La Cina in crisi finanziaria travolgerà l’economia mondiale

Una possibile crisi finanziaria in Cina dalle proporzioni spaventose potrebbe travolgere l'economia mondiale. Non si tratta di una profezia esagerata.

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Una possibile crisi finanziaria in Cina dalle proporzioni spaventose potrebbe travolgere l'economia mondiale. Non si tratta di una profezia esagerata.

Scordatevi le dissertazioni sul rallentamento dell’economia cinese. Sono in pochi tra gli analisti più avveduti e addentrati nei dati a credere che la crescita in Cina sia stata del 6,9% nel 2015. In diversi la pongono tra il 3 e il 4%, forse anche di meno. Tra questi vi è Kyle Bass, un fund manager abbastanza noto nel mondo della finanza, perché nel 2008 vinse la scommessa contro i mutui “subprime”, avendo previsto il crollo del relativo mercato. Secondo l’uomo, il pil cinese sarebbe aumentato del 3,6% lo scorso anno, ma non è questo a preoccuparlo. Bass stima che il settore bancario della seconda economia del pianeta abbia assets per 34.500 miliardi di dollari, 3,5 volte le dimensioni del pil. Se, come prevede, dovrà tagliare anche solo il 10% dei suoi assets, a causa degli stress a cui è sottoposto in questa fase, le perdite ammonterebbero a ben 3.500 miliardi di dollari e a quel punto risulterebbero insufficienti persino le laute riserve valutarie di Pechino, pari a 3.300 miliardi.BanSecondo Bass, il governo centrale dovrebbe intervenire presto con iniezioni di capitali per 10.000 miliardi in favore delle banche, ma con la conseguenza di svalutare lo yuan del 30-40%. Altro che il temutissimo 10% atteso da alcuni analisti. Nulla sarebbe stato al confronto la svalutazione del 3% dell’agosto dello scorso anno, che pure provocò un terremoto finanziario nell’intero pianeta.

Banche cinesi a grosso rischio

Le perdite stimate delle banche cinesi sarebbero il 400% di quelle delle banche americane con il crac di Lehman Brothers nel 2008-’09. I numeri sono agghiaccianti, ma non è difficile immaginare un tracollo del sistema finanziario della Cina, dove il settore bancario si è espanso nell’ultimo decennio del 1000% e dove quello “ombra” (“shadow banking”) è cresciuto del 600% in soli 3 anni.

Quand’anche ipotizzassimo perdite nell’ordine del 3%, ammonterebbero a mille miliardi di dollari, un terzo delle riserve attuali. Si tenga conto che non tutte sono prontamente disponibili all’uso, in quanto la parte liquida è stimata in 2.200 miliardi. [tweet_box design=”box_13_at” float=”none” author=”Kyle Bass” pic_url=”https://www.investireoggi.it/economia/files/2016/02/kyle-bass.jpg”]Maxi-svalutazione dello yuan e tracollo delle banche cinesi in arrivo[/tweet_box]      

PBoC interverrà, in che misura?

Ora, se la Cina rischia un crac 4 volte più potente di quello vissuto dall’America nel 2008, il cui pil era del 40% superiore a quello dell’attuale seconda economia el mondo, quale sarebbe la dimensione di un probabilissimo intervento della People’s Bank of China? Solo per fare un confronto, sappiate che la Federal Reserve dovette iniettare sui mercati liquidità per oltre 3.500 miliardi di dollari in 6 anni, attraverso 3 cicli di “quantitative easing” e quintuplicando il suo bilancio a quasi 4.500 miliardi di dollari, corrispondenti a un quarto del pil odierno degli USA. Da qui il calcolo di Bass: 10.000 miliardi di dollari iniettati nel sistema bancario e sui mercati, al fine di impedire uno scivolamento veloce verso la sindrome deflazionistica del Giappone. La cifra corrisponderebbe al 100% del pil cinese, 4 volte maggiore a quella dell’intervento della Fed, appunto.

Crollo mercati finanziari

Forse, il timore del manager ci fa comprendere meglio le ragioni dei crolli delle borse mondiali di queste settimane. Gli investitori di tutto il pianeta auspicano l’intervento delle principali banche centrali, affinché pongano in essere nuovi stimoli monetari, prevedendo l’arrivo di una terribile tempesta dall’Asia. Ad essere franchi, se lo scenario di Bass si realizzasse, ci sarebbe poco o niente da fare per Fed, BCE, BoJ e BoE, solo per citare gli istituti principali, avendo questi già azzerato i tassi e aumentato a più non posso la liquidità sui mercati, riscontrando una ripresa economica alquanto anemica, ad eccezione parziale degli USA. Vi immaginate cosa significherebbe una svalutazione dello yuan del 30-40%? Oltre a scatenare un nuovo capitolo della guerra valutaria in corso sotto traccia da anni, per America ed Europa significherebbe importare deflazione, quando già oggi la crescita dei rispettivi prezzi interni è inferiore ai target, specie nell’Eurozona, dove si aggira intorno allo zero.

     

Commodities a picco

Lo scenario da incubo si arricchisce di un altro dettaglio: un ulteriore crollo dei prezzi delle materie prime. La Cina è il secondo consumatore di petrolio al mondo con oltre 10,3 milioni di barili al giorno, di cui il 70% importati. l’Australia ha in Pechino il suo principale acquirente di commodities, che a loro volta rappresentano i 2 terzi delle intere esportazioni del paese. Uno yuan più debole contro il dollaro renderebbe più costoso per le imprese cinesi acquistare materie prime e la loro domanda di ridurrebbe. Come conseguenza, i già infimi prezzi di questi beni crollerebbero ancora e ciò manderebbe definitivamente le economie avanzate nella deflazione, non importa quanti euro, dollari e sterline stampino. Oltre tutto, ci sono altri segnali raggelanti in arrivo dalla Cina, che nel 2015 ha visto scendere la produzione di acciaio del 2,3% a quasi 804 milioni di tonnellate per la prima volta in 34 anni. Il Dragone asiatico produce la metà dell’acciaio di tutto il pianeta, ma registra un eccesso di offerta insostenibile, stimato fino a 450 milioni di tonnellate, tanto che per l’anno in corso il governo ha deciso di tagliare la produzione di 100-150 milioni di tonnellate, reagendo al crollo dei prezzi (-60% dal 2011). La situazione è così preoccupante, che 7 ministri della UE, tra cui l’italiana Federica Guidi, hanno inviato l’altro giorno una lettera a Bruxelles, chiedendole misure contro il dumping cinese nel campo siderurgico, che metterebbe a rischio, sostengono, fino a 1,5 milioni di posti di lavoro nel Vecchio Continente. Stime prudenziali parlano di 231 mila posti minacciati.        

Dumping cinese e i rischi per il commercio mondiale

Pechino è nel mirino dei produttori europei, perché il governo controlla grossa parte dell’offerta cinese, sostenendola anche contro qualsiasi logica di mercato e spingendo l’industria siderurgica nazionale a scaricare nel resto del pianeta gli eccessi produttivi, provocando un crollo dei prezzi.

Una strategia di dumping, che rappresenta una minaccia contro le economie concorrenti, tanto che sulla Commissione europea aumentano le pressioni, affinché non consideri la Cina un’economia di mercato, cosa che renderebbe più difficile l’imposizione di dazi contro le sue merci. Gli USA hanno annunciato un dazio sull’acciaio cinese del 256% a dicembre. Perché l’acciaio sta diventando così importante nel dibattito intorno al futuro della Cina? Perché verso il comparto delle commodities è esposto il sistema bancario (oltre che all’immobiliare) e perché anticipa benissimo quanto potrebbe accadere in più grande stile con una maxi-svalutazione dello yuan. Se la valuta cinese valesse ad un tratto il 30% o il 40% in meno, il contraccolpo per la concorrenza di Europa, USA e Giappone sarebbe enorme. Due le soluzioni a quel punto: chiusura delle frontiere commerciali o replicare con una svalutazione propria. In entrambi i casi, di mezzo ci andrebbe il commercio mondiale, che in questi mesi non sta esattamente bene.  

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