La Cina manda un pizzino a Trump sui Treasuries, ma tra minacce e fatti ve ne corre

I rendimenti del debito americano sono schizzati in un paio di sedute sui rumors di un sell-off in Cina. Pechino smentisce, ma la notizia ha tutta l'aria di un avvertimento all'amministrazione Trump.

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I rendimenti del debito americano sono schizzati in un paio di sedute sui rumors di un sell-off in Cina. Pechino smentisce, ma la notizia ha tutta l'aria di un avvertimento all'amministrazione Trump.

Sono state 48 ore di fuoco per il mercato del debito americano. I rendimenti decennali dei Treasuries sono schizzati dal 2,48% al 2,59%, salendo ai massimi da 10 mesi. Tutto, dopo che Bloomberg ha citato una fonte anonima di Pechino, secondo cui la Cina starebbe valutando di rivedere la sua politica di gestione delle riserve valutarie, riducendo l’ammontare dei bond USA detenuti, anche per reagire alla politica dell’amministrazione Trump, oltre che per il loro scarso appetito nelle condizioni attuali dei mercati. L’authority che gestisce tali riserve ha smentito ieri pomeriggio la notizia, tacciandola di essere una “fake news”. Da allora, il mercato è tornato timidamente ad acquistare Treasuries, i cui rendimenti a 10 anni sono scesi fino a un minimo del 2,53% e chiudendo al 2,54%.

Una tempesta in un bicchiere d’acqua? Sì e no. La Cina potrebbe anche non avere in mente di ridurre le esposizioni verso il mercato del debito americano, ma nei giorni scorsi sembra avere inviato al presidente Donald Trump un “pizzino”, in cui gli ricorda di essere il suo banchiere numero uno. Alla base delle tensioni vi sono diversi temi in agenda. Washington dovrà decidere a fine mese sulle importazioni di acciaio e alluminio. La Casa Bianca vorrebbe imporre dazi anti-dumping, i cui effetti sarebbero molto negativi per la Cina, primo produttore al mondo di acciaio con una quota di mercato di circa il 50%. E cresce la pressione di Trump sul collega Xi Jinping, affinché compia passi in avanti sulla Corea del Nord, mettendo il dittatore Kim Jong-Un con le spalle al muro sulla minaccia nucleare. (Leggi anche: Il taglio delle tasse piega oro e Treasuries)

I Treasuries in pancia alla Cina

Insomma, i cinesi si sentono un po’ alle strette e avrebbero deciso di reagire nel modo più minaccioso possibile per gli americani: lasciandoli temere per le loro tasche.

Tuttavia, che passino ai fatti non sembra qualcosa di molto credibile, almeno non per l’oggi. La Cina detiene riserve valutarie nell’ordine di 3.100 miliardi di dollari, di cui 1.189 miliardi in Treasuries al 31 ottobre scorso, tornando ad essere il primo creditore dell’America, seguita dal Giappone con altri 1.094 miliardi. Rispetto alla sua media quinquennale di 1.226 miliardi, il dato attuale è più basso, ma da quando il tycoon è entrato alla Casa Bianca, Pechino ha aumentato le quantità detenute di oltre 38 miliardi, segno che non starebbe affatto vendendo per ritorsione o paura della nuova amministrazione repubblicana.

L’apice dei Treasuries posseduti la Cina lo raggiunse nel luglio del 2011 con 1.315 miliardi, mentre il minimo lo toccò nel novembre del 2016. Le due date non appaiono casuali: la prima precede quell’agosto di 7 anni fa, quando in scia alle tensioni tra Congresso e amministrazione Obama sull’innalzamento del tetto del debito e il rischio di default “tecnico”, l’agenzia di rating S&P declassò i titoli americani per la prima volta nella loro storia, privandoli della tripla A. I cinesi, che già con l’esplosione della crisi finanziaria nel 2008 avevano mostrato perplessità sulla solidità fiscale degli USA, reagirono tacciandoli di irresponsabilità e limarono pian piano le loro riserve di Treasuries, abbassandone la duration media, ovvero vendendo perlopiù titoli a medio-lunga scadenza. Il novembre 2016, invece, è quello delle più tese elezioni presidenziali nella storia americana. (Leggi anche: Debito USA, Cina non più primo creditore: Pechino vende Treasuries)

L’interdipendenza tra Cina e USA

Detto ciò, se è pur vero che Pechino vanti un potere di “ricatto” verso l’America, essendo il primo detentore dei suoi bond sovrani, è altrettanto inopinabile che di reali alternative non ne dispone ancora. I Treasuries sono il mercato più liquido al mondo e offrono rendimenti di gran lunga superiori a quelli dei diretti concorrenti tedeschi o di altre economie avanzate.

I Bund a 10 anni, ad esempio, rendono appena lo 0,4-0,5%, quelli giapponesi poco sopra lo zero. Le uniche alternative più appetibili tra le economie del G-10 sarebbero i bond di Canada, Australia e Nuova Zelanda, ovvero piccole realtà e poco liquide.

Se la Cina decidesse di vendere massicciamente Treasuries, la prima a rimetterci sarebbe essa stessa, perché da un lato subirebbe un crollo dei prezzi dei titoli detenuti, dall’altro non avrebbe come investire la liquidità ottenuta in assets altrettanto remunerativi e solidi. Questo non significa che Washington si trovi in una botte di ferro. Anzitutto, il ragionamento dei cinesi sarebbe conseguenza di attese “bearish” oggettive sui Treasuries, visto che con l timida ripresa dell’inflazione e il procedere della stretta monetaria della Federal Reserve, i prezzi dei titoli non potranno che scendere e i rendimenti non faranno che salire. Quest’anno, a seguito della riforma fiscale in deficit per 1.400 miliardi in 10 anni, il Tesoro americano emetterà nuovo debito per 550 miliardi di dollari, 1,7 volte in più delle emissioni dello scorso anno. E lo farà in un ambiente di rendimenti in rialzo, visto che dalla BCE alla Bank of Japan, passando per la Bank of England, le altre principali banche centrali segnalano di volere porre fine a quasi un decennio di stimoli monetari senza precedenti e che hanno iniettato liquidità per 15.000 miliardi in tutto sui mercati.

Ma la vendita massiccia di Treasuries equivarrebbe a un indebolimento del dollaro e a un conseguente rafforzamento dello yuan. Non pare che sia questo uno degli obiettivi del governo cinese, che punta certamente ad allentare la dipendenza dalle esportazioni per la seconda economia mondiale, ma non a colpi di rivalutazione del cambio. E’ un delicato equilibrio quello tra le prime due potenze, che si gioca su più piani. I cinesi hanno appena ricordato ai loro “amici” americani di non essere solo dipendenti dal loro mercato di sbocco per le merci, in quanto finanziano il loro allegro debito pubblico.

Senza, i rendimenti sovrani a 10 anni salirebbero nettamente, forse sarebbero già un centinaio di punti base superiori a quelli attuali. E i contribuenti a stelle e strisce ne pagherebbero le conseguenze. (Leggi anche: La Cina vende Treasuries, ma i rendimenti non ne risentono)

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