La borsa cinese crolla ai minimi da 4 anni, perdendo $5.000 miliardi

La borsa cinese ha perso oltre un quinto del suo valore quest'anno e si è dimezzato in poco più di 3 anni. Tante le preoccupazioni dei mercati, tra cui Trump.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La borsa cinese ha perso oltre un quinto del suo valore quest'anno e si è dimezzato in poco più di 3 anni. Tante le preoccupazioni dei mercati, tra cui Trump.

La Borsa di Shanghai, principale piazza finanziaria cinese, ha perso oggi più dell’1%, portandosi ai minimi dal novembre 2014, con il listino ad essere sceso a meno di 2.652 punti e segnando una contrazione di quasi il 21% dall’inizio dell’anno. Di fatto, la borsa cinese è entrata formalmente nella fase “orso”, ma quel che preoccupa è che non sembra esservi un vero fondo al calo quasi costante che va avanti ormai dall’estate del 2015, quando le sue quotazioni toccarono l’apice e rispetto al quale oggi si attestano a poco più della metà. Il crollo ha “bruciato” qualcosa come intorno ai 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, pari a 5 Apple messe insieme. Diverse le cause. Anzitutto, le preoccupazioni del mercato per la “guerra commerciale” in atto tra la Cina e gli USA di Donald Trump. Il governo di Pechino ha fatto trapelare l’intenzione di non accettare l’offerta della Casa Bianca per intensificare i colloqui bilaterali. Lo yuan è la principale vittima delle tensioni, avendo perso quest’anno oltre il 5%. Non è ancora ben chiaro se il deprezzamento sia frutto dei soli meccanismi del mercato o se la banca centrale cinese stia volontariamente svalutando sottobanco il cambio per sterilizzare, almeno parzialmente, l’incremento dei dazi americani sui prodotti cinesi.

Borsa cinese entrata nell’orso, ecco le preoccupazioni dei mercati

In realtà, esistono anche timori legati all’economia asiatica ad avere trascinato in basso la Borsa di Shanghai. Nel secondo trimestre, il pil cinese ha leggermente rallentato la crescita al +6,7% annuo dal +6,8%. Non si tratta di un segnale in sé preoccupante, ma da qualche anno gli investitori nutrono più di un dubbio sulla bontà delle statistiche di Pechino. Come non notare una crescita piatta al 6,8% nei tre trimestri precedenti, perfettamente in linea con il target fissato dal governo? E la crescita cinese è stata trainata dal credito dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09, che ha alimentato un indebitamento totale stimato al 270% del pil, quasi tutto a carico del settore privato. E a luglio si è registrato un rallentamento nelle erogazioni di nuovi prestiti, non al punto da destare un reale allarme, ma tutti sanno che una crescita dell’economia meno vigorosa farebbe esplodere il bubbone del debito, visto che molte imprese e famiglie non sarebbero più in grado di onorare le scadenze. E la guerra commerciale con l’America rappresenta un fattore da non sottovalutare per un’economia, che ha accumulato 3.000 miliardi di dollari di riserve valutarie proprio grazie agli avanzi negli interscambi con il resto del mondo. Trump ha sinora segnato un punto in suo favore, dimostrando come da uno scontro tra le prime due economie a perderci di più sarebbe quella cinese, se è vero che gli indici di Wall Street continuino a battere nuovi record, salendo mediamente quest’anno di quasi l’8%.

Sul piano strettamente delle valutazioni azionarie, non pare che vi sia una reale giustificazione al crollo di quest’anno. Si tenga conto che il rapporto tra prezzi e utili delle società quotate a Shanghai si attesterebbe oggi in area 17 contro il 25,2 stimato per l’indice S&P 500 di New York. In altre parole, mediamente un titolo cinese renderebbe quasi il 6% contro meno del 4% di uno americano. Resta il fatto che nemmeno l’inserimento di centinaia di società cinesi nell’indice MSCI globale a giugno è stato in grado di rinvigorire il listino asiatico. C’è da notare, tuttavia, come il governo di Pechino stia reagendo apparentemente in maniera del tutto diversa rispetto al 2015, quando per attenuare i deflussi dei capitali impose controlli e introdusse limitazioni persino alla vendita dei grossi pacchetti azionari da parte degli investitori esteri, “congelandone” gli assets. Al contrario, nelle scorse settimane ha annunciato l’apertura del suo mercato obbligazionario da 12.000 miliardi di dollari, rendendolo più accessibile ai veicoli stranieri, attraverso la piazza di Hong Kong. Alla base di tale iniziativa vi sarebbe la necessità per il settore privato cinese di accedere al credito più agevolmente, fiutandosi nell’aria una certa chiusura da parte del sistema bancario domestico. In sostanza, gli obbligazionisti del resto del mondo rimpiazzeranno parzialmente le banche cinesi nel finanziare i debiti. E alle agenzie di rating sarà consentito valutare le emissioni senza più la necessità di agire in tandem con istituti omologhi cinesi, potenziando la trasparenza. Per adesso, non basta a rinvigorire la fiducia degli investitori.

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Argomenti: bolla finanziaria, Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese