'La Brexit seppellisce gli europeisti, laburisti UK massacrati alle urne

La Brexit seppellisce gli europeisti, laburisti UK massacrati alle urne

Crollo dei laburisti alle elezioni locali nel Regno Unito, mentre i conservatori del premier Theresa May fanno il botto. Premiato sulla Brexit e a un mese dalle elezioni politiche anticipate, il governo esce rafforzato in avvio di negoziato con la UE.

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Crollo dei laburisti alle elezioni locali nel Regno Unito, mentre i conservatori del premier Theresa May fanno il botto. Premiato sulla Brexit e a un mese dalle elezioni politiche anticipate, il governo esce rafforzato in avvio di negoziato con la UE.

I risultati delle elezioni amministrative nel Regno Unito non sono ancora del tutto disponibili, ma i dati parziali che stanno emergendo ci indicano chiaramente che gli elettori britannici hanno votato a valanga il Partito Conservatore del premier Theresa May, che starebbe riuscendo nell’impresa storica di stravincere una tornata locale, pur essendo al governo. Qualcosa di simile accadde solo sotto la Signora Margaret Thatcher e bisogna risalire a quegli anni per trovare un momento così buio per i laburisti di Jeremy Corbyn, che si starebbero avviando a una batosta peggiore delle già foschissime previsioni, quando manca un mese alle elezioni anticipate dell’8 giugno.

Quando sono in Italia le ore 16.00, sappiamo che su 88 consigli comunali rinnovati per un totale di 4.851 seggi a disposizione, i conservatori ne hanno già ottenuti 21 (+10) e 1.346 seggi (+383), i laburisti ne hanno conquistati 6 (-4) e 751 seggi (-267) e i liberaldemocratici hanno raggiunto 300 seggi, perdendo 36. Scomparso l’Ukip, il partito indipendentista a sostegno della Brexit, che ha ottenuto al momento un solo seggio, perdendo 105. (Leggi anche: Elezioni anticipate rischiano di triturare i laburisti)

Boom per conservatori, crollo per i laburisti

Sarà interessante verificare come procederà lo spoglio in Scozia, dove i nazionalisti dovrebbero tenere botta, ma i conservatori potrebbero conquistare un numero di seggi ai consigli locali mai così alto da decenni, a spese chiaramente dei laburisti. A Glasgow, per la prima volta dal 1980, questi ultimi hanno perso la maggioranza a tutto vantaggio dello Scottish National Party del First Minister Nicola Sturgeon, mentre ad Aberdeen sarebbero scesi al terzo posto, scavalcati dai conservatori. Nel Galles, il partito laburista locale Plaid Cymru ha sinora guadagnato 33 seggi, conquistandone 153, avendo marcato le distanze dalla gestione del Labour nazionale.

Quest’ultimo detiene adesso il record negativo nella storia politica britannica di tre sconfitte amministrative di seguito. (Leggi anche: Indipendenza Scozia pessima risposta a Brexit)

Come possiamo riassumere la carrellata di numeri citati? Boom per i conservatori, tonfo per i laburisti, male anche per i libdem e fine per l’Ukip. Quest’ultimo non avrebbe più ragione di esistere con un Regno Unito indipendente dalla UE. Un dato, che non depone in favore del fronte anti-Brexit, il quale fa affidamento ormai quasi esclusivamente sui libdem, i quali escono ugualmente puniti dalle urne di ieri, pur di rilevanza amministrativa. Eppure, il segnale sembra chiaro: chi gioca a scombinare i piani di uscita dalla UE non viene apprezzato dagli elettori, che quasi con un moto patriottico starebbero rispondendo alla chiamata del premier e del suo partito per rafforzare il Regno Unito nelle trattative con Bruxelles.

Laburisti puniti per loro atteggiamento su Brexit

Stando ai sondaggi nazionali, i conservatori schizzerebbero oggi al 48% dei consensi, mentre i laburisti resterebbero fermi al 24%, la metà. Adesso, il governo è paradossalmente preoccupato della propria eccessiva forza, temendo che tra un mese gli elettori diano per scontato il risultato e nemmeno si rechino ai seggi. Il precedente del 1983 ci dice, però, che allora i conservatori prevalsero sui laburisti alle elezioni amministrative del 3%, ma a quelle successive nazionali ottennero un +15%. Non che il rischio di bassa affluenza sia scongiurato, ma certo che i problemi seri si pongono a sinistra, in questo momento.

Dal referendum del 23 giugno sulla Brexit ad oggi, i laburisti hanno evitato di confrontarsi con il governo sul futuro del Regno Unito fuori dalla UE, soffermandosi su aspetti procedurali e oscillando tra le posizioni più euro-scettiche del loro leader e quelle europeiste di buona parte del partito. La loro sconfitta sta tutta qui, nella loro apparente incapacità di accettare il responso popolare di un anno fa, recriminando contro i “Brexiteers” e offrendo l’immagine di chi vorrebbe indebolire l’esecutivo in avvio di negoziato con Bruxelles per decidere sulle modalità di uscita dalla UE.

(Leggi anche: Laburisti non escludono negoziato duro)

Il problema dei lavoratori europei

C’è un tema sopra ogni altro e ben più specifico, per il quale ieri sarebbe arrivata la batosta per i laburisti e che si annuncia tale anche alle elezioni politiche di giugno: l’immigrazione. La Brexit non è stata altro che la risposta politica alla domanda di ripristino della sovranità nazionale sul controllo delle frontiere. Oggetto del contendere con le istituzioni comunitarie è stato e sarà maggiormente nei prossimi mesi la possibilità per Londra di porre restrizioni all’ingresso di lavoratori residenti in uno stato UE.

Bruxelles eccepisce che senza l’accettazione del principio di libera circolazione delle persone, non potrà essere mantenuto l’accesso del Regno Unito al mercato comune, basandosi questi sull’indivisibilità delle quattro libertà previste nel Trattato di Lisbona: di circolazione dei beni, dei servizi, dei capitali e, appunto, delle persone. Un Regno Unito fuori anche dal mercato comune, oltre che dalla UE, darebbe vita a una “hard” Brexit, con conseguenze più dolorose per imprese e consumatori britannici. (Leggi anche: Brexit sarà hard)

Sarà hard Brexit

Ora, i laburisti hanno mostrato sinora di non sostenere il governo su una posizione di intransigenza, quella secondo cui il controllo delle frontiere dovrà essere ripristinato anche a costo di uscire dallo spazio comune di mezzo miliardo di consumatori. Al contrario, la sinistra britannica appare più preoccupata per la sorte dei 3,6 milioni di residenti europei dopo la Brexit. Posizioni più che legittime, ma che agli elettori britannici starebbero suggerendo una lontananza dei Labour dai loro bisogni già segnalati con il referendum di 11 mesi fa e ribaditi nitidamente anche con il rinnovo di migliaia di consigli comunali ieri.

Questi risultati rafforzano il governo May in vista delle elezioni e, soprattutto, dell’inizio del negoziato con la UE. Il confronto si annuncia molto duro, anche perché tattico. Bruxelles non può permettersi di concedere molto ai britannici, altrimenti rischierebbe di avallare l’uscita di altri paesi dalle istituzioni comunitarie.

Il linguaggio dei commissari e dei funzionari europei si è già molto irrigidito, tra richieste (non ufficiali) a Londra di pagamenti per 100 miliardi di euro successivi alla Brexit e battute francamente poco gradevoli, come quelle di oggi del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, il quale intervenendo a una conferenza a Firenze sullo stato dell’Unione ha premesso che non avrebbe parlato in inglese, “lingua in decadenza in Europa” con la Brexit, optando per esprimersi in francese. La reazione dei britannici, invece, non è stata a parole, ma a colpi di schede. E pensare che per l’appuntamento clou mancano ancora 34 giorni. (Leggi anche: Derivati in euro via da Londra, UE prova a punire la City per la Brexit)

 

 

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