La BCE non sorprende su tassi e QE, ma manda un messaggio all’Italia sui conti pubblici

Nessuna novità su tassi e stimoli monetari dalla BCE, ma Mario Draghi avverte i governi sui conti pubblici.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Nessuna novità su tassi e stimoli monetari dalla BCE, ma Mario Draghi avverte i governi sui conti pubblici.

Nessuna variazione della politica monetaria da parte della BCE, che al termine del board di oggi ha mantenuto stabili i tassi di riferimento allo zero, quelli sui prestiti marginali allo 0,25% e sui depositi overnight al -0,4%. Nessuna novità nemmeno per il “quantitative easing”: gli acquisti di bond restano fissati a 30 miliardi di euro al mese fino a settembre, dimezzati a 15 miliardi al mese tra ottobre e dicembre e annullati successivamente. Intervenendo alla consueta conferenza stampa post-board, il governatore Mario Draghi ha sottolineato come la politica monetaria dell’istituto resterebbe accomodante, anche grazie ai reinvestimenti dei bond in scadenza nei prossimi anni, per i quali la “capital key” sarà sempre un criterio basilare. Che cosa significa? Gli acquisti saranno realizzati ancora tenendo conto delle percentuali di capitale detenute dalle banche centrali degli stati membri dell’Eurozona, le quali a loro volta rispecchiano il diverso peso delle economie. L’allentamento monetario, ha spiegato, continua a mostrarsi necessario.

L’inflazione di fondo viene definita “tenue”, ma in accelerazione verso la fine dell’anno. Quella generale dovrebbe tendere gradualmente al target (di poco inferiore al 2%). Il governatore si mostra ottimista anche sulla crescita nell’area, che rimane “solida” ed “estesa”, prendendo atto dell’accordo tra il presidente americano Donald Trump e quello della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, trovato ieri a Washington per evitare una “guerra” commerciale tra USA e UE e che prevede nell’immediato la sospensione da parte dell’amministrazione americana dell’innalzamento dei dazi sulle auto europee e il tendenziale obiettivo di annullare tariffe e barriere non tariffarie tra le prime due economie mondiali. Per quanto si tratterebbe ancora di buone intenzioni, sarebbero grossi passi in avanti nel dialogo apparentemente impossibile tra Washington e Bruxelles, che allontanerebbero lo spettro di contraccolpi sulla crescita delle rispettive economie per via dei maggiori dazi e delle conseguenti ritorsioni, annunciati in queste settimane.

E proprio l’ottimismo per la crescita ha spinto Draghi ad appellarsi ai governi dell’area, affinché ricostituiscano i cuscinetti fiscali. In che senso? L’avvertimento è chiaro e sembra indirizzato, in particolare, a paesi come l’Italia: con la fine prossima del QE e il rialzo dei tassi in previsione tra circa un anno o poco più, il costo per il rifinanziamento dei debiti sovrani salirà, per cui bisogna prepararsi all’appuntamento, aumentando i rispettivi avanzi primari (al netto degli interessi). E con una crescita diffusa e solida di cui sopra, non ci sarebbero scuse per nessuno. Insomma, altro che richieste di maggiore flessibilità fiscale e deficit spending. “La pacchia è finita”, volendo usare un vocabolario ben noto a uno dei due vice-premier italiani! Pochi minuti dalla conclusione della conferenza stampa, il cambio euro-dollaro risultava quasi invariato a 1,17151 e il Bund decennale rendeva poco di più rispetto a ieri, ossia lo 0,40%. Poco mossi anche i BTp a 10 anni al 2,69%, a conferma che tutto sarebbe andato come da previsioni del mercato. D’altronde, quello di oggi era atteso come un “non evento” e tale si è confermato, prima della lunga pausa estiva dell’istituto.

Oggi riunione BCE a 6 anni esatti dal “whatever it takes” di Draghi che salvò l’euro

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Argomenti: Bce, Cambio euro-dollaro, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari

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