La Cina oggi tenta di uccidere i petrodollari e i primi segnali per Pechino sono positivi

Il petrolio si compra da oggi anche in yuan. La Cina punta a spezzare il monopolio dei petrodollari e per farlo ha lanciato il trading dei barili in valuta locale. Un colpo all'America in piena guerra dei dazi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio si compra da oggi anche in yuan. La Cina punta a spezzare il monopolio dei petrodollari e per farlo ha lanciato il trading dei barili in valuta locale. Un colpo all'America in piena guerra dei dazi.

La Cina inaugura una nuova era sul mercato petrolifero mondiale, con l’avvio del trading di contratti futures in yuan. Da poche ore è possibile acquistare 7 tipi di greggio, tra cui quello di Dubai, lo Shengli cinese e il Basrah Light. I primi scambi sono stati sostenuti e pari a oltre 10 miliardi di yuan di valore nozionale per i 23.000 contratti stipulati nel corso della prima ora (circa 1,5 miliardi di dollari). Il primo e con scadenza settembre 2018 è stato acceso a quasi 428 yuan (67,80 dollari), in rialzo dai 416 yuan fissati a inizio seduta, segnalando un prezzo inferiore agli oltre 68 dollari vigenti in quel momento per il Brent, ma superiore ai 64 del Wti americano. I contratti sono garantiti dall’oro, un chiaro tentativo di Pechino di attirare domanda straniera e fare concorrenza al ben solido sistema dei petrodollari. E al termine della scorsa settimana risultavano in 19 i broker stranieri ad essersi registrati per far parte del nuovo trading. I contratti regolano il prezzo del greggio a scadenze fino ai 36 mesi. Due le ragioni e le tipologie di investitori che si butteranno sul nuovo mercato: speculative e protettive. Nel primo caso, trattasi di chi compra greggio oggi e con consegna fissata in futuro per cercare di sfruttare in proprio favore i movimenti dei prezzi; nel secondo, parliamo di consumatori, che cercano di ripararsi dalle oscillazioni dei prezzi.

Petrodollari al capolinea? La Cina ridisegna il mercato dei futures

Non è la prima volta che la Cina prova a distaccarsi dal dollaro e di pagare il petrolio che acquista dall’estero in valuta locale. Lo fece anche nel 1993, quando la volatilità fu, però, così alta da indurre il governi cinese l’anno seguente a porre fine alle contrattazioni. Le discussioni sulla riesumazione di questo business tornarono in auge nel 2012, ma il tracollo del petrolio negli anni successivi ne hanno ritardato il lancio. Ad ogni modo, siamo a una svolta per il sistema dei pagamenti mondiale delle materie prime. La superpotenza cinese sta cercando di accelerare la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale, colpendolo al cuore, ovvero minacciandone la solida domanda, che si regge sulla necessità degli stati di tutto il mondo di acquistare materie prime nella divisa americana.

Non si tratta di un passo che porterà alla fine o al ridimensionamento dei petrodollari da qui a breve. Serviranno anni e tanta fiducia per fare della Cina una potenza realmente alternativa a quella americana sul piano dei sistemi di pagamento. Dal 2015, Pechino ha imposto restrizioni ai movimenti di capitali per arrestarne i deflussi, che certo non ne hanno rilanciato l’immagine di un’economia ancora davvero liberale. Lo stesso cambio è fissato con criteri perlopiù estranei al libero mercato, per quanto risentano ormai delle sue forze. Lo yuan non è nemmeno direttamente scambiabile da parte degli investitori stranieri, tanto che ne esiste uno “offshore”. Altre limitazioni all’accesso al mercato finanziario cinese terranno certamente alla finestra gli investitori stranieri, la stragrande maggioranza dei quali continuerà a preferire ancora il sistema dei petrodollari da qui ai prossimi anni.

Sarà la fine dei petrodollari?

Tuttavia, un primo passo è stato compiuto e se i petroyuan si mostreranno poco volatili, al netto delle oscillazioni dei prezzi del sottostante, la fiducia attecchirà, specie se Pechino riuscisse a portarsi dalla sua l’Arabia Saudita, che esportando circa 7-7,5 milioni di barili al giorno, prima al mondo, regge ad oggi i petrodollari sin dagli anni Settanta, quando l’allora amministrazione Nixon concordò con Re Faisal uno scambio: il regno avrebbe accettato per le sue esportazioni petrolifere solo dollari e gli USA gli avrebbero garantito sicurezza nel Medio Oriente.

Bomba cinese contro i petrodollari, America minacciata

Negli ultimi anni, molte cose stanno cambiando. Gli USA non sono più il principale importatore energetico mondiale, grazie al boom del loro “shale”, mentre la Cina ha superato gli americani per importazioni nel 2017 arrivando a oltre 9 milioni di barili al giorno. Per questo, mentre si allenta il legame commerciale tra Washington e Riad, i sauditi stanno puntando proprio sulla Cina e, in generale, sull’Asia quale mercato di sbocco del futuro. Attirando a sé la cinquantina di economie asiatiche facenti parte della cosiddetta “Nuova Via della Seta”, il presidente Xi Jinping punta essenzialmente a fare del suo paese una sorta di seconda America. E il segnale che sta arrivando da Pechino agli USA in piena “guerra” commerciale va esattamente in questa direzione. Anche per questo, il governo americano sta cercando di rinsaldare le relazioni diplomatiche con la monarchia saudita, sostenendola contro l’Iran, dissuadendola così dall’abbandonare la vecchia politica sin qui seguita e che ha recato benefici evidenti a entrambe le economie.

I dazi imposti dall’amministrazione Trump su 1.300 prodotti dal valore complessivo di 60 miliardi di dollari hanno solamente accentuato il già forte desiderio dei cinesi di smarcarsi dal sistema monetario e finanziario nato con la fine della Seconda Guerra Mondiale e che tutt’ora vede il dollaro svolgere un ruolo preminente con oltre i due terzi dei pagamenti denominati in esso, a fronte di appena il 2% in yuan. Manca proprio una corrispondenza tra potenza economica e quella valutaria della Cina, che da seconda economia mondiale ostenta ormai la sua ambizione a vedere riconosciuto lo yuan una divisa alla pari delle grandi rivali. E dopo l’inserimento tra le riserve del Fondo Monetario Internazionale di un paio di anni fa, oggi l’ennesima conferma del cantiere in corso.

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Argomenti: Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio, Rallentamento dell'economia cinese