La BCE taglierà prima o poi il target d’inflazione per salvare la faccia?

L'inflazione nell'Eurozona continua a non risalire verso il target della BCE. Dopo il varo di nuovi stimoli monetari, Francoforte potrebbe essere costretta a rivedere l'obiettivo?

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L'inflazione nell'Eurozona continua a non risalire verso il target della BCE. Dopo il varo di nuovi stimoli monetari, Francoforte potrebbe essere costretta a rivedere l'obiettivo?

Siamo alla vigilia della più importante riunione della BCE dallo scorso gennaio, quando furono varati i potenti stimoli monetari, noti come “quantitative easing”. Allora fu annunciato un piano di acquisto di 60 miliardi al mese di titoli di stato e delle agenzie governative dell’Eurozona, Abs e “covered bond”, a partire dal marzo scorso e fino al settembre dell’anno prossimo. Stavolta si dovrebbe trattare di potenziare tali stimoli, allungandone la durata, gli importi mensili, tagliando ulteriormente i tassi di riferimento e/o quelli sui depositi overnight. Le modalità tecniche per aumentare il fuoco di sbarramento di Francoforte sono diverse, ma quel che importa è che per la seconda volta ad appena 9 mesi dall’inizio dell’attuazione del QE, si parli già di un QE2. L’intento della BCE è di ravvivare l’inflazione, che nonostante abbia smesso di sostare sotto lo zero, non si è allontanata da questa soglia, restando lontana dal target, che è quello di una crescita dei prezzi nel medio termine “vicina, ma inferiore al 2%”. Per intenderci, l’obiettivo dell’istituto sarebbe un’inflazione media nell’Eurozona dell’1,8-1,9%, un pò meno del 2% delle altre principali banche centrali del pianeta, tra cui la Federal Reserve. A novembre, il dato “core”, al netto delle componenti più volatili (alimentari freschi e beni energetici), è sceso dal +1,1% di ottobre allo 0,9%. Stando alle ultime stime raccolte dalla BCE tra gli economisti ad ottobre, l’inflazione nell’unione monetaria sarebbe solamente dello 0,1% nel 2015, dell’1% nel 2016 e dell’1,5% nel 2017. Insomma, nemmeno da qui ai prossimi 2 anni sarebbe centrato l’obiettivo. Anche le stesse ultime stime ufficiali di Francoforte restano inferiori al target: 0,1% quest’anno, 1,1% nel 2016 e 1,7% nel 2017. Lo stesso governatore Mario Draghi ha avvertito al board di ottobre che le stime aggiornate di dicembre e che saranno rese note domani per il prossimo triennio, potrebbero essere riviste al ribasso.

       

Inflazione Eurozona non centra target da anni

Le banche centrali hanno una preoccupazione al di sopra di ogni altra cosa: mostrarsi credibili. Quando una banca centrale non è avvertita tale, magari a seguito dei suoi fallimenti recenti, ha molte difficoltà a perseguire i suoi obiettivi di politica monetaria, che per essere raggiunti devono tradursi in un mutamento delle aspettative del mercato (famiglie, imprese) nella direzione desiderata. La BCE inizia ad avere un grosso problema di credibilità, perché da quando Mario Draghi è in carica nel ruolo di guida dell’istituto, ovvero dal novembre del 2011, l’inflazione è stata mediamente nell’area poco superiore all’1%, mentre i predecessori Win Duisenberg e Jean-Claude Trichet hanno registrato una crescita media dei prezzi intorno al 2%, ovvero hanno centrato l’obiettivo. Al contrario, Draghi lo ha mancato in 2 sensi: dal suo insediamento a Francoforte fino all’inizio del 2013, l’inflazione nell’area è stata superiore al target del 2%, toccando anche il 3%, anche se si potrebbe eccepire che ciò sia stato un lascito della precedente gestione e frutto dell’impennata dei prezzi energetici, dopo la crisi del 2008-’09. Dall’inizio del 2013 ad oggi, invece, l’inflazione nell’Eurozona è costantemente inferiore al target e, addirittura, sotto l’1% da quasi 2 anni e mezzo. In questa frustrazione, Draghi non è solo. Ne sanno qualcosa Janet Yellen, che non assiste a un’inflazione pari all’obiettivo negli USA da 3 anni, ovvero da ben prima che guidasse il board, così come Mark Carney per la Bank of England, per non parlare di Stefan Ingves in Svezia o di Haruhiko Kuroda per il Giappone in costante deflazione.

       

Banche centrali frustrate

Ma mal comune non è mezzo gaudio in economia, anzi aggrava lo scenario che i banchieri hanno davanti a loro, perché se il mercato si convincesse che effettivamente i prezzi non starebbero salendo a livello mondiale (inteso, tra le economie avanzate e affini tra loro), le aspettative si raffredderebbero e smetterebbero di ancorarsi ai target fissati dagli istituti centrali, impedendone il raggiungimento. La storia di USA, Giappone, Nord Europa insegna che nemmeno i più potenti stimoli riescono nell’intento di ravvivare stabilmente i prezzi, se le economie non crescono, ovvero se non si ravvivano i consumi interni e le esportazioni.

E anche su questo fronte le notizie appaiono piuttosto tiepide per Draghi, perché la crescita nell’Eurozona, nel migliore dei casi, non toccherà nemmeno il 2% al 2017, per non parlare della disomogeneità interna all’area tra chi cresce intorno allo zero (l’Italia), chi è in recessione (la Grecia) e chi vive un vero boom (l’Irlanda). E domani potremmo assistere a una limatura anche delle stime sul pil nel triennio in corso. Fatto salvo che il varo dei nuovi probabilissimi stimoli dovrebbe impedire un’ulteriore caduta dei prezzi, cosa accadrà, se nemmeno stavolta si riuscirà in un arco temporale ragionevole a centrare l’obiettivo? Si andrebbe verso nuove ipotesi più estreme di accomodamento monetario (ma la fantasia sarebbe stata esaurita su questo versante), oppure cosa?        

Verso taglio target inflazione?

Se la BCE accettasse con rassegnazione il mancato raggiungimento del target d’inflazione, non sarebbe avvertita più credibile, quindi, non potrebbe permettersi di darsi per vinta. Almeno, non formalmente. Potrebbe accadere, invece, che citando il fattore tecnologico quale determinante per la minore crescita dei prezzi nelle economie avanzate, Draghi o il suo successore decida di abbassare l’obiettivo dal 2% all’1-1,5%, in modo da adeguarsi alla realtà. Se non è Maometto ad andare alla montagna, sarà la montagna ad andare da Maometto. D’altronde, allargando lo sguardo agli ultimi decenni, notiamo come vi sarebbe una tendenza generalizzata tra i paesi economicamente maturi a registrare tassi d’inflazione sempre più bassi, vuoi perché i consumi sono meno dinamici, per via dell’invecchiamento progressivo della popolazione, vuoi anche perché tali economie crescono di meno e sono più tecnologizzate. Siamo all’ultimo tentativo, prima di alzare bandiera bianca e arrendersi all’evidenza?  

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