dozzina di navi cargo sarebbe stata vista tornare ieri quasi interamente carica di carbone verso il porto di Nampo, a sud-ovest di Pyongyang, dopo che la Cina ha ordinato alle imprese nazionali di non acquistare la materia prima dalla Corea del Nord.

Già lo scorso 26 febbraio, Pechino aveva aderito alle sanzioni ONU, decise a fine 2016 dal Consiglio di Sicurezza contro i test nucleari del regime di Kim Jong-Un. Tuttavia, ad oggi il governo cinese non era parso intenzionato a rispettare seriamente l’embargo, che limita a 400 milioni di tonnellate o a 7,5 miliardi di dollari il quantitativo massimo di carbone esportabile dal paese, tenuto conto che tali restrizioni, secondo il Palazzo di Vetro, non provocherebbero una crisi umanitaria tra la popolazione.

La mossa di Pechino segue la richiesta esplicita del presidente americano, Donald Trump, di dargli una mano contro Pyongyang, altrimenti Washington sarebbe disposta a provvedere da sé. E già da un paio di giorni si avvicinano navi militari USA alle acque nordcoreane, tanto che il giovane dittatore Jong-Un ha minacciato l’America di essere pronta a una guerra, “se provocata”. (Leggi anche: Regime di Kim Jong-Un lancia un nuovo missile, ma Corea del Nord rischia il collasso)

Cina torna a importare carbone dagli USA

L’adesione reale della Cina alle sanzioni ONU rappresentano un duro colpo per l’economia nordcoreane, perché il carbone ha rappresentato negli anni recenti il 34-40% delle esportazioni complessive e quasi tutto viene esportato in Cina, che nei fatti è il principale partner commerciale di Pyongyang, per non dire quasi l’unico. La cinese Dandong Chengtai, una delle maggiori società di importazione di carbone nordcoreano, ha ammesso che sue 600.000 tonnellate sarebbero ferme presso vari porti e che complessivamente ve ne sarebbero 2 milioni in tutti i porti cinesi.

Al febbraio scorso, proprio per trovare alternative, Pechino risulterebbe avere importato dagli USA 427.000 tonnellate di carbone per un giro d’affari di oltre 81 milioni di dollari, quando nel biennio precedente non si erano registrate importazioni cinesi dalle compagnie americane.

Un dato, che farebbe sorridere l’amministrazione Trump, che abbandonando l’Accordo di Parigi, si mostra intenzionata a dare nuovo impulso all’industria nazionale del carbone. (Leggi anche: Vertice USA-Cina, ma che hanno deciso?)

Economia nordcoreana rischia il tracollo

Nel 2016, la Cina ha importato dalla Corea del Nord carbone per 22,5 milioni di tonnellate, per cui esisterebbe un enorme potenziale per altri mercati concorrenti a quello del paese asiatico, tra cui gli USA, appunto. E chissà che anche di questo non abbiano parlato Trump e il presidente cinese Xi Jinping al vertice della scorsa settimana in Florida. Tuttavia, il boom delle importazioni dagli USA sarebbe dovuto ad oggi non alla politica trumpiana di pressione su Pechino contro il regime di Jong-Un, quanto alla chiusura temporanea di diverse miniere nel Queensland, in Australia, a causa del passaggio del ciclone Debbie, che ha costretto il paese a sospendere le esportazioni di carbone verso la Cina.

Comunque sia, la Cina sembra cercare alternative alla Corea del Nord, come dimostrerebbe l’impennata recente anche delle importazioni di carbone dalla Russia. Un brutto segnale per Pyongyang, la cui sopravvivenza economica, oltre che politica, dipende essenzialmente da Pechino. Con Trump deciso a fare valere le preoccupazioni sulla sicurezza nell’area, Pechino si vede costretta adesso a sganciarsi dal regime sanguinario e fuori controllo di Jong-Un, che rischia, prima ancora di un attacco militare USA, un tracollo economico devastante per le condizioni già miserrime di vita dei suoi 25 milioni di abitanti. (Leggi anche: Nord Corea, economia in ginocchio senza Cina)

 

 

 

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