La Cina reagisce a Trump sui timori di una crisi: più debiti contro i dazi USA

La Cina non sta così in salute e punta a sostenere il mercato dei prestiti per non implodere. E il mondo teme un'escalation commerciale con l'America di Trump.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina non sta così in salute e punta a sostenere il mercato dei prestiti per non implodere. E il mondo teme un'escalation commerciale con l'America di Trump.

Chiusura in forte calo per la Borsa di Shanghai, con l’indice a segnare -3,72% al termine delle contrattazioni, dopo che la People’s Bank of China ha annunciato di avere tagliato di altri 100 punti base il coefficiente di riserva obbligatoria per le banche cinesi, che si attestava al 15,50% per gli istituti di grosse dimensioni e al 13,50% per gli altri e portando a 250 bp l’abbassamento cumulato nel corso di quest’anno. La decisione è stata adottata per stimolare il credito all’economia e secondo la PBoC non impatterebbe negativamente sul mercato dei cambi. Non la pensano così gli investitori, se è vero che anche lo yuan perde al momento contro il dollaro, indebolendosi dello 0,78% a un rapporto superiore a 6,92. L’abbassamento del coefficiente libererà 750 miliardi di yuan, pari a circa 108 miliardi di dollari. Gli analisti temono che la mossa non faccia che accrescere le tensioni con l’America di Donald Trump, traducendosi in una svalutazione di fatto del cambio per sterilizzare almeno parte dei dazi imposti dagli USA quest’anno sulle merci cinesi. Alla base vi sarebbero, però, diverse ragioni, tra cui scadenze fiscali imminenti, con conseguente fabbisogno di liquidità da parte delle imprese. Non si può negare, però, che il rialzo dei rendimenti americani starebbe attirando flussi di capitali dalla Cina, impattando sullo yuan.

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Da inizio anno, lo yuan ha perso il 6% contro il dollaro e non è chiaro se Pechino stia agendo per impedire un indebolimento eccessivo e frenare così la fuga dei capitali o, al contrario, assecondi la tendenza per finalità competitive. L’unica vera certezza è che in rallentamento vi sono già esportazioni e investimenti. Le prime sono cresciute a luglio del 9,8% su base annua, giù dal +12,2% del mese precedente. Preoccupante il trend degli investimenti, che nei primi 8 mesi dell’anno sono cresciuti mediamente del 5,3% tendenziale, ai minimi di sempre. E per capire cosa stia accadendo, non possiamo non citare il dato sui prestiti domestici: +10,10% a luglio, la percentuale più bassa dal 2009, anno in cui si ebbero gli effetti più intensi della crisi finanziaria mondiale.

La Cina traballa

L’economia cinese si fonda essenzialmente su due componenti della domanda aggregata: investimenti ed esportazioni. I primi costituiscono una quota media di oltre il 40% del pil, il doppio delle altre economie avanzate come Europa e USA. Investimenti e prestiti viaggiano ovviamente insieme e contraendosi i secondi, anche i primi ripiegano. E sempre la PBoC ha di recente diramato una richiesta alle banche, chiedendo loro di abbassare i costi sui prestiti per le imprese imprese e di tollerarne maggiormente i crediti deteriorati. Come mai? La risposta sta in una cifra: 270%. A tanto ammonterebbe come minimo il debito totale della Cina rispetto al pil, per oltre l’80% facente capo al settore privato, di cui il 168% delle imprese e quasi il 50% delle famiglie. Il Politburo ha persino mutato obiettivo nel puntare a sgonfiare la bolla del credito, parlando adesso di deleveraging “strutturale”, lasciando intendere che la stretta dovrebbe essere meno dura di quella che si era ipotizzata.

Il governo cinese punta a un passaggio alquanto morbido da un’economia export-led a una maggiormente fondata sui consumi domestici. Tuttavia, ciò non è agevole e nemmeno possibile nel breve termine sgonfiando la bolla del credito, alimentata dalla stessa Pechino dal 2009 per evitare il contagio della crisi globale. In sostanza, serve sostenere la domanda interna attraverso il canale dei prestiti, ma ciò inevitabilmente impatta sui tassi di cambio e finisce con l’irritare e confondere il principale consumatore netto mondiale di merci cinesi. D’altra parte, una politica fiscale più espansiva – si parla di tagli alle tasse per 1.300 miliardi di yuan, quasi l’1% del pil – andrebbe proprio nella direzione di riequilibrare la bilancia commerciale, accrescendo le importazioni. Ma il contestuale indebolimento del cambio, accelerato dalla fuga dei capitali in atto, ridurrebbe o finanche azzererebbe tale beneficio per i partner commerciali, incrementando le tensioni sui dazi.

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Per questo, il taglio del coefficiente di riserva obbligatoria si configura come una brutta notizia per i mercati. Anzitutto, perché segnala le preoccupazioni di Pechino per un rallentamento dell’economia cinese potenzialmente destabilizzante sul piano sociale, nonostante il pil nel secondo trimestre sia cresciuto del 6,7% su base annua, sopra il target del 6,5% fissato dal governo. Secondariamente, perché misure del genere non faranno che accrescere la diffidenza dell’amministrazione Trump verso la Cina, quando già da mesi le prime due economie mondiali comunicano tra loro a colpi di dazi. Infine, perché con un’economia gravata da un indebitamento privato al limite della sostenibilità, spronare nuovi prestiti aggrava lo stato di salute finanziario di imprese e famiglie, con contraccolpi potenzialmente ancora più devastanti per le banche sul fronte degli Npl. E se da un lato il sistema finanziario relativamente chiuso di Pechino minimizza i rischi a carico del resto del mondo, dall’altro l’implosione della seconda economia del pianeta non potrebbe non avere ripercussioni negative all’infuori dei confini del Dragone asiatico, che ricordiamo tra l’altro essere ormai il principale importatore di petrolio, oltre che di oro.

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Argomenti: Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese