La Brexit stravolge l’Europa, cosa accadrà dopo il referendum?

La Brexit ha già rivoluzionato l'Europa. Cosa accadrà dopo il referendum? E l'Italia ha compreso la portata dell'evento?

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La Brexit ha già rivoluzionato l'Europa. Cosa accadrà dopo il referendum? E l'Italia ha compreso la portata dell'evento?

Mentre i sondaggi continuano ad assegnare un vantaggio dei “Remain” sui “Leave” al referendum del 23 giugno sulla permanenza o meno nella UE del Regno Unito (cosiddetta “Brexit”), sarebbe cresciuto il consenso tra gli uomini d’affari per divorziare da Bruxelles, cosa che la direbbe lunga sul basso gradimento riscosso dalle istituzioni comunitarie tra alcune categorie teoricamente dalla loro parte per interesse.

Ieri, il governatore della Bank of England, Mark Carney, è entrato a gamba tesa nel dibattito, lanciando l’allarme su una possibile entrata dell’economia britannica nella recessione tecnica, qualora dovessero prevalere i favorevoli alla Brexit. La sterlina, ha spiegato, potrebbe deprezzarsi ulteriormente e ciò spingerebbe la banca centrale di Londra ad alzare i tassi, colpendo i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese.

Regno Unito rinegozia condizioni permanenza nella UE

I risultati delle elezioni amministrative della settimana scorsa non avrebbero segnalato alcun trend favorevole alla Brexit, anche se bisogna ammettere che i consensi ottenuti dall’Ukip, unico partito totalmente schierato per lasciare la UE, sono stati più alti delle attese. Tuttavia, aldilù dell’esito dell’appuntamento, l’Europa sembra già esserne stata stravolta. Il Regno Unito ha ottenuto nel mese di febbraio quanto aveva chiesto a Bruxelles, tra le altre cose una maggiore tutela per i paesi non facenti parte dell’Eurozona, nonché la possibilità di limitare i benefici assistenziali in favore degli immigrati europei nel paese per un primo periodo di tempo dal loro ingresso. La rinegoziazione delle condizioni per la permanenza della UE hanno dato vita a uno status particolare per i sudditi di Sua Maestà, che potrebbe divenire un modello di riferimento per altri stati.      

Quale reazione a crisi UE?

La questione è quella esplosa con la crisi dei debiti sovrani: il Sud Europa e altri paesi dell’Est segnalano di non essere disponibili a farsi assoggettare dalla leadership tedesca. Il giornalista britannico John O’Sullivan, che scriveva i discorsi dell’ex premier Margaret Thatcher, ritiene che non sia ammissibile che un paese come l’Italia, che ha fatto la storia e la cultura dell’Europa per secoli, oggi sia trattato come “periferico” e si chiede, invece, se non sia il caso che Bruxelles conceda ai parlamenti nazionali la libertà di scegliere il grado di integrazione che preferirebbero. E’ proprio questo il vero mutamento potenzialmente in corso in questi mesi e che potrebbe emergere dopo il referendum sulla Brexit. Per evitare il collasso delle istituzioni comunitarie, la UE potrebbe mettere ciascun governo dinnanzi a una scelta: vuoi più o meno integrazione? Chi dovesse rispondere di sì farebbe parte di un nucleo più integrato, chi rispondesse negativamente resterebbe nella UE, ma non accettando un’integrazione oltre un certo grado. Già oggi esiste un nucleo “core”, rappresentato essenzialmente dalla Germania e dai suoi alleati, in primis, Olanda, Belgio, Austria e Francia, con quest’ultima sempre meno allettata a fare parte del club, a causa del forte euro-scetticismo montante in patria.

E’ questo nucleo a decidere sostanzialmente tutto e anche per conto degli altri paesi, dalla politica fiscale all’immigrazione.      

Due tentazioni opposte e negative dei governi

Ma siamo sicuri che ogni governo farebbe una scelta in linea con gli interessi della nazione che rappresenta? Non c’è il rischio che per cercare di fare parte di un club, avvertito come “esclusivo”, paesi come l’Italia non rispondano affermativamente alla chiamata su una maggiore integrazione, salvo recriminare successivamente sull’insostenibilità di alcune politiche? L’idea di O’Sullivan, ovvero di creare una differenziazione tra paese e paese, in sé sarebbe forse la soluzione migliore alla crisi di un’Europa ormai fin troppo popolare ovunque, ma l’esperienza anche più recente dimostra che senza il coinvolgimento dei popoli, le risposte dei governi sanno di aprioristico, si confrontano poco con i problemi reali. Ricordate il Fiscal Compact e l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione? Furono firmati in fretta e furia dal governo italiano, che godette di una fiducia quasi unanime del Parlamento su questi temi, ma a distanza di pochi mesi sono iniziati i distinguo di quasi tutti coloro che avevano approvato le nuove regole fiscali, che confrontandosi con gli elettori ne hanno compreso la portata impopolare. L’insegnamento della Brexit sta proprio in questo, nella capacità del governo britannico di sfidare il populismo da un lato e le tentazioni elitarie dall’altro, rivolgendosi agli elettori per fare decidere loro cosa fare del futuro del regno.

Paesi come l’Italia rischiano di restare senza nell’ambiguità, stretti tra istanze demagogiche e pulsioni da “sovrano illuminato”, con la conseguenza di divenire sempre meno credibili agli occhi dei nostri interlocutori europei.      

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