La Cina fermerà la stretta sui tassi negli USA della Fed? Ecco le ragioni in favore di Trump

Il sorpasso dei rendimenti a breve americani su quelli cinesi apre un possibile nuovo capitolo di scontro tra Casa Bianca e Pechino, con il cambio tra yuan e dollaro indebolitosi di oltre il 6% quest'anno. E la Fed non potrà che monitorare la situazione.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il sorpasso dei rendimenti a breve americani su quelli cinesi apre un possibile nuovo capitolo di scontro tra Casa Bianca e Pechino, con il cambio tra yuan e dollaro indebolitosi di oltre il 6% quest'anno. E la Fed non potrà che monitorare la situazione.

Quando si parla di spread, tutti a seguire il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi. Eppure, qualcosa di apparentemente clamoroso è accaduto questo fine settimana da poco trascorso, quando un altro spread è sceso in territorio negativo. Parliamo di quello tra i T-bills emessi dagli USA con scadenza 12 mesi e gli omologhi della Cina: i primi rendevano il 2,66% contro il 2,56% dei secondi. In pratica, per la prima volta da decenni, Pechino ha registrato sul mercato secondario un costo per il suo debito sovrano a breve più basso di quello della superpotenza mondiale. Strano a dirsi, se è vero che all’inizio dell’anno, lo spread tra i due titoli si attestava a 200 punti base e in favore dei T-bills, i quali rendevano intorno all’1,8% contro il 3,8% dei titoli cinesi di pari scadenza. Al momento, la situazione sembra tornata alla “normalità”, con i primi a offrire il 2,65% contro il 2,72-3% dei secondi. Quanto al tratto decennale, lo spread resta ancora a favore dei titoli del Tesoro americano, ma il differenziale con Pechino si sta restringendo a ritmi impressionanti, passando da 147 a meno di 34 punti base. Oggi, i Treasuries a 10 anni rendono il 3,05-6% contro circa il 3,40% degli omologhi emessi da Pechino.

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Abituati a pensare che lo spread rifletta essenzialmente il diverso rischio di credito percepito dal mercato, dovremmo supporre che gli investitori nel mondo giudichino il debito cinese più sicuro di quello americano. Non è evidentemente così. Rendimenti differenti rispecchiano anche diverse aspettative sui tassi di cambio (non è così dentro l’Eurozona, a meno da non scontare la possibile uscita dall’area di uno stato), oltre che la divergenza monetaria tra due economie. Sta accadendo che la Federal Reserve si accinga a dicembre ad alzare i tassi negli USA per la quarta volta quest’anno, portandoli al 2,5%. Al contrario, la Banca Popolare Cinese (PBoC) non pare essere intenzionata a restringere le condizioni monetarie, specie adesso che l’economia cinese sta rallentando e che i dazi imposti dall’amministrazione Trump su prodotti cinesi per oltre 200 miliardi di dollari preoccupano il governo di Pechino, essendo le esportazioni il principale driver della crescita per il Dragone asiatico.

La Cina resta accomodante sui tassi

Negli ultimi mesi, più volte la PBoC ha abbassato il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche, al fine di liberare liquidità e sostenere il credito a imprese e famiglie, rafforzando la domanda interna. Anche questo ha concorso a indebolire lo yuan, che ha perso contro il dollaro il 6,2% quest’anno, attestandosi a un tasso di cambio di 6,94. La Casa Bianca teme che si tratti di una mossa del governo cinese per sterilizzare almeno in parte i dazi. Può essere, ma i dati sul deficit delle partite correnti ci raccontano una realtà più complessa, caratterizzata principalmente da una fuga di capitali in atto dalla Cina e che verosimilmente proseguirà fino a quando il mercato non percepirà che proprio il cambio avrà toccato il punto più basso.

Quanto alla forma della curva dei rendimenti cinesi, essa si mostra stabile negli ultimi mesi. Lo spread tra decennali e biennali viaggia intorno ai 50 punti base, mentre negli USA si attesta su valori dimezzati, seppure stabili anch’essi dalla fine dell’estate, anzi in lieve allargamento nelle ultime settimane. Da notare come i decennali a stelle e strisce stiano rendendo ai minimi da fine settembre, un fatto che si spiegherebbe con la percezione del mercato per cui la Fed non avrebbe più tutta questa certezza di continuare ad alzare i tassi altre 3 volte l’anno prossimo, portandoli al 3,5%. Stando agli analisti, il tasso “neutrale”, quello che né stimolerebbe e né colpirebbe l’economia americana, si attesterebbe al 3%. Se è vero che l’istituto ha segnalato di volerlo infrangere leggermente al rialzo dopo un decennio molto accomodante, le condizioni affinché ciò avvenga starebbero venendo meno, tra tensioni commerciali con la Cina, il ripiegamento degli indici a Wall Street e una crescita globale in calo.

Proprio quanto sta accadendo sul monetario cinese indurrebbe la Fed a stare ancora più attenta a mostrarsi troppo restrittiva sui tassi. Spread azzerato con i titoli di stato di Pechino implica un rafforzamento ulteriore del dollaro e questo colpirebbe gli USA da due versanti: accrescerebbe il deficit commerciale con la Cina, già a livelli record, peraltro frustrando gli obiettivi del governo americano; rafforzando il dollaro, l’America importerebbe deflazione dalla Cina. Viceversa, l’inflazione in Cina sta salendo quest’anno, essendosi attestata al 2,5% a settembre e ottobre, in rialzo dall’1,5% di gennaio. Fatta eccezione per il dato di febbraio, trattasi del livello più alto da inizio 2017. L’indebolimento dello yuan, dunque, contribuirebbe a reflazionare l’economia cinese. Si consideri, invece, che l’inflazione negli USA ha avuto un andamento calante da questa estate, pur risalendo al 2,5% in ottobre, trainata dal caro petrolio. Il tonfo di quest’ultimo nell’ultimo mese, però, suggerisce che anche negli USA del super dollaro le forze deflattive potrebbero attecchire e indurre la Fed, complice la Cina, a prendersi una pausa prima di alzare ancora i tassi dopo quest’anno.

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Argomenti: bond sovrani, Economia USA, Economie Asia, Fed, Presidenza Trump, Rallentamento dell'economia cinese, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA