La BCE si mostra “falco” e colpisce i BTp: ma ancora non è allarme debito, ecco perché

La BCE segnala di volere porre fine agli stimoli monetari. Un bel guaio per il mercato dei bond, tra cui i BTp. Ma non c'è da disperarsi, grazie anche agli USA.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE segnala di volere porre fine agli stimoli monetari. Un bel guaio per il mercato dei bond, tra cui i BTp. Ma non c'è da disperarsi, grazie anche agli USA.

Diverse dichiarazioni “hawkish” da parte di esponenti della BCE ieri hanno fatto risalire il cambio euro-dollaro ai massimi da oltre due settimane a 1,18, mentre i rendimenti sovrani nell’area sono lievitati. I decennali tedeschi sono passati dallo 0,37% allo 0,46%, quelli italiani si sono portati al 2,93% dal 2,77%, mentre i BTp con scadenza biennale rendono adesso l’1,35%, quando stavano sottozero fino alla metà del mese scorso. Il capo-economista Peter Praet ha evidenziato come l’inflazione nell’Eurozona stia avvicinandosi stabilmente al target dell’istituto (di poco inferiore al 2%) e ben altri tre governatori centrali del board, tra cui quello della Bundesbank, Jens Weidmann, hanno reso dichiarazioni che vanno tutte nel senso di una fine imminente del “quantitative easing” e di un rialzo dei tassi più vicino di quanto sinora previsto. Il mercato, ad esempio, sta iniziando a scontare una prima stretta monetaria a giugno dell’anno prossimo, quando fino alla settimana scorsa non riteneva che si avesse prima di ottobre del 2019.

Cosa può fare la BCE di Draghi per evitare che la crisi dei BTp travolga l’euro?

La riunione del board a Riga, Lettonia, di giovedì 14 ci dirà se l’annuncio del “tapering” verrà reso in trasferta dal governatore Mario Draghi o se si attenderà fine luglio. Di fatto, Francoforte si trova in una situazione assai delicata, perché deve come mai prima preservare la sua immagine di istituto indipendente dalla sfera politica e qualsiasi cosa deciderà di comunicare nelle prossime settimane rischia di essere percepita come un’ingerenza negli affari politica di uno degli stati membri o come frutto di pressioni di questo o quel governo.

Il caso Italia

Il riferimento è all’Italia del governo Conte. Trattasi del primo governo euro-scettico di Roma e a capo della terza economia dell’Eurozona. La sua nascita è stata accompagnata da tensioni monetarie assai forti e le accuse esplicite rivolte dalla maggioranza parlamentare alla BCE consistono nell’avere volontariamente deciso di tagliare gli acquisti di BTp per fare crescere la tensione sui bond sovrani italiani. Nel tentativo di arrestare tali accuse, l’istituto ha fornito alcuni dati, che da un lato confermerebbero il drastico taglio degli acquisti di BTp nella seconda metà di maggio, passati da quasi il 17% a meno del 15,5% del totale, a tutto beneficio dei Bund, la cui quota è schizzata dal 20% al 28%, dall’altro tali variazioni vengono spiegate con ragioni tecniche, ovvero come conseguenza di bond tedeschi scaduti in misura copiosa ad aprile. Sarà, ma non si capisce come mai la BCE non abbia agito da stabilizzatore, evitando, come generalmente fa, di variare in maniera repentina gli acquisti dei bond con tutte le tensioni che ne scaturiscono.

Sembra evidente che tra riduzione dei BTp acquistati ed esternazioni sulla fine del QE, da Francoforte vogliano segnalare al nuovo governo italiano quale sarà il futuro per i conti pubblici senza il sostegno della BCE. E i cds a 5 anni, i titoli che assicurano contro il rischio default, sono esplosi di 22 punti base a 231 bp ieri, segno che il mercato starebbe percependo l’avvicinamento della stretta nell’area come un motivo di preoccupazione per la sostenibilità del debito pubblico italiano.

In effetti, segnali poco rassicuranti ve ne sarebbero. Secondo Tradeweb, i titoli di stato nell’Eurozona con rendimenti negativi sono scesi a maggio dal 40% al 36% del totale, ovvero a quota 2.610 miliardi di euro. Circa 1.600 miliardi viaggiano attualmente con rendimenti inferiori al -0,4%, il tasso applicato sui depositi overnight. E anche il 19% dei corporate bond nell’area rendono ancora sottozero, ma trattasi della percentuale più bassa da un anno a questa parte. In sostanza, tra le tensioni intorno all’Italia e la fine prossima degli stimoli monetari, il mercato si sta riposizionando e ciò sta facendo uscire dall’area negativa i rendimenti di centinaia di miliardi di euro di bond. Cosa accadrà, quando queste cifre saliranno nell’ordine delle migliaia di miliardi?

Così la BCE di Draghi ha solo rinviato di anni la fine dell’euro

Perché non allarmarci (ancora) sui BTp

Al momento, tuttavia, non pare che vi sarebbero ragioni per allarmarsi sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Unicredit ha nei giorni scorsi diramato un report, nel quale sostanzialmente ribadisce che i nostri BTp sarebbero al sicuro ancora per anni, grazie anche all’enorme quantità di titoli in scadenza, che nel breve periodo determinerebbe una domanda altrettanto elevata. Un’interpretazione differente la fornisce Vito Lops de Il Sole 24 Ore, quando fa notare che lo spread di riferimento per valutare il rischio Paese non sarebbe quello tra BTp e Bund, ma con i Treasuries, i titoli emessi dal Tesoro USA. Perché? Con 15.500 miliardi di bond negoziabili, il mercato americano risulta il più liquido in assoluto al mondo. E’ esso a fungere da “benchmark”, non i 1.100 miliardi appena di Bund.

E la buona notizia, tutto sommato, sta nel fatto che i rendimenti decennali americani siano oggi intorno al 3%, ossia agli stessi livelli a cui si sono portati quelli italiani. Come dire che il rischio percepito dal mercato sull’Italia non sarebbe reale, essendo i nostri bond valutati similmente a quelli della superpotenza mondiale. Se, poi, passassimo ad analizzare i biennali, scopriamo che i rendimenti USA viaggiano in area 2,5%, quelli italiani ancora a poco più della metà. Insomma, non ci sarebbe ancora di preoccuparsi, anche perché con il varo della stretta da parte della BCE, i risultati non è detto che si mostreranno solamente negativi per i nostri bond. Da un lato, la minore liquidità sui mercati e il venir meno dell’unico acquirente marginale dei BTp ne ridurranno i prezzi e lievitare i rendimenti, dall’altro l’apprezzamento dell’euro attirerà capitali stranieri, parte dei quali rimpiazzerà Francoforte e si tradurrà in domanda per il debito tricolore. Ci troveremmo, cioè, dinnanzi a uno spiazzamento della BCE da parte degli investitori americani, britannici, giapponesi, etc.

Del resto, se si continuerà a credere alla permanenza dell’Italia nell’euro, non si vedrebbe motivo per cui non acquistare un BTp al 3%, anziché un Treasury di pari rendimento e la cui valuta di emissione sarebbe destinata a deprezzarsi contro la moneta unica. Certo, se il governo Conte segnalasse di non avere alcun riguardo per la stabilità dei conti pubblici, ad essere scontato sarebbe il maggiore rischio default. Al netto di previsioni ardite sulle mosse di Roma, però, pare che i nostri titoli stiano diventando abbastanza appetibili per non essere apprezzati dagli investitori domestici e non. Con un’inflazione mediamente risalita nell’Eurozona all’1,9%, i bond decennali tedeschi rendono in termini reali il -1,5%, quelli italiani il +1% (+1,8% rispetto all’inflazione domestica). Al confronto, i nostri stanno già facendo meglio di quelli americani, che offrono un premio di appena mezzo punto percentuale rispetto all’inflazione USA.

Pazzo spread, cos’è successo ai rendimenti BTp negli ultimi giorni?

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Crisi del debito sovrano, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, rendimenti bond, Spread, stimoli monetari

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