La caduta dell’indice FAANG: -$400 miliardi in pochi giorni, ora paga anche Amazon

Quasi 400 miliardi persi in pochi giorni dall'indice FAANG, un misuratore dell'andamento del comparto tech a Wall Street. Non solo lo scandalo Facebook. Adesso, inizia a pagare pegno pure Amazon.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Quasi 400 miliardi persi in pochi giorni dall'indice FAANG, un misuratore dell'andamento del comparto tech a Wall Street. Non solo lo scandalo Facebook. Adesso, inizia a pagare pegno pure Amazon.

Anche Amazon si associa ai forti ribassi di questi giorni del comparto tecnologico negli USA, e non solo. Complice un articolo di Axios, generalmente ben addentrato nelle vicende della Casa Bianca, il titolo ha chiuso in calo del 4,4% ieri, ma nel corso della seduta era arrivato a crollare di oltre il 7%. In un solo giorno, il colosso delle vendite online ha bruciato così quasi 32 miliardi di capitalizzazione a Wall Street. Che cos’è accaduto? Sono state riportate le indiscrezioni, secondo cui il presidente Donald Trump punterebbe a cambiare il sistema di tassazione per le vendite in rete, in modo da colpire i profitti del suo arcinemico Jeff Bezos, dal 2013 a capo del Washington Post, il quotidiano americano più schierato contro l’amministrazione.

I rapporti tra Trump e Bezos sono tesi da tempo, come testimoniano diversi tweet del primo, l’ultimo dei quali risalenti all’agosto scorso, nei quali accusa Amazon di distruggere posti di lavoro, colpendo in maniera scorretta il retail tradizionale e l’operatore postale Upbs. Su pressione delle autorità, il gigante online ha iniziato ad applicare ai prodotti venduti direttamente le tasse statali, ma i concorrenti chiedono che faccia altrettanto per quelli venduti per conto terzi. Per quanto la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, abbia smentito ieri che il presidente abbia in mente di colpire una qualche specifica società, i mercati hanno iniziato a vendere.

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Ad ogni modo, dicevamo che tutto il comparto delle realtà digitali è stato oggetto di vendite nelle ultime settimane. Ce lo chiarisce meglio il cosiddetto indice FAANG, un acronimo giornalistico con cui si fa riferimento a 5 tra i titoli più capitalizzati a Wall Street e appartenenti a società attive nel business della rete: Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google. Ai massimi del mese, ovvero tra la seconda e la terza settimana di marzo, capitalizzava complessivamente 3.167 miliardi di dollari, una volta e mezza il pil italiano, mentre nelle ultime 2-3 settimane ha perso mediamente il 12%, “bruciando” 382,5 miliardi. Si consideri che nello stesso arco di tempo, la borsa americana ha perso intorno alla metà.

Colossi online nel mirino dei governi

Nel dettaglio, a rimetterci di più in valore assoluto è stato Google, o meglio la controllante Alphabet, che ha perso quasi 112 miliardi, mentre con quasi 20 miliardi è stata Netflix ad avere perso di meno, sempre in valore assoluto. Per il resto, Facebook ci ha lasciato 93 miliardi, Amazon 80,4 e Apple 77,5. Il social di Mark Zuckerberg, come sappiamo, è da giorni nell’occhio del ciclone per lo scandalo legato alla cattiva conservazione dei dati e alla massiva violazione della privacy degli utenti. La mela morsicata, invece, è probabile che paghi anche e, soprattutto, i timori di una guerra commerciale tra USA e Cina, con Pechino ad avere reagito ai dazi di Trump su acciaio e alluminio con la minaccia di chiudere il proprio mercato alle importazioni di prodotti americani come gli iPhone. E l’ultima versione X di Tim Cook ha visto vendere qui quasi un quarto dei pezzi totali al 31 dicembre scorso (7 su 29 milioni).

In termini percentuali, è stato proprio Facebook ad essere arretrato di più in un paio di settimane, segnando -17,3%. Le perdite più basse, invece, sono state di Apple. Di certo, chi aveva in portafoglio un quantitativo elevato di titoli del FAANG, nelle ultime sedute ha sorriso poco. E si consideri che l’indice informale pesa per il 23% dell’S&P 500, per cui possiamo anche dire che, in un certo senso, ne caratterizzi l’umore. Ma siamo alla fine di una lunga corsa? Aldilà di valutazioni tecniche, la sensazione è che i governi stiano prendendo di mira i colossi della Silicon Valley, accusati di essersi trasformati in monopoli dall’impatto devastante sulle economie dei singoli stati, travolgendo concorrenti e spesso in barba alle norme, studiate non certo e quasi mai per essere applicate nell’era digitale.

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L’Europa sta persino varando una “webtax” dalla dubbia efficacia, ma che segnala il desiderio di larga parte dei suoi membri di tassare più pesantemente gli utili di colossi, che ormai fatturano quanto veri e propri stati, salvo pagare spiccioli laddove maturano i profitti. Del resto, l’accumulo di enormi quantità di liquidità (Apple ne detiene per oltre 285 miliardi di dollari) è proprio un indicatore della loro capacità di comprimere i costi a livelli impensabili per la concorrenza tradizionale, mostrando margini di profitto anche superiori al 40%, come nel caso di Facebook. E sono proprio questi nel mirino dei governi, che subiscono in misura crescente le pressioni della “old economy”, preoccupata di finire travolta e saccheggiata dal nuovo che avanza.

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Argomenti: bolla finanziaria

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