La Cina non è un’economia di mercato, l’Europarlamento negherà lo status

La Cina è o non è un'economia di mercato? L'Europarlamento dovrebbe votare contro il riconoscimento di questo status, quando sono passati 15 anni dall'ingresso di Pechino nel Wto.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina è o non è un'economia di mercato? L'Europarlamento dovrebbe votare contro il riconoscimento di questo status, quando sono passati 15 anni dall'ingresso di Pechino nel Wto.

La Cina non sia riconosciuta automaticamente economia di mercato. E’ il succo del contenuto del testo sottoposto all’attenzione dell’Europarlamento di Strasburgo, in previsione del riconoscimento dello status di Pechino dopo il prossimo 11 dicembre, ovvero a 15 anni di distanza dal suo ingresso nel Wto (Organizzazione del Commercio Mondiale). Successivamente a tale data, infatti, l’economia cinese dovrebbe essere considerata automaticamente di mercato, con la conseguenza che non si potrebbero più applicare dazi doganali e in funzione anti-dumping contro di essa. Tuttavia, gli USA hanno già fatto sapere che non intendono provvedere a tale riconoscimento e, seppure in maniera più cauta, anche Bruxelles sembra sposare questa linea, tanto che il commissario per la Salute e la Sicurezza Alimentare, Vytenis Andriukaitis, ha dichiarato che sarebbe “innegabile” che la Cina non sia un’economia di mercato. I partiti politici europei sembrano una volta tanto essere più concordi che mai sull’opportunità di continuare a tutelare l’economia UE con la cosiddetta clausola della “non-market economy methotology”, che le consentirebbe di difendersi dalle politiche di dumping praticate da Pechino, attraverso l’imposizione di dazi e di misure restrittive all’ingresso delle merci cinesi.

Dumping cinese su acciaio è palese

Due i settori maggiormente colpiti dal dumping cinese: siderurgia e ceramica. La prima vale un fatturato di 29 miliardi in Europa, la seconda di 13 miliardi. In entrambi i casi, l’Italia ha interesse che siano attuate politiche di protezione contro Pechino, essendo attiva nell’uno, così come nell’altro settore. Attenzione, qui non si tratta di erigere barriere doganali contro un’economia temibile per la sua concorrenza, specie sul fronte dei prezzi. Le perplessità della Commissione e dell’Europarlamento sono dovute alle misure adottate dal governo cinese per sostenere la produzione interna in alcuni settori-chiave, indifferentemente dall’andamento della domanda e dell’offerta. L’esempio più lampante e attuale riguarda l’acciaio, di cui la Cina è produttrice per il 50% dell’offerta globale. [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]#Europarlamento boccia Cina come economia di mercato, fa #dumping[/tweet_box]      

Dibattito infuocato negli USA

Nel paese asiatico si registra una sovrapproduzione di circa un terzo, corrispondente a circa 340 milioni di tonnellate, che non trovando sfogo nei consumi interni, sono incentivate a prendere le vie delle esportazioni con appositi interventi. Si consideri anche che parte del settore è controllato direttamente dallo stato, per cui il rispetto delle condizioni del mercato è flebile. Inondando il mercato di acciaio, la Cina deprime i prezzi nel resto del pianeta, ma allo stesso tempo affievolisce la crisi interna, che comunque permane, nonostante il balzo dei prezzi a Shanghai nei primi mesi di quest’anno. In altre parole, Pechino scarica sui partner commerciali i propri problemi, attraverso politiche di dumping del tutto estranee a un meccanismo di funzionamento ordinario di un libero mercato. La reazione degli altri paesi è, dunque, più che giustificata, perché non si configura quale semplice chiusura protezionistica contro un colosso mondiale, bensì quale contrappeso doveroso per impedire che i propri produttori soccombano a pratiche altrui così scorrette. Nel dicembre scorso, gli USA hanno imposto temporaneamente un dazio contro l’acciaio cinese del 256% il suo prezzo di ingresso sul territorio americano. Il dibattito a Washington sta diventando infuocato, in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Se da un lato i democratici non possono non tenere conto delle perplessità dei sindacati contro l'”invasione” delle merci cinesi, dall’altro lato ci pensa Donald Trump a farsi interprete delle posizioni più ostili al commercio con la Cina, accusandola di “rubare il lavoro agli americani”.      

Germania più morbida su Pechino

In Europa, a guidare il fronte dei contrari al riconoscimento dello status di economia di mercato ci sono Francia e Italia. Non poteva essere altrimenti, data la tipologia delle produzioni dei due paesi (tessile, pelletteria, prodotti alimentari, ceramica, acciaio, etc.). Più ambigua appare la posizione della Germania, che è il partner commerciale più importante dei cinesi e che vede crescere ogni anno di più le sue esportazioni verso Pechino, come dimostra il caso Volkswagen, ormai qui ai vertici delle vendite con tassi di crescita a due cifre. Più che alla distinzione tra popolari e socialdemocratici, quindi, bisognerà guardare senz’altro al voto per nazionalità. Lo “sgambetto” possibile dei tedeschi sembra poco probabile, dato il clima quasi unanime a Strasburgo di contrarietà allo status, ma Berlino ha dimostrato infinite volte, negli ultimi anni, di sapere portare dalla sua con la mediazione e l’arte delle concessioni altri paesi inizialmente su posizioni diverse. E non sarà sfuggito ai più l’intesa sino-tedesca al G20 finanziario di fine febbraio. Entrambe le economie, per motivi diversi, sono accusate di ampliare gli squilibri globali.      

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Argomenti: Economie Asia, Germania, Rallentamento dell'economia cinese