Effetto QE2: altri 600 miliardi di bond con rendimenti negativi

Bond governativi nell'Eurozona (e fuori) con rendimenti sempre più bassi. I nuovi stimoli monetari paventati dalla BCE fanno segnare un nuovo record.

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Bond governativi nell'Eurozona (e fuori) con rendimenti sempre più bassi. I nuovi stimoli monetari paventati dalla BCE fanno segnare un nuovo record.

E’ bastato che il governatore della BCE, Mario Draghi, annunciasse 2 settimane fa la revisione degli stimoli monetari a dicembre, ovvero lo studio di nuove misure accomodanti, per fare segnare al mercato dei bond governativi dell’Eurozona un nuovo record: in appena una settimana (quella scorsa), la montagna di titoli del debito sovrano dell’unione monetaria con rendimenti inferiori allo zero è passata da 2.000 a 2.600 miliardi di euro. Era pari a 1.400 miliardi a gennaio. Essa rappresenta più del 40% dei 6.300 miliardi di dollari di titoli di stato con rendimenti negativi oggi esistenti in tutto il mondo. E si consideri che ben 20.000 miliardi di dollari in bond emessi dagli stati rendono sotto l’1%.

Bond Eurozona sempre meno redditizi

Dunque, il fenomeno dei rendimenti nulli o, addirittura, negativi non è una prerogativa europea. Ciò che stupisce, però, è che stia riguardando sempre più paesi fiscalmente non proprio ordinati, come Francia e Italia. Valgono complessivamente circa 250 miliardi i nostri bond con rendimenti sotto lo zero, quando il nostro debito pubblico dovrebbe superare quest’anno il 133% del pil. Certo, se si considera che il Giappone emette titoli con rendimenti negativi, nonostante detenga il più alto livello di debito al mondo in rapporto al pil (oltre il 230%!), il caso italiano non sembra nemmeno così eclatante. Resta il fatto che formalmente ci troviamo dinnanzi a un mercato disposto a pagare i governi (spendaccioni) per prestare loro denaro, un controsenso economico, che farebbe scattare dalla sedia un qualsiasi studente di economia.

Tassi negativi non stimolano inflazione

E’ evidente il legame tra  questo paradosso e la politica dei tassi zero o negativi perseguita dalle principali banche centrali nel tentativo di ravvivare l’inflazione e di stimolare la crescita, tramite il credito. Obiettivi falliti, se questo weekend appena trascorso è stato lo stesso Draghi ad avere ammesso che i rischi sull’inflazione e la crescita sarebbero al ribasso, dato il rallentamento non temporaneo dell’economia globale, principalmente a causa della crisi che sta colpendo da mesi le economie emergenti (eccetto l’India), le quali – ricorda il governatore – rappresentano il 60% del pil mondiale e dal 2000 ad oggi i 3 quarti della crescita del pianeta. Verso questi mercati l’Eurozona esporta metà delle sue merci e dei suoi servizi. Nessuna autocritica da parte di alcun banchiere centrale, com’è ovvio, per il fallimento delle politiche monetarie adottate negli ultimi 7 anni, quando a fronte di tassi mai bassi così a lungo, l’inflazione si è praticamente azzerata presso tutte le principali economie o è scesa in territorio negativo, rendendo necessario il varo di nuovi stimoli, che quasi certamente rischiano di fare la fine di quelli precedenti.  

Aumentano i risparmi, non i consumi

Guardata nel suo complesso, la situazione assume contorni ancora più preoccupanti. Come mai un investitore dovrebbe accettare oggi di investire in un titolo di stato italiano, quando il suo rendimento medio è 3 volte più basso di quello di 5 anni fa? E come mai, nonostante i tassi siano così gelidi si assiste a una ripresa del risparmio, anziché dei consumi? Sono effetti apparentemente paradossali: i rendimenti dei bond si schiantano e la domanda tende persino a crescere; i tassi di mercato sono quasi nulli, ma le famiglie nelle principali economie, Italia inclusa, aumentano i loro risparmi, quando avrebbero dovuto accrescere i consumi (obiettivo indiretto delle attuali politiche monetarie).

Siamo alla sindrome giapponese

Il primo controsenso potrebbe spiegarsi con l’avversione al rischio del mercato, che spinge gli investitori a ripararsi in titoli relativamente sicuri, un comportamento poco compatibile con un clima di ottimismo e con la previsione di un’economia globale in generale ripresa. Secondariamente – e questo vale anche per la maggiore propensione al risparmio – è probabile che il mercato stia scontando una fase di prolungata inflazione zero o persino di deflazione, per cui riterrebbe accettabili anche rendimenti intorno allo zero e allettante risparmiare, al fine di acquistare beni e servizi futuri a prezzi ridotti. In sostanza, sarebbe la “giapponesissazione” delle economie avanzate del pianeta, visto che quella appena descritta è la sindrome che colpisce il paese del Sol Levante da una ventina d’anni a questa parte, caratterizzata da un misto di deflazione e stagnazione economica, contro cui la banca centrale ha varato senza successo sinora potenti stimoli monetari, finendo semplicemente per incentivare l’indebitamento statale. E dato il trend dell’Eurozona, così come degli stessi USA, sembra che siamo sulla buona strada per fare la fine di Tokyo.  

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