La Cina rallenta e arriva il primo deficit da 25 anni. E forse non c’entra Trump

La Cina sta rallentando e dopo un quarto di secolo registra il primo deficit corrente, segno che la seconda economia mondiale stia maturando, ma anche prova di capitali in fuga.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina sta rallentando e dopo un quarto di secolo registra il primo deficit corrente, segno che la seconda economia mondiale stia maturando, ma anche prova di capitali in fuga.

La crescita del pil in Cina, seconda economia mondiale, ha subito una decelerazione al +6,5% su base annua nel terzo trimestre dal +6,7% del secondo. Era nell’aria, anche se il dato che ha colpito maggiormente analisti e investitori è stato un altro: per la prima volta dal 1993, i primi 9 mesi dell’anno si sono chiusi con un deficit delle partite correnti. Nel dettaglio, esso è stato pari a 12,8 miliardi di dollari, che annualizzato farebbe appena lo 0,1% del pil. Lo scorso anno si è chiuso con un saldo attivo dell’1,3%, mentre nel 2008 si arrivava al 9,3%. In un decennio, quindi, si è passati da un avanzo corrente superiore ai 400 miliardi a un disavanzo, pur di lieve entità. Perché rileva? Le partite correnti captano la posizione complessiva di un’economia con il resto del mondo, ossia l’import-export di beni, servizi e capitali. E nei primi 9 mesi del 2018, a fronte di un attivo di 256,1 miliardi di dollari relativo ai beni, la Cina ha registrato un saldo passivo per i servizi di 229,5 miliardi, per cui il deflusso netto dei capitali può stimarsi in poco meno di 40 miliardi.

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Oltre al -20% segnato quest’anno dalla Borsa di Shangahi, pare che siano state le vendite nel comparto obbligazionario da parte degli investitori stranieri a contribuire, forse in misura preponderante e determinante, alla chiusura con il segno meno. Pechino ha reagito dallo scorso anno alle minacce di dazi dell’amministrazione Trump con un allentamento monetario, che negli ultimi mesi si sta concretizzando perlopiù in una riduzione del coefficiente di riserva obbligatoria per le banche, così da iniettare maggiore liquidità nel sistema. Ciò ha ridotto i rendimenti dei bond, sia corporate che sovrani, con lo spread decennale con i Treasuries ad essersi portato ai minimi da oltre 8 anni, intorno a una ventina di punti base.

I deflussi finanziari

Dunque, tra rendimenti americani in salita e cinesi in discesa, l’appetito per i bond emessi nel Dragone asiatico si è fortemente ridotto, anche perché gli investitori stranieri devono mettere in conto l’indebolimento del cambio. Lo yuan ha perso quest’anno il 6,5% e non c’è concordia nemmeno tra gli analisti se si stia trattando di una mossa di Pechino per attenuare il peso dei dazi su 250 miliardi di dollari di beni Made in China esportati negli USA o se, al contrario, la Banca Popolare Cinese stia cercando di attutire la debolezza del cambio. Ad ogni modo, si tratta di un mutamento radicale per l’economia cinese. Per la prima volta dal grande salto verso la modernizzazione, sta importando dall’estero più di quanti non esporti. Questa notizia si presta a svariati significati e contrapposte valutazioni.

Da un lato, il dato al 30 settembre scorso segnalerebbe una progressiva normalizzazione della seconda economia mondiale, caratterizzata da esportazioni nette ancora robuste verso USA ed Europa e da un deficit commerciale verso il resto del mondo. In fondo, quello che Bruxelles e Washington vorrebbero sarebbe proprio che i cinesi smettessero di limitarsi a vendere merci e iniziassero ad acquistare. Tuttavia, resta da vedere in quali modalità e tempi il mutamento avverrà. La Cina ha accumulato più di 3.000 miliardi di dollari in riserve in valuta estera grazie proprio ai surplus commerciali e correnti messi a segno nei decenni passati. Se questa era giungesse bruscamente al termine, a pagare pegno sarebbero, anzitutto, i suoi principali debitori sovrani: gli USA. Pechino detiene 1.165 miliardi di dollari di Treasuries, i titoli del debito federale a stelle e strisce. Questi vengono acquistati sostanzialmente con lo stesso denaro che fuoriesce dagli USA per via delle importazioni nette verso la Cina.

Il meccanismo può così riassumersi: i cinesi vendono agli americani i loro prodotti e con il ricavato si comprano il debito pubblico degli americani. Sempre nei primi 9 mesi, le esportazioni nette verso l’America sono state pari a 350 miliardi (390 miliardi di surplus per i beni e 40 miliardi di deficit per i servizi). Dunque, le relazioni commerciali tra le prime due potenze non si stanno affatto riequilibrando, semplicemente a ridursi è l’entità dei surplus commerciali della Cina verso il resto del mondo, che unitamente ai deflussi finanziari rischia di intaccare l’entità di quelle riserve impiegate per quasi il 40% proprio per acquistare Treasuries.

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Per il resto che l’economia cinese stia giungendo a un punto di maturazione lo segnala anche il dato relativo alle vendite realizzate da Alibaba domenica scorsa per la Festa dei Single, una sorta di appuntamento di recente attecchimento e che imita del tutto il Black Friday americano, precedendolo di meno di due settimane. I ricavi nell’arco delle 24 ore sono stati pari a 30,8 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto allo scorso anno, quando erano saliti, però, del 39%. Nella storia decennale del colosso online cinese, si è trattato dell’aumento meno cospicuo, per quanto al contempo sia stato segnato un record mondiale per un solo evento in rete. Si consideri che la cifra ammonta a 3 volte la somma dei ricavi maturati nel 2017 dal Black Friday e dal Cyber Monday. Insieme al rallentamento in atto del manifatturiero, tutto proverebbe che la Cina stia già crescendo ai ritmi meno stupefacenti dell’ultimo quarto di secolo.

In sé, non sarebbe nemmeno una notizia, purché il rallentamento avvenga senza traumi. Un atterraggio duro farebbe danni a un’economia indebitata per non meno del 260% del pil e con un mercato obbligazionario privato di ben 12.000 miliardi di dollari, che si affianca ai 2.000 miliardi di bond sovrani. Per quanto solo una minima parte di questo debito sia in mano alla finanza straniera, serve che i capitali non fuggano da Pechino, altrimenti la destabilizzazione innescherebbe una crisi dell’economia presso la seconda potenza mondiale nel bel mezzo dei tentativi delle autorità di convertirla da un modello impostato sulle esportazioni a uno più basato sulla domanda interna, riducendo gli investimenti vistosamente in eccesso e aumentando i consumi delle famiglie ancora bassi.

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Argomenti: Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese