La Buona Scuola? Con presidi responsabili e chiamata diretta dei docenti al posto dei concorsi

Niente più chiamata diretta per i docenti, come era stato previsto dalla Buona Scuola del governo Renzi. Ma siamo sicuri che sia un reale progresso per gli studenti italiani?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Niente più chiamata diretta per i docenti, come era stato previsto dalla Buona Scuola del governo Renzi. Ma siamo sicuri che sia un reale progresso per gli studenti italiani?

Il governo giallo-verde ha iniziato a smontare la “Buona Scuola” voluta dal governo Renzi e che tanta popolarità è costata al PD. Con un accordo tra Miur da una parte e Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Gilda dall’altra, è stata cancellata la “chiamata diretta” dei docenti, ovvero la possibilità consentita ai presidi di far fronte alle esigenze dell’istituto con l’assunzione di docenti senza passare per le graduatorie, bensì attingendo dai curricula inviati. Invece, viene ripristinato il sistema esclusivo della graduatoria e dei punteggi per le assunzioni e allo stesso tempo il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha annunciato che presto verrà eliminata anche la previsione legislativa che ha reso possibile dal 2015 questa modalità di reclutamento degli insegnanti. Ciò avverrà verosimilmente con un decreto del governo.

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Facciamo un passo indietro proprio al 2015, quando con orgoglio il governo Renzi riformò tra le critiche alcuni tratti salienti del nostro sistema scolastico, introducendo per i presidi la possibilità di reclutare docenti sulla base delle competenze necessitate, senza passare per le graduatorie dei concorsi. La finalità era nobile, ovvero avvicinare i bisogni dell’utenza (gli studenti) al servizio e trasformare sempre più in concreto il preside in un manager, assegnandogli compiti pregnanti. Diciamo subito che la chiamata diretta non è mai decollata. Farraginosa l’individuazione dei docenti, dovendo passare per lo screening dei curricula, il quale a sua volta richiede tempo. E i presidi, come il personale docente, sono da troppo tempo seppelliti quotidianamente da una montagna di incombenze burocratiche, che sembrano create apposta per mortificare il senso della loro professione nobilissima.

Di fatto, si erano registrate numerose difficoltà in fase di attuazione della normativa, perché spesso i presidi non hanno avuto modo di trovare in zona docenti con il profilo richiesto e l’assunzione è dovuta passare per l’ufficio scolastico. I sindacati gioiscono, considerando la cancellazione della chiamata diretta un punto segnato nel senso di una minore discrezionalità dei presidi e, quindi, di una maggiore trasparenza della scuola. E forse avrebbero pure ragione nello specifico, sebbene rischino di difendere un sistema insostenibile nel suo impianto.

Le inefficienze della scuola pubblica

La scuola è il fondamento di qualsiasi società evoluta, nonché il vero motore della crescita in un’economia avanzata. Garantire agli studenti il migliore servizio possibile equivale a porre le basi per lo sviluppo di una società progredita e capace di generare maggiore ricchezza, nonché di dare vita a una democrazia realmente compiuta, la quale non sarà mai tale con un analfabetismo funzionale preponderante in uno stato come l’Italia, come ci segnalano con preoccupazione le classifiche internazionali. Dunque, interroghiamoci su quale sia il modello scolastico che possa garantire all’utenza il servizio migliore e quanto più efficiente possibile, ovvero consentendo anche l’eliminazione di sprechi.

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Se la scuola fosse interamente privata, le famiglie sceglierebbero per i propri figli un istituto o l’altro sulla base della qualità dei docenti e dei costi sostenibili. Il rischio di un siffatto sistema è evidente: i ricchi potrebbero permettersi le scuole migliori, i poveri forse nemmeno di mandare i figli alle elementari. E allora, naturale che sia lo stato a occuparsi di garantire a tutti un’istruzione minima, che nei decenni è finita per consistere in Italia in 12 anni di frequenza obbligatoria e grosso modo gratuita per tutti. Un sistema pubblico consente a studenti ricchi e poveri di sedere negli stessi banchi, ma presenta in sé il rischio di offrire un servizio scadente, in quanto mancano in esso i presupposti dell’efficacia e dell’efficienza legati al modus operandi del settore privato: nessuna concorrenza, assenza di prezzi e mancanza di stimoli, anche da parte delle famiglie, per scegliere effettivamente gli istituti migliori per i figli.

Partiamo da quest’ultimo aspetto: se come genitore so che a mio-a figlio-a serve solo il classico “pezzo di carta” con il massimo voto possibile per entrare nel mondo del lavoro, specie nel settore pubblico, mi interesserà che la scuola glielo fornisca senza difficoltà. Insomma, preferirò un docente scarso e di manica larga, anziché uno severo e preparato. Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio, ciò che conterebbe nel mondo del lavoro, settore pubblico compreso, sarebbero le conoscenze effettivamente maturate dal candidato, non il pezzo di carta. A quel punto, un genitore avrebbe tutto l’interesse a far sì che il/la figlio-a le acquisisca, cioè che abbia insegnanti bravi.

La scuola in un sistema privatistico

E qui nasce il secondo ordine di problemi. Come possiamo immaginare che un docente sia bravo, quando la sua assunzione passa per la vincita a un concorso pubblico, che sembra spesso più una sorta di mega-lotteria nazionale? E anche quando effettivamente a superare un concorso fossero i più preparati, siamo sicuri che i vincitori siano anche i più idonei ad insegnare, ovvero a trasmettere ad altri le proprie conoscenze? L’attuale sistema condanna, quindi, scuola e famiglie a sorbirsi docenti sulla base di una graduatoria, spesso persino risalente a chissà quanti anni prima, che in sé non implica alcuna garanzia per la qualità dei docenti. In una stessa classe, coesisteranno insegnanti bravi e altri meno bravi e pure qualcuno del tutto sprovvisto della capacità di tenere una sola lezione. Eppure, tutti godono dello stesso stipendio e nessuno di loro può essere licenziato.

Immaginiamo un attimo che tutti i docenti fossero assunti per chiamata diretta, ovvero per selezione dei presidi e sulla base dei curricula inviati in segreteria. Si dirà che così si foraggerebbe il familismo, la corruzione, tutti rischi molto concreti e presenti, specie in un paese come l’Italia. E, però, non è finita qui. A differenza della “Buona Scuola”, bisognerebbe introdurre una postilla, secondo cui il preside sarebbe anche responsabile dei risultati degli studenti e pagherebbe in prima persona, nel caso in cui questi fossero negativi, finanche perdendo il posto. In sostanza, sarebbe davvero come quel manager di una spa, che mancando di produrre utili in linea con le attese, viene licenziato dall’assemblea degli azionisti o perde il diritto ai bonus. In un simile sistema, il preside-manager non avrebbe alcuna convenienza ad assumere parenti e amici, specie se scarsi, visto che sarebbe il primo a pagare insieme a loro, nel caso in cui i risultati fossero deludenti. In più, l’istituto sarebbe soggetto a costante monitoraggio da parte degli organi ministeriali e perderebbe contributi pubblici, segnalando alle famiglie che i servizi offerti siano insoddisfacenti.

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Quel che è mancato alla Buona Scuola renziana è stato il principio di responsabilità dei presidi, unico reale baluardo contro gli abusi, a sua volta connesso all’istituzione di un sistema riconosciuto, concordato e misurabile dei risultati su base nazionale. In realtà, il nostro sistema scolastico va rivisto dalle fondamenta, privatizzato non nel senso di ceduto ai privati, quanto gestito come se fosse un ente privato, perseguendo efficienza ed efficacia, con le famiglie dall’altra parte del “mercato” a pretendere la migliore istruzione possibile per i propri figli, i quali rischierebbero altrimenti di restare ai margini del mondo del lavoro. Serve una rivoluzione copernicana del modo di concepire la scuola, che sembra spesso essere un servizio più volto a soddisfare i bisogni di chi ci lavora che non legato alle esigenze di chi vi studia.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia