La Cina complotta contro l’America di Biden grazie al petrolio e sostiene l’Iran dell’ayatollah

Pechino sta aggirando le sanzioni americane contro Teheran e i dati sulle esportazioni di greggio a marzo ne sono la più forte conferma

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L'Iran esporta molto petrolio verso la Cina

Se pensavate che l’uscita dalla Casa Bianca di Donald Trump avrebbe disteso i rapporti tra USA e Cina, avete preso senz’altro lucciole per lanterne (cinesi). Il deterioramento, già scaturito quando alla presidenza c’era Barack Obama, è strutturale e riguarda la governance globale dei prossimi decenni. Pechino è diventata negli ultimi 20-30 anni la manifattura del mondo, riuscendo a produrre beni di ogni tipo a basso costo, grazie a una manodopera abbondante e retribuita nettamente meno che in Occidente. La pandemia ha messo a nudo i difetti di una globalizzazione impostata su catene produttive troppo lunghe, ma l’eventuale processo di “reshoring” non sarebbe né facile, né immediato.

I cinesi sanno di potersi permettere di sfidare la leadership americana e lo stanno segnalando in questi mesi. Se con Trump hanno giocato al “tit-for-tat” sui dazi, l’ingresso di Joe Biden nello Studio Ovale ha ridotto persino i timori circa una possibile reazione furiosa di Washington al raggiro delle sanzioni contro l’Iran. Secondo la società di data intelligence Kepler, nel mese di marzo le esportazioni di petrolio dall’Iran verso la Cina ammonterebbero a una media di 896 mila barili al giorno, ai massimi dall’aprile 2019.

Eppure, formalmente il greggio di Teheran risulta sotto embargo dagli USA, per cui chi lo acquistasse si ritroverebbe ad essere escluso dal circuito finanziario americano. Insomma, verrebbe tagliato fuori dal principale mercato dei capitali. Ma Pechino sta spernacchiando Washington, pur attraverso la tecnica sottile delle importazioni “ship-to-ship”. Esse consistono nel caricare il greggio da una nave all’altra in acque internazionali, così da celarne la reale provenienza. Grazie a questi espedienti, oggi l’Iran sta potendo esportare una quantità non indifferente di greggio, pur ancora meno di un terzo dei livelli massimi toccati nel 2018, permettendosi di snobbare l’appello rivoltogli dal segretario di Stato, Antony Blinken, a tornare a negoziare un nuovo accordo nucleare.

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Con una sola mossa, Pechino prende non due, bensì tre piccioni con una fava:

  1. acquista greggio iraniano a costi mediamente inferiori di 3-5 dollari rispetto al Brent;
  2. attira a sé l’Iran sul piano geopolitico, creando un sistema di alleanze anti-USA;
  3. indebolisce la leadership americana, sterilizzandone le sanzioni “ultra-territoriali”.

La Cina spernacchia l’America

Lo stesso si ripete con Corea del Nord e Venezuela, altri due stati nel mirino dell’Occidente e che Pechino sostiene sottobanco. Vi siete chiesti come sia mai possibile che il regno eremita, chiuso al mondo e a cui viene quasi del tutto impedito di commerciare per via delle sue minacce nucleari, riesca a sopravvivere all’embargo? Anche in questo caso, gli interscambi con la Cina avverrebbe quasi alla luce del sole, il resto via mare, attraverso anche l’uso di scompartimenti segreti di navi cargo, in cui vengono ammassate merci nascoste. E persino Caracas starebbe riuscendo a vendere greggio alla Cina. Lo scorso agosto, ad esempio, è stato rilevato il carico di 1,8 milioni di barili venezuelani sulla nave cargo Kyoto.

La Cina non teme di finire oggetto di sanzioni generalizzate di chicchessia per il semplice fatto di essere troppo grande per essere colpita. Le sue eventuali ritorsioni metterebbero in ginocchio le multinazionali occidentali, le stesse che producono a basso costo grazie a Pechino e che si ritroverebbero al contempo private di uno dei mercati di sbocco più grandi al mondo e certamente il maggiore sul piano del potenziale di crescita a medio termine. E così, l’ayatollah Khamenei rimanda al mittente l’invito al dialogo, consapevole che l’economia iraniana, per quanto fragile e peggiorata con le nuove sanzioni, eviterebbe il collasso definitivo grazie all’aiuto cinese.

Annualizzando le esportazioni di marzo verso Pechino, infatti, Teheran incasserebbe non meno di 20 miliardi all’anno, qualcosa come il 4,5% del PIL. E nessuno ci dice che da qui ai prossimi mesi, la Cina non aumenti ulteriormente le importazioni dall’Iran, consentendole di sopravvivere all’embargo e di farsi beffa dell’amministrazione Biden.

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