La Cina non molla il debito americano e l’opzione nucleare appare improbabile per ora

La Cina continua a comprarsi il debito americano, segno che i timori di una guerra commerciale con gli USA siano stati esagerati. Non esistono alternative credibili immediati ai Treasuries e nemmeno la minaccia di Pechino di svalutare il cambio sarebbe praticabile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina continua a comprarsi il debito americano, segno che i timori di una guerra commerciale con gli USA siano stati esagerati. Non esistono alternative credibili immediati ai Treasuries e nemmeno la minaccia di Pechino di svalutare il cambio sarebbe praticabile.

Chi lo ha detto che la Cina voglia ritrarsi dal mercato del debito americano? Nonostante le tensioni commerciali tra Washington e Pechino, finora disputate a colpi di dazi reciproci, nel mese di febbraio il gigante asiatico ha acquistato Treasuries per 8,5 miliardi di dollari, raggiungendo i 1.180 miliardi, il livello più alto da 6 mesi e restando primo creditore degli USA. In realtà, le esposizioni al debito federale americano risultano cresciute di 15 miliardi, ma per effetto delle variazioni dei prezzi, gli acquisti netti sono stati intorno alla metà. Il Giappone, invece, ha venduto titoli USA per 14 miliardi, scendendo a 1.060 miliardi, confermandosi secondo creditore dell’America. Dunque, allarmismo ingiustificato su un presunto “sell off” di Treasuries in atto da inizio anno su ordine del governo cinese? Così pare. In un recente nostro articolo, vi avevamo spiegato come risulti davvero complicato per Pechino rinunciare all’acquisto di debito a stelle e strisce, non fosse altro perché non disporrebbe di alternative altrettanto percorribili.

I Treasuries sono dollari che offrono interessi. Detenere un titolo decennale rende oggi, ad esempio, il 2,8-2,9%. E di dollari la Cina, come le altre economie del pianeta, ha bisogno per acquistare materie prime e commerciare con gli USA. Non solo. Ogni anno, proprio l’immenso avanzo commerciale registrato con l’America e nell’ordine ormai di 375 miliardi di dollari, fa affluire immensa liquidità agli sportelli della People’s Bank of China, che dovrà necessariamente essere impiegata in un qualche modo, altrimenti resterebbe in contante e infruttifera. Gli altri assets sarebbero meno liquidi e più rischiosi e investire in titoli USA conviene anche a mantenere debole il cambio cinese. Insomma, ai Treasuries non vi sarebbero alternative credibili per Pechino. Inoltre, continuare a restare un grosso creditore di Washington assegna a Pechino un asso nella manica da giocare sul tavolo delle trattative con l’amministrazione Trump.

Perché la Cina è costretta a comprarsi il debito americano

Svalutazione yuan come minaccia credibile agli USA?

Questo non significa che il presidente Xi Jinping non disponga di armi da usare in sua difesa nelle trattative con Donald Trump. Se il suo ambasciatore negli USA, Cui Tiankai, non ha escluso che Pechino possa vendere bond USA come ritorsione contro i dazi imposti da Washington sulle merci cinesi, dalla PBoC arriva un’altra minaccia, a dire il vero ancora più insidiosa: la svalutazione dello yuan a fini competitivi. Il cambio contro il dollaro risulta rafforzato del 10% da inizio 2017 e ciò ha allontanato le critiche dello stesso Trump, che pur aveva più volte accusato la Cina in campagna elettorale di manipolare lo yuan.

Ad oggi, il Tesoro non ha inserito la seconda economia mondiale tra i “manipolatori del cambio”, mentre ieri il presidente americano su Twitter ha inveito proprio contro Russia e Cina, rei di svalutare le rispettive valute, sostenendo che sarebbero azioni scorrette. Che voglia giocare d’anticipo contro possibili tentazioni di Pechino? Quanto a Mosca, il rublo ha sì perso l’11% in pochi giorni contro il dollaro, ma come conseguenza delle sanzioni della Casa Bianca contro nuove decine di oligarchi russi. E, comunque, nell’ultima settimana si è ripreso di quasi il 5%.

Quanto probabile sarebbe una svalutazione dello yuan come ritorsione contro Washington? Oggi come oggi, bassa. La Cina ha svalutato di un 3% cumulato il cambio nell’agosto del 2015, scatenando un crollo dei mercati finanziari in tutto il pianeta sui timori per una crisi del gigante asiatico. Il controllo dei capitali successivamente introdotto per attenuare i deflussi dei capitali, oggi allentato, ha consentito una ripresa sia degli afflussi di capitali, sia del cambio. Se oggi Xi rimettesse tutto in discussione, rischierebbe di dovere affrontare una nuova emergenza finanziaria e sarebbe costretto a indietreggiare sulle recenti misure di apertura agli investitori stranieri, tradendo i propositi di liberalizzazione dei mercati, allontanando la Cina dal riconoscimento globale del suo status di libero mercato e dando indirettamente ragione a Trump, che non aspetta altro di avere buone argomentazioni formali per denunciare le ambiguità del partner cinese in seno agli organismi internazionali.

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Argomenti: Economie Asia, Presidenza Trump, Rallentamento dell'economia cinese