La Brexit senza accordo minaccia l’Europa e si allontana la stretta BCE sui tassi, ecco gli scenari

La Brexit rischia concretamente di diventare "hard" per tutti e la BCE di Draghi ha adesso minori margini di manovra sui tassi. Incombe lo spettro della stagnazione nell'Eurozona.

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La Brexit rischia concretamente di diventare

Theresa May entrerà nella storia britannica, e non per una buona ragione. Sarà ricordata come la premier, il cui governo subì la più cocente sconfitta in Parlamento. Ieri, il suo accordo sulla Brexit è stato bocciato con 432 voti contrari e 202 favorevoli. Il margine negativo è stato, quindi, di ben 230 deputati, quando veniva considerata una mezza disfatta arrivare a una sessantina. La debacle è stata così totale, che il leader laburista Jeremy Corbyn ha presentato una mozione di sfiducia contro di lei, la quale verrà messa ai voti oggi a Westminster. Tuttavia, parrebbe di capire che la premier se la caverà. Sia gli avversari interni dei Tories che gli alleati unionisti nord-irlandesi del DUP hanno annunciato che non appoggeranno la mozione, pur avendo ieri affossato l’esito del negoziato tra Londra e Bruxelles per gestire l’uscita del Regno Unito dalla UE.

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Pur umiliata, quindi, la May resterà probabilmente in carica e stavolta a salvarla saranno proprio i più accesi sostenitori della Brexit, capeggiati dall’ex ministro e sindaco di Londra, Boris Johnson. Perché? Se il governo cade, si andrebbe con ogni probabilità ad elezioni anticipate e i laburisti nei sondaggi sono dati per vincenti. A quel punto, l’ipotesi di un secondo referendum diverrebbe concreta e Londra potrebbe non uscire mai più dalla UE. Dunque, serve adesso sostituire l’accordo sulla Brexit con uno migliorativo delle condizioni strappate ai commissari. DUP e “Brexiters” puntano a rassicurazioni sul “backstop” relativo al confine tra le due Irlande. In pratica, non vogliono che l’Irlanda del Nord rimanga assoggettata sul piano commerciale alle regole comunitarie per evitare di reintrodurre i confini fisici ed economici con la Repubblica d’Irlanda, lamentando che così la UE riuscirebbe a separare la regione dal resto del Regno Unito.

Gli scenari sulla Brexit

Commentando l’esito del voto, il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha detto ieri che “il tempo è quasi finito”, mentre poco prima della votazione, il cui esito appariva scontato, dalla Germania il governo federale lasciava aperta la porta a nuove trattative sull’accordo, pur mostrandosi scettico sulla possibilità di modificarlo sostanzialmente. I tedeschi non possono permettersi che Londra divorzi da Bruxelles senza un’intesa, perché a rischio vi sarebbe così il loro surplus commerciale annuo nel Regno Unito di una trentina di miliardi di euro. La stessa Italia vanta esportazioni nette nell’ordine dei 10-15 miliardi annui, numeri molto simili a quelli della Francia. Dunque, serve correre ai ripari, perché la linea punitiva sin qui seguita dal team negoziale messo in piedi dai commissari e guidato da Michel Barnier si è rivelata l’ennesimo disastro di una UE fuori di bussola.

Adesso, se sopravvivrà alla sfiducia, la May dovrà ripresentarsi in Parlamento entro 3 giorni (da ieri) e spiegare come intende procedere con il negoziato. In teoria, tre le ipotesi maggiormente in campo: concordare con la UE la proroga dei termini previsti dall’Articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita dalla UE, la quale altrimenti scatterebbe automaticamente il 29 marzo prossimo; trovare un’intesa preliminare con i commissari sugli aspetti critici dell’accordo bocciato ieri; ritirare unilateralmente tale uscita, nel caso di bocciatura dei due precedenti punti da parte di Bruxelles, in pratica tornando all’inizio del processo negoziale.

Gli anti-UE più accesi puntano al modello norvegese, ovvero a una unione doganale, che preservi il mercato unico delle merci e dei servizi, senza che ciò implichi anche la permanenza di Londra nelle istituzioni comunitarie. Tuttavia, non vogliono soggiacere alla Corte di Giustizia UE, cosa che viene considerata una riduzione della sovranità politica e giuridica britannica nel post-Brexit. Particolarmente sentita è, poi, la questione dell’ingresso dei lavoratori comunitari, che l’ala destra dei Tories vorrebbe fosse regolata esclusivamente dalle decisioni nazionali e non reso automaticamente libero come oggi. L’ipotesi minimal sarebbe di conservare l’accordo, cancellando lo status speciale sull’Irlanda del Nord.

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Il peso della “hard Brexit” sulla BCE di Draghi

Ad ogni modo, da ieri sera il “no deal” diventa uno scenario quanto mai concreto. Se i britannici lasciassero la UE senza un accordo, tra due mesi e mezzo s’innalzerebbero automaticamente barriere doganali tra le due parti e una serie di ambiti, tra cui la pesca, rimarrebbero esposti a controversie giuridiche, con la conseguenza che i commerci rischiano la paralisi e la stessa finanza sarebbe priva di certezze, dato che a Londra viene negoziata una mole enorme di contratti derivati in euro, la cui gestione verrebbe reclamata dalla UE sul territorio comunitario. Sarebbe, insomma, “hard Brexit”. Il problema di questa fase si chiama anche Angela Merkel, la cui debolezza politica dentro e fuori la Germania sta impedendo alla cancelliera di agire per salvaguardare gli interessi economici tedeschi e, per estensione, di tutti i partner comunitari, lasciando le trattative nelle mani dei commissari, sulla cui capacità di percepire i problemi sarebbe meglio stendere un velo di pietà.

La Brexit costituisce uno dei principali fattori di rischio “esterni” per l’Eurozona, assieme alle tensioni commerciali e al rallentamento della Cina. Da alcune ore, è diventato il rischio più incombente per l’area e questo pone la BCE dinnanzi a un quadro ancora meno favorevole per ipotizzare l’avvio della stretta monetaria quest’anno. Anzi, dopo la pubblicazione di dati negativi sulla produzione industriale a novembre in varie economie, come Germania, Francia e Italia, la stagnazione sembra lo spettro contro cui combattere in questi mesi. La prima risposta il governatore Mario Draghi potrebbe darla sin dalla fine di gennaio, quando al primo board dell’anno lancerebbe il ripristino delle aste T-Ltro dai prossimi mesi, sebbene l’annuncio venga ancora atteso per marzo. Un suo anticipo, però, diverrebbe necessario per distendere gli animi tra le banche dell’unione monetaria, oltre che per incoraggiare le aspettative delle imprese e degli investitori.

Improbabile che nel comunicato ufficiale, la BCE muti qualche virgola, per cui il linguaggio dovrebbe essere mantenuto per il momento invariato, in attesa di capire gli sviluppi dell’economia. In altre parole, il riferimento a “tassi fermi fino all’estate” resterà, anche perché l’uscita dal “quantitative easing” è avvenuta solamente a inizio di questo mese, per cui occorre non confondere o allarmare i mercati con una comunicazione schizofrenica. La stessa Brexit, poi, potrebbe avere esiti del tutto diversi da qui a poche settimane: o confermerà lo scenario più temuto, con il divorzio tra Londra e Bruxelles ad essere siglato senza un accordo sul dopo, o il tutto potrebbe risolversi con un’intesa dell’ultimo minuto. Ricordate la Grecia nell’estate del 2015? Fino al 12 luglio sera fu a un passo dall’uscire dall’euro, ma all’alba del 13 firmava clamorosamente il terzo salvataggio in 5 anni. Cambiano i soggetti, ma la recita resta uguale. Con l’unica differenza che gli inglesi non sono i greci e il loro orgoglio nazionale potrebbe indurli a gettare il cuore oltre l’ostacolo, mandando al diavolo commissari ed euro-burocrati, confidando negli USA di Donald Trump per trovare un mercato di sbocco altrettanto ricco e alternativo a quello europeo.

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