La Brexit per la Germania sarà un pessimo affare nel lungo periodo

Perché la Germania ha tutto l'interesse a tenere il Regno Unito quanto più possibile ancorato alla UE anche dopo la Brexit? Ecco il timore dei tedeschi di danni nel lungo periodo per la loro economia.

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Perché la Germania ha tutto l'interesse a tenere il Regno Unito quanto più possibile ancorato alla UE anche dopo la Brexit? Ecco il timore dei tedeschi di danni nel lungo periodo per la loro economia.

Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, sostiene che le proposte per sventare il rischio di un mancato accordo debbano arrivare dal governo May, smentendo il pensiero di quanti ritengano che sia proprio la rigidità della Commissione europea ad avvicinare lo scenario di una “hard” Brexit, ossia di un’uscita disordinata del Regno Unito dalla UE. Si avvicina la fatidica data del 15 febbraio, entro la quale la premier Theresa May dovrà riferire al Parlamento sui progressi eventualmente compiuti con Bruxelles, avendo ricevuto il mandato di rinegoziare un nuovo accordo, dopo quello bocciato a larghissima maggioranza dai deputati il 15 gennaio scorso.

Non sarà facile siglarne un altro. Due i problemi più difficili da risolvere: il confine irlandese e il tipo di legame tra Londra e UE dopo la Brexit.

I due aspetti sembrano legati, essendo trapelata dai funzionari europei la disponibilità ad aprire sulla questione delle frontiere commerciali tra le due Irlande, a patto che Londra ceda sull’unione doganale. In pratica, il cosiddetto “backstop”, la garanzia che l’Irlanda del Nord non sarà separata dalla Repubblica d’Irlanda sul piano delle relazioni economico-commerciale e nemmeno attraverso la reintroduzione delle frontiere fisiche, non sarebbe più pretesa a tempo indeterminato nel caso di “no deal”. Tuttavia, in cambio i britannici dovranno impegnarsi a restare nell’unione doganale senza chiedere un trattamento privilegiato, ovvero accettando le medesime condizioni concesse a stati come Norvegia, Svizzera e Islanda per fare parte dell’EFTA, lo spazio economico che li lega alla UE, accettandone la libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e anche delle persone.

Sull’integrità delle quattro libertà fondamentali del mercato non sembrano esservi ad oggi margini per trattare. Dal canto loro, l’ala più intransigente dentro il governo e che fa capo alla destra dei Tories si mostra convinta che la Germania, in particolare, sarà costretta a cedere, specie adesso che la sua economia sembra entrata in stagnazione, attesa in crescita dallo stesso governo di Berlino di appena l’1% per quest’anno.

I tedeschi esportano per un valore netto di 30 miliardi di euro all’anno verso il Regno Unito, circa lo 0,9% del loro pil. Ciò implica che i potenziali “losers” o perdenti da una Brexit senza accordo sarebbero, anzitutto, proprio loro. E con le tensioni commerciali in auge tra USA e Cina, che stanno colpendo la stessa Eurozona, la Germania avrebbe tutto l’interesse a non aprire un nuovo fronte di rischi potenzialmente elevati, non solamente per il breve periodo.

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Londra per Berlino sarebbe opportuno che rimanesse quanto più agganciata alla UE anche dopo la Brexit. Perché? Per la ragione speculare per cui nel 1973 il Regno Unito intese entrare nell’allora CEE, cioè per tenere a bada l’Europa dal di dentro, impedendo alla Germania di assumere eccessiva influenza sul piano politico. Non è un caso che l’uscita per via referendaria sia avvenuta in coincidenza con la fase di massimo esercizio del potere da parte della Germania nella UE, senza che i britannici abbiano potuto fare molto per impedirlo, non essendo parte dell’Eurozona. E la moneta unica ha creato uno spazio all’interno della UE, in cui i tedeschi si sono saputi muovere sin dall’inizio per plasmare le istituzioni comunitarie a loro uso e consumo.

Qualche settimana fa, vi abbiamo dato la notizia della sottoscrizione di un trattato tra Francia e Germania, teso a consolidare i rapporti politici, economici e militari tra le prime due economie dell’Eurozona. Abbiamo commentato, avvertendo che tale intesa sarebbe un modo escogitato da Berlino per evitare che i francesi finiscano per fare da contraltare sull’euro, pretendendo l’adozione di riforme incompatibili con l’interesse strategico tedesco. Per essere più espliciti, la Germania non ha intenzione, come chiede il presidente Emmanuel Macron, di creare istituzioni comuni nell’unione monetaria per accentrare e condividere rischi e oneri, rifiutando l’euro come “unione di debiti”. Per questo, starebbe creando una sorta di mini-UE parallela per gestire i dossier più scottanti, imbrigliando Parigi in rapporti quasi di irreversibile condivisione della politica estera.

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Tedeschi e francesi non si fidano tra loro

I tedeschi vedono nei francesi i loro alleati naturali, essendo questi a capo della seconda economia dell’area e politicamente i più influenti, alla pari con loro stessi. Tuttavia, non si fidano di loro. La ragione è semplice: la Francia non è la Germania e questo Berlino lo sa benissimo, anche se finge spesso di ignorarlo. Sa, ad esempio, che l’economia francese sia tutt’altro che solida finanziariamente, trainata da una spesa pubblica che ha pochi eguali nel mondo (al 56-57% del pil), caratterizzata da una burocrazia ipertrofica che si avvale di 5 milioni di dipendenti pubblici, nonché da un debito pubblico al 100% e da conti annualmente squilibrati, pur beneficiando di tassi d’interesse quasi alla pari con quelli tedeschi. Per non parlare del ritardo di Parigi sul fronte delle riforme: mercato del lavoro solo da poco parzialmente reso più flessibile, legislazione sulle pensioni frastagliata e tendenzialmente lassista, una presenza ingombrante dello stato-imprenditore, assenza di liberalizzazioni in molti settori e mentalità “protezionistica” quando c’è da difendere le proprie imprese da scalate ostili di soggetti stranieri o si parla di rapporti commerciali.

I francesi – di destra e di sinistra, passando per Macron – non condividono la linea tedesca dell’apertura commerciale indiscriminata della UE al resto del mondo, come abbiamo notato negli anni passati con l’accordo di libero scambio USA-UE e noto come TTIP, soffocato in culla proprio dalle resistenze di Parigi, più che da quelle di Berlino. Questo, nonostante la retorica transalpina sulla “società aperta”. E non si tratta solo di ideologia: la Francia non è un’economia esportatrice, basando la propria crescita sulla domanda interna. La Germania lo è e ha bisogno di frontiere quanto più aperte possibili per vendere i propri prodotti al resto del mondo.

Lo stesso dicasi sul piano finanziario: i tedeschi sono risparmiatori e hanno posizioni all’estero a credito pari a oltre la metà del loro pil. Per questo, hanno bisogno di mercati dei capitali mobili, aperti e senza grossi ostacoli normativi o di natura fiscale.

I francesi sono per loro natura poco liberali in economia, ereditando l’impostazione colbertiana che risale ai secoli passati e che li vede nutrire grossi dubbi sul funzionamento del libero mercato. L’elenco degli esempi è lunghissimo. Il fenomeno dei “gilet gialli” docet e prima ancora l’improvvida introduzione della “Tobin tax” per colpire le transazioni finanziarie sin dal 2012. Per non parlare dell’uso dei poteri da parte del governo e delle authorities nazionali per evitare che soggetti sgraditi s’impossessino dei loro assets. E’ capitato all’Italia più volte di finire nel loro mirino, da ultimo con il caso Fincantieri-Stx. I tedeschi hanno bisogno di Londra per tenere a bada queste tendenze stataliste, che altrimenti nella UE rischiano di avere la meglio. Ora che i britannici stanno andando via, però, Berlino teme di essere finita da sola a difendere i valori cari all’impostazione pro-mercato e che si confanno bene al modello “mercantilista” tedesco.

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Per questo, la Brexit non deve significare anche abbandono totale del Regno Unito alla UE, essendo Londra un punto fermo nella difesa del libero mercato e del commercio internazionale. Serve, quindi, che ne resti ancorata in un qualche modo, magari attraverso una unione doganale, che nei fatti la coinvolgerebbe, pur informalmente, nel momento in cui ci sarebbe da decidere se stipulare o meno trattati di libero scambio con terze economie. Una UE senza il Regno Unito rischia di finire nelle mani dei “no” francesi e la Germania rimarrebbe priva di quel sostegno, che pure ha ottenuto da Oltremanica in occasioni come il TTIP. La Francia diverrà così rapidamente un alleato scomodo, accomunato solo a parole da valori e interessi, nei fatti dall’altra parte della barricata quando ci sarà da avviare un accordo commerciale con questo o quel paese o da decidere il tipo di legislazione finanziaria e fiscale. Parigi preme, ad esempio, per un’IVA e una corporate tax europee, al fine di impedire la concorrenza fiscale tra gli stati membri, a tutto discapito delle economie più competitive e che, avendo conti pubblici solidi come la Germania, godrebbero di margini per abbassare le imposte su redditi e utili.

Se questo è vero, la Brexit rischia di infliggere all’economia tedesca danni di lungo periodo ben superiori a quelli legati alle possibili minori esportazioni nel breve. Il rischio più concreto consiste nel finire in balia della Francia, la cui impostazione mentale sui dossier economici è spesso agli antipodi di quella tedesca. E i piccoli alleati del centro-nord non disporrebbero del potere sufficiente per “costringere” il resto del continente a seguirli, specie se Italia e Spagna fossero, com’è probabile, anch’esse dall’altra parte del tavolo delle trattative su ogni dossier. Non a caso, Macron tifa per la “hard” Brexit, fiutando il miraggio di una vittoria di lungo periodo, per cui la Francia godrebbe nei fatti di un potere di veto che farebbe valere e che utilizzerebbe per mercanteggiare sui capitoli che gli starebbero più a cuore di volta in volta. I tedeschi senza gli inglesi rischiano di riportare la classica vittoria di Pirro o “mutilata”, per usare una terminologia bellica ben più recente.

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