La Cina allunga le mani sull’Africa e punta a soppiantare l’America

La Cina stanzia altri 60 miliardi per l'Africa e diventa l'interlocutore privilegiato di una cinquantina di stati. L'obiettivo di Pechino è di crearsi una rete di rapporti autonoma dall'Occidente.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina stanzia altri 60 miliardi per l'Africa e diventa l'interlocutore privilegiato di una cinquantina di stati. L'obiettivo di Pechino è di crearsi una rete di rapporti autonoma dall'Occidente.

Una cinquantina di capi di stato e di governo africani ha partecipato questa settimana al Forum on China-Africa Cooperation a Pechino, con l’eccezione dello Swaziland, che continua a riconoscere Taiwan e non la Cina come interlocutore. Il presidente Xi Jinping ha riscosso un grosso successo d’immagine nel Continente nero, allorquando ha promesso lo stanziamento di altri 60 miliardi di dollari in 3 anni. Il vertice doveva essere co-presieduto da Jacob Zuma, l’ex presidente sudafricano sostituito a fine 2017 dall’attuale Cyril Ramaphosa, il quale si è premurato nello smentire le ricostruzioni di stampa dell’Occidente, secondo cui quello cinese sarebbe “neocolonialismo”. Niente affatto, sostengono i partecipanti con assoluta convinzione. I casi di successo del recente passato vengono presentati per accreditare l’idea di una partnership reciprocamente benefica o “win-win”, come si usa dire in un linguaggio un po’ più forbito. Tra questi, lo Standard Gauge Railway in Kenya, acclamato come esempio di infrastrutture funzionanti in Africa.

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Dei 60 miliardi annunciati, solo una decina sarebbe sborsata formalmente in qualità di “investimenti diretti stranieri”, perlopiù prestiti garantiti. E il Ghana ha sottoscritto già un paio di miliardi di aiuti sui 19 di cui si vocifera in tutto. Attenzione, però, perché una cosa sono le promesse, un’altra le erogazioni vere e proprie. Ne sa qualcosa proprio il Ghana, che nel 2010 con l’allora presidente John Atta-Mills aveva ottenuto aiuti teorici per 15 miliardi, quando ad oggi ne risulta avere ricevuti appena 3,5 miliardi. La discrepanza non è frutto della parola non mantenuta di Pechino, quanto delle condizioni abbastanza rigorose che la superpotenza asiatica richiede agli stati assistiti. Le procedure sono complesse e spesso i governi e gli stessi privati oggetto degli stanziamenti trascorrono più tempo a capire come adempiervi che non a come impiegare bene i proventi, finendo a volte per rinunciare agli aiuti.

E così, è accaduto, ad esempio, che agli enti locali dello Zimbabwe la Cina abbia chiesto la restituzione anticipata di 70 milioni di dollari, dopo la revoca di un finanziamento da 143 milioni destinato alla distribuzione di acqua potabile, preso atto della cattiva implementazione del progetto. In generale, poi, la Cina non regala nulla, com’è giusto e naturale che sia. Essa pretende che i progetti finanziati siano in sé in grado di garantire la restituzione dei finanziamenti, altrimenti non se ne fa nulla. E così, l’Angola ha potuto ripagare già di 45 dei 60 miliardi ottenuti, grazie al petrolio, secondo una tecnica impiegata da Pechino anche nell’America Latina, dove lo scambio è diventato sempre più tra prestiti e materie prime.

La visione lunga della Cina

Il governo cinese ha prestato già tra il 2000 e il 2014 qualcosa come 354 miliardi di dollari, non molti in meno dei 395 degli USA, di cui 97 di questi ultimi nella sola Africa sub-sahariana. Tuttavia, mentre Pechino segnala di volere intensificare le esposizioni verso il continente africano, l’America di Trump ha già fissato un taglio degli aiuti per i prossimi anni del 35%. Questo significa che la cinquantina di stati africani dipenderà sempre più dalla Cina, un’occasione ghiotta per l’affermazione geopolitica della potenza asiatica. E la stampa vicina al regime ha difeso a spada tratta la politica sino-africana dagli attacchi occidentali, rispedendo al mittente le accuse di neocolonialismo e notando, al contrario, come il debito delle economie africane sia stato accumulato in passato e quello odierno verso Pechino sarebbe una percentuale minima del totale.

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Comunque la si guardi, i vantaggi restano indubbi pure per la Cina, che riesce ad attingere a materie prime e mercati di sbocco per le sue merci, in cambio di prestiti certamente a interessi molto bassi, ma che vengono ripagati dai debitori su altri piani, ossia anche attraverso un crescente assoggettamento politico verso il creditore. L’obiettivo finale espresso sarebbe quello di un’area di libero scambio tra Cina e Africa. Gli interscambi commerciali tra le due ammontano già a 170 miliardi all’anno e le imprese di entrambe le realtà avrebbero tutto da guadagnare da un azzeramento dei dazi. Certo, si consideri che il pil medio pro-capite africano si attesta ancora su valori pari a un decimo di quello cinese, per cui il potere di acquisto dei consumatori del continente sarebbe relativamente troppo basso per potere costituire oggi una domanda significativa per le merci cinesi. Vero è, però, che ragionando in prospettiva le potenzialità sarebbero tutte favorevoli alla Cina, perché se i redditi africani cresceranno, a beneficiarne sarebbero i suoi esportatori, grazie a una diplomazia che avrà attirato a sé un mercato da 1,4 miliardi di persone e che tendenzialmente vedrebbe triplicare il numero dei suoi consumatori da qui ai prossimi decenni, mentre la popolazione cinese dovrebbe stagnare o persino declinare.

E, infatti, uno degli obiettivi del forum consiste nel potenziare gli scambi commerciali a 400 miliardi di dollari entro già il 2020. Il senso di tanta fretta da parte di Pechino non sembra difficile da capire: Xi vuole trovare un mercato alternativo a quello americano dopo il cambio di impostazione in senso protezionistico della politica commerciale americana con l’avvento dell’amministrazione Trump. Certo, servirebbero oggi almeno 10 Afriche per soppiantare del tutto l’America e, in effetti, stiamo parlando di prospettive a lungo termine. E se si considera il progetto della nuova Via della Seta, che annovera tra i potenziali partner strategici una cinquantina di stati asiatici, si comprende meglio come Pechino si stia muovendo per prescindere dall’Occidente o almeno per neutralizzarne minacce e mosse.

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Argomenti: Altre economie, economie emergenti, Rallentamento dell'economia cinese