La Brexit (forse) non ci sarà, ma Cameron è l’unico leader coraggioso della UE

Trattative per evitare la Brexit a Bruxelles, dove ieri il premier britannico David Cameron ha incontrato gli altri leader europei, mostrando un coraggio inusitato nella UE.

di , pubblicato il
Trattative per evitare la Brexit a Bruxelles, dove ieri il premier britannico David Cameron ha incontrato gli altri leader europei, mostrando un coraggio inusitato nella UE.

Si è tenuto ieri sera il vertice tra i leader europei per iniziare le trattative con il premier britannico David Cameron, al fine di evitare che il Regno Unito si separi dal resto della UE. Il presidente europeo Donald Tusk lo ha definito un momento “make or break”, una sorta di “o la va o la spacca”. Lo scenario di una cosiddetta Brexit” spaventa tutti, mercati compresi, perché potrebbe rappresentare il primo passo verso la dissoluzione della UE da un lato e comportare grossi rischi per la stessa City, che in questi decenni si è avvantaggiata anche dell’integrazione con il resto d’Europa, di fatto diventandone un hub finanziario. In realtà, nemmeno il governo di Londra vuole la Brexit, ma si è impegnato a celebrare un referendum popolare per fare decidere ai sudditi di Sua Maestà se vogliono restare nell’Unione Europea o se vogliono il divorzio. Al fine di aumentare le probabilità di un successo degli europeisti alla consultazione, Cameron ha inviato nelle scorse settimane alla Commissione europea una lista di 4 punti, su cui sono partite le trattative. Il più problematico riguarda la richiesta di potere discriminare i lavoratori della UE non britannici, negando loro i benefici assistenziali per i primi 4 anni dalla data di ingresso nel Regno Unito. E’ il tema più sentito dai britannici, che hanno assistito in questi anni di crisi e di apertura delle frontiere verso est all’arrivo di decine di migliaia di immigrati europei, che hanno usufruito in molti casi sin da subito di sussidi e altre forme di assistenza, dando vita a ciò che è stato definito “il turismo del welfare”.        

Scontro su assistenza sociale per lavoratori UE

Per la UE, però, la richiesta di Londra sarebbe inaccettabile, perché viola i principi fondamentali su cui si fonda la UE.

Lo ha detto esplicitamente il portavoce della Commissione, quando ha ricevuto la lettera e lo hanno ribadito ieri anche la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese François Hollande. Entrambi, arrivando all’incontro con il collega britannico, hanno mostrato disponibilità a trattare per evitare che il Regno Unito esca dalla UE, ma per la cancelliera c’è una linea rossa invalicabile, il principio di non discriminazione tra cittadini della UE. Sulla stessa lunghezza d’onda è Parigi, che intravede la possibilità di abbassare da 4 a 2 anni il periodo necessario per ottenere i benefici assistenziali, ma chiedendo che lo stesso criterio sia applicato ai giovani lavoratori britannici. Più che sui principi, è chiaro che il negoziato mira dal punto di vista di Bruxelles a trovare una soluzione onorevole, che consenta sì a Cameron di vendere agli elettori un accordo con qualche rivendicazione strappata alla UE, ma senza metterne in discussione l’integrità delle norme e non tale da indurre altri leader europei ad emularlo. Il rischio per i commissari è, infatti, che diversi paesi euro-scettici, in particolare, nel Nord e nell’Est Europa, possano seguire l’esempio di Londra, se questa ottenesse un accordo molto favorevole per sé. Uscendo dalla cena, si respirava un’aria di timido ottimismo. Lo stesso Cameron ha ammesso che ci sarà molto da lavorare, ma che l’obiettivo resta quello di evitare la Brexit. Ci si è aggiornati a febbraio, quando le trattative dovrebbero entrare nella fase “calda”, in vista di un referendum probabilmente a metà del 2016, come chiesto da Hollande, anche se negli ultimi giorni Londra non ha escluso che possa essere rinviato al 2017.        

Sondaggi referendum Brexit danno testa a testa

I sondaggi suggeriscono che il fronte degli euro-scettici crescerebbe, anche se i favorevoli alla permanenza nella UE dovrebbero prevalere. Il dato saliente è che gli europeisti sembravano più numerosi qualche mese fa, per cui è essenziale indovinare il momento esatto per tenere il voto.

Il governo britannico è sostanzialmente su posizioni anti-Brexit, anche se un’ala del Partito Conservatore che lo sostiene tifa per uscire dalla UE. Per questo, il premier dovrà fare attenzione sia a fare votare i sudditi in un momento di maggiori consensi per restare nella UE, sia a utilizzare la tempistica per cercare di ottenere da Bruxelles il massimo possibile. E’ evidente, ad esempio, che la Commissione speri che il referendum si celebri al più presto, in modo da tenere accesi il meno possibile i riflettori sul caso. Alla fine, la carta della discriminazione tra lavoratori europei e britannici potrebbe essere solo strumentale all’ottenimento di misure ben più agognate da Londra. In primis, Cameron punta a salvaguardare la posizione del suo paese rispetto all’Eurozona, chiedendo che chi ha deciso di non introdurre l’euro, come anche la Danimarca, sia messo nelle condizioni di stare nella UE alla pari di chi condivide la moneta unica o ha formalmente preso in considerare di farlo in futuro. Non è un caso che il giudizio più favorevole al premier britannico sia stato espresso ieri dal collega danese Lars Rasmussen, il quale ha dichiarato che “Cameron ha le idee molto chiare su cosa fare”.        

Clima di sostegno a Cameron

Un altro punto che il governo britannico punta a strappare alla Commissione è la difesa delle frontiere, perché il Regno Unito teme che la libera circolazione delle persone dentro la UE possa fare arrivare sul suo territorio flussi indesiderati e potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale (vedi i terroristi islamici), nonostante sia un’isola staccata dal resto dell’Europa. Anche su questo punto ci sono grosse riserve degli altri leader, in quanto s’infrangerebbe un altro principio basilare della costruzione europea. Il timore è che si vada pian piano verso la disintegrazione dell’area Schengen, dato che ciascun paese membro potrebbe chiedere un simile trattamento. Infine, un’altra richiesta “hot” riguarda la difesa della sovranità del Parlamento di Londra. La UE, chiede Cameron, deve porsi un limite nell’assoggettamento alle sue regole delle leggi nazionali, votate da un’assemblea eletta e rappresentativa. I britannici sono gelosi della loro sovranità e dei loro quattrini, come dimostrò a suo tempo Margaret Thatcher, che chiese e ottenne il meccanismo dello sconto sui contributi versati a Bruxelles e proferì i suoi 3 “no” all’euro, in difesa dell’autonomia del Parlamento di Westminster e dell’economia nazionale. Rispetto ad allora, però, il clima appare cambiato. La Thatcher fu costretta a dimettersi dal suo stesso Partito Conservatore, che era su posizioni più europeiste, tanto che il ministro degli Esteri lasciò l’esecutivo per protesta contro la linea isolazionista del premier. Oggi, al contrario, Cameron è pressato all’interno del partito verso posizioni anti-europeiste, nonché dalla concorrenza a destra dell’Ukip, il cui leader Nigel Farage è un mito a Strasburgo per i contrari alla UE.

       

Anche laburisti poco europeisti

E proprio Farage ha commentato sarcastico l’incontro di ieri, sostenendo che Cameron tornerà a febbraio a Bruxelles per ottenere meno di quello che chiede oggi. Quel che stupisce è semmai che il co-segretario del Partito Laburista, formalmente il più europeista in Parlamento, Kate Hoey, che paventa la fine dell’indipendenza del Regno Unito come paese, a causa dei diktat di “una Commissione non eletta”, che teme possa respingere tutte le richieste del suo premier. Dichiarazioni in contrasto con quelle del segretario laburista Jeremy Corbyn, il quale ha risposto a una domanda sulla discriminazione tra lavoratori europei e britannici che tutti coloro che lavorano hanno diritto all’assistenza sociale. Il suo partito, invece, lavora semmai per mitigare le richieste di Cameron, abbassando da 4 a 2 gli anni necessari per accedere ai benefits. Quale che sia la valutazione delle proposte di Londra, è indubbio come David Cameron si stia dimostrando il leader europeo più coraggioso, prendendo di petto la situazione e scontrandosi con gli altri 27 paesi europei, al fine di porre fine a un dibattito sotterraneo pluriennale in patria, dove l’opinione pubblica non è mai stata granché calorosa con Bruxelles. Il premier ammette che bisognerà trovare un punto d’incontro, visto che ciò che va bene al Regno Unito non è detto che debba esserlo altrettanto per gli altri, mostrando il merito di avere posto al centro del dibattito europeo il tema della tutela degli interessi nazionali, dopo decenni di ipocrita negazione di un loro contrasto con la costruzione europea.    

Argomenti: ,