La Cina inietta maxi-liquidità contro il rischio default delle banche

La Cina ha pompato liquidità alle banche per contrastare il rischio crescente di crac finanziario.

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La People’s Bank of China (PBoC), la banca centrale cinese, ha iniettato 255 miliardi di yuan di liquidità (42 miliardi di dollari) nel sistema bancario, per contrastare la tendenza all’aumento del costo del denaro e il rischio di “credit crunch”, come hanno dimostrato le recenti tensioni sul mercato interbancario dei tassi. Al contempo, le banche di medio-piccole dimensioni potranno ottenere liquidità fino a due settimane anche ricorrendo allo strumento dello Standing Lending Facility.

Il China Securities Journal aveva avvertito poche ore prima sul rischio crescente di default tra le aziende, a causa del costo del denaro in aumento. Lo stesso organo ufficiale di stampa aveva invitato il governo a fare qualcosa per ridurre i rischi sistemici finanziari.

La misura non è del tutto nuova in Cina, perché coincide con la chiusura dell’esercizio, quando le banche devono dichiarare quanto siano eventualmente illiquide. E dopo un anno turbolento, com’è stato il 2013, i risultati potrebbero essere abbastanza allarmanti.

La vera novità, però, di quest’anno è che solo rispetto a dodici mesi fa si ha un mercato monetario a breve di dimensioni triple.

Al momento, la maxi-liquidità fornita dalla PBoC ha ottenuto un primo risultato d’impatto. I tassi a un giorno sono diminuiti di 85 punti base al 3,48%, quelli a una settimana di ben 135 punti a, 5,25%, mentre i tassi a due settimane sono scesi di 34 punti al 5,57%.

Ma il provvedimento della banca centrale di Pechino ha anche un altro effetto: avere confermato i dubbi sulla tenuta del sistema bancario e finanziario cinese. In particolare, si rischia il default dello “shadow banking”, le banche-ombra, sfuggite alle regole del mercato tradizionale. E se per un pò i tassi scenderanno per tutti, resta il fatto che le banche più a rischio hanno visto impennare il costo del denaro preso in prestito nel breve e brevissimo termine anche oltre il 10% e la tendenza non potrà che proseguire.

Il caso CEQ1

Il rischio default coinvolge, ad esempio, CEQ1, un fondo di investimento cinese, che oggi presenta una leva di 43, simile a quella che travolse Lehman Brothers nel 2008. Ossia, su un euro raccolto ne ha investiti 43. E il fondo vale qualcosa come 3 miliardi di yuan. CEQ1 è considerato ad altissima probabilità di fallimento.

Ridicolo battersi il petto per il rallentamento della crescita del pil cinese al +7,7% nell’ultimo trimestre del 2013, quando il vero pericolo a Pechino si chiama crac finanziario. E se viene giù la seconda economia del pianeta saranno dolori anche per un Occidente non ancora ripresosi dalla crisi di cinque anni fa.

 

 

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