La BCE pensa alla cartolarizzazione per rilanciare l’economia?

Contro la stretta del credito nel Sud Europa spunta l'ipotesi di cartolarizzare i prestiti, scesi in Italia del 2,55% al marzo 2013. Salgono solo impieghi sui titoli di stato

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Contro la stretta del credito nel Sud Europa spunta l'ipotesi di cartolarizzare i prestiti, scesi in Italia del 2,55% al marzo 2013. Salgono solo impieghi sui titoli di stato

I dati della Banca d’Italia sugli impieghi delle banche italiane tra il marzo 2012 e il marzo 2013 lanciano l’ennesimo allarme sul fronte del sostegno al credito. I prestiti erogati alle imprese non finanziarie sono scesi di 29 miliardi a 855 miliardi, quelli in favore delle famiglie di 9 miliardi a 606 miliardi. In totale, gli impieghi hanno ammontato a 1.461 miliardi, -2,55%.

Nel frattempo, però, salgono da 290 a 362 miliardi di euro (+72 miliardi) gli investimenti nei titoli di stato italiani. Evidentemente, gli alti rendimenti dei nostri bond sovrani sono parsi allettanti agli istituti, che hanno potuto prendere a prestito all’1% e fino a tre anni 260 miliardi dalla BCE, tramite le due aste Ltro di fine dicembre 2011 e di fine febbraio 2012.

Soldi, che non sono serviti affatto a sostenere l’economia reale, bensì ad abbellire i bilanci delle banche e a fare finanza a rischio basso o nullo. Perché prendere a prestito all’1% e investire in titoli che rendono senza alcun rischio anche tre-quattro volte tanto è stato il gioco che qualsiasi banca non si sarebbe lasciata sfuggire.

 

Cartolarizzazione crediti Bce: in cosa consiste il piano dell’EuroTower EuroTower

Adesso, però, la BCE vuole rimettere seriamente in moto il sistema creditizio, che nel Sud Europa pare avere abdicato al suo ruolo di sostegno agli investimenti e alla liquidità di imprese e famiglie. Per questo, già alle ultime conferenze stampa post-board, il governatore Mario Draghi ha aperto all’ipotesi delle cartolarizzazioni. Sembra, infatti, che Francoforte stia studiando un piano basato sugli “asset-back securities”. Esso funzionerebbe così: le banche prestano soldi alle piccole e medie imprese, ma non iscrivono l’investimento a bilancio, accollandolo a una società esterna (verosimilmente pubblica o monitorata dalla BCE). Questa emette obbligazioni per un pari ammontare dei prestiti che si è accollata, ripagandole con le rate versate dai debitori. Questo sistema, di fatto, lascia la banca erogatrice immune dal rischio, che graverà alla fine sull’obbligazionista che avrà sottoscritto i bond della società terza.

Ora, il problema è proprio questo. La mancata restituzione di parte dei debiti contratti dalle Pmi porterebbe a un corto circuito, per cui l’unico a rischiare potrebbe essere l’obbligazionista finale, specie quello junior, ossia sottoscrittore dei bond a più alto rischio e rendimento. Nell’impostazione desiderata da Draghi, per evitare che il rischio si trasferisca su altri soggetti dell’economia privata, l’obbligazionista potrebbe essere un ente pubblico, come l’ESM, il Fondo salva-stati permanente, se non la BCE stessa. Ma tale visione è stata bocciata sin dai mesi scorsi dai tedeschi, i quali ritengono (non senza ragione) che questo sistema possa scaricare al contribuente costi propri degli istituti di credito, incoraggiando, peraltro, comportamenti di “azzardo morale”.

 

Nuovo braccio di ferro Bce-Buba?

Siamo allo schema classico di sempre: Draghi propone e la Bundesbank boccia. Le ragioni e i torti non sono nettamente separabili, mentre l’economia di mezza Eurozona attende che le banche tornino a fare le banche. Intanto, i pochi che riescono a farsi finanziare un prestito in Italia, lo pagano mediamente oltre il 6% all’anno, quando in Francia è al 2%, mentre in Germania costa ancora meno

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Argomenti: Bce