La BCE non salverà l’Italia dalla crisi, c’è mancanza di fiducia sul futuro: ecco la prova

La maxi-iniezione di liquidità della BCE alle banche, attesa per la metà dell'anno, non dovrebbe esitare risultati d'impatto granché positivi per l'economia italiana. Vediamo perché.

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La maxi-iniezione di liquidità della BCE alle banche, attesa per la metà dell'anno, non dovrebbe esitare risultati d'impatto granché positivi per l'economia italiana. Vediamo perché.

La BCE ritiene di primaria importanza il varo di un’asta T-Ltro con cui iniettare nuova liquidità alle banche dell’Eurozona entro la metà di quest’anno. L’ufficializzazione non è ancora avvenuta e probabilmente ci sarà al prossimo board di marzo o, al più tardi, a quello di fine aprile. I mercati stanno scontando da settimane tale scenario, di fatto tornando all’acquisto dei titoli di stato nell’area, specie di quelli a breve termine, i quali verranno utilizzati come collaterale, a garanzia dei prestiti ricevuti.

Ne stanno beneficiando i BoT, che offrono rendimenti superiori (e positivi) rispetto ai bond fino ai 12 mesi emessi dagli altri governi dell’area. I nuovi stimoli monetari in arrivo da Francoforte allontanano il rialzo dei tassi per quest’anno e rappresentano ad oggi l’unica arma con cui l’Eurozona cercherà di combattere i venti di crisi. L’Italia è tornata in recessione per la terza volta in 10 anni, la Germania ci è quasi e la Francia per ora cresce senza sfavillare, mentre tutti gli indicatori macro segnalano quasi ovunque un rallentamento anche vistoso.

Per l’economia italiana, impossibilitata a godere del sostegno alla domanda interna tramite la leva fiscale per via dell’alto debito pubblico già detenuto, l’asta T-Ltro della BCE sarebbe un toccasana. Le banche italiane dovranno rimborsare tra l’anno prossimo e il 2021 sui 250 miliardi di euro alla stessa Francoforte, in conseguenza dei prestiti accesi nel biennio 2016-2017. Dunque, il denaro fresco e a costi molto bassi o nulli che incasseranno servirà non già a prestarlo alle imprese e alle famiglie, quanto a pagare le scadenze. Non aspettiamoci, quindi, grossi benefici dalla leva monetaria, anche perché se fosse la carenza di liquidità il problema, saremmo a cavallo.

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Eccesso di risparmio infruttifero, non carenza di liquidità

Invece, in Italia di liquidità ne abbiamo più che abbastanza, semplicemente non fluisce laddove serve. Sui conti bancari dei risparmiatori troviamo ben 1.717,25 miliardi di euro al termine del dicembre scorso, di cui 1.482,6 miliardi in forma di depositi, il resto sono obbligazioni bancarie.

E scorporando dai primi i pronti contro termine, otteniamo che le famiglie italiane posseggono 1.371 miliardi solo sui conti correnti e deposito. I primi non fruttano nulla, i secondi la miseria dello 0,38%. Considerando che l’intera ricchezza finanziaria degli italiani ammonta a 4.287 miliardi, stiamo implicitamente affermando che quasi un terzo di essa (32%) sia investita in prodotti non fruttiferi. La sola inflazione, per quanto bassa sia, erode mediamente le giacenze in banca di circa l’1% all’anno, ovvero sarebbe come se su quei 1.371 miliardi, i risparmiatori decidessero consapevolmente di perdere sui 13-14 miliardi all’anno, in termini di minore potere di acquisto. E senza contare la tassazione e le spese di gestione, che di fatto incrementano le perdite a carico dei titolari dei conti.

Nonostante ciò, gli italiani preferiscono parcheggiare liquidità in banca, perlopiù sui conti correnti, senza nemmeno vincolarla per pochi mesi. Come mai? C’è sfiducia nel futuro, inutile girarci attorno. In pochi investono denaro in attività finanziarie a rischio e nemmeno in alternative storicamente ghiotte per la nostra cultura, come la casa. Basti guardare ai dati Istat sui prezzi degli immobili, che non cessano di arretrare di trimestre in trimestre, un caso quasi unico in Occidente. E la carenza di investimenti segnala due cose: le famiglie non hanno fiducia negli impieghi alternativi che loro si presentano o, almeno, non reputano che il rischio sia adeguatamente remunerato, a causa dei bassi tassi di rendimento; hanno paura del futuro e vogliono tenersi liquide per quando dovesse accadere loro qualche evento avverso, come il licenziamento, il calo del fatturato, spese impreviste, etc.

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Dunque, abbiamo un’Italia che risparmia più dell’8% del proprio reddito, che lo porta essenzialmente in banca e quest’ultima che presta tale denaro solo parzialmente alle imprese e famiglie che ne fanno richiesta, fermandosi a 1.329 miliardi di euro.

Il resto va ai pronti contro termine e alla Pubblica Amministrazione, specie in forma di titoli di stato. Cosa farebbe la BCE, se non mettere a disposizione di un cavallo che già non beve una maggiore quantità di acqua? Cosa spingerebbe davvero gli italiani a mettere in circolo questo denaro, consumandolo o investendolo in attività finanziarie o reali? La fiducia. E’ il vero bene che manca da troppi anni nello Stivale. Gli imprenditori hanno perso le speranze di svegliarsi in un’Italia con tasse più basse e una burocrazia meno ingombrante; i lavoratori di avere stipendi capaci di premiare i sacrifici compiuti e i disoccupati/inoccupati di trovare un posto di lavoro, possibilmente che vada oltre i contratti mensili o semestrali nel caso migliore.

Se ci fosse fiducia, parte di quei 1.371 miliardi parcheggiati a interessi zero in banca si tramuterebbe in consumi: più auto, vacanze, case, etc., ma anche più investimenti aziendali, azioni, obbligazioni, fondi, etc. I risultati sarebbero senz’altro positivi, perché da un lato si creerebbero posti di lavoro per effetto della maggiore domanda, dall’altro si metterebbe a disposizione di chi ne ha bisogno una quantità maggiore di capitali, abbassandone i costi di raccolta. Invece, tutto fermo. Poiché nessuno o in pochi credono che l’Italia da qui a breve possa rimettersi in carreggiata, tutti restano nell’attesa di una schiarita e si preparano al peggio, finendo per avverare la profezia. E da cosa dipende la mancanza di fiducia?

La risposta può apparire tremenda: gli italiani non si fidano degli italiani, delle loro istituzioni o della governance, per dirla in maniera forbita. La sfiducia è nel sistema-Paese e nemmeno l’esito “rivoluzionario” (in meglio o in peggio lo lasciamo decidere alla storia) delle ultime elezioni politiche sembra abbia smosso granché gli animi sul punto. In fondo, era accaduto lo stesso con la fine della Prima Repubblica. Anche allora, in concomitanza con una rivoluzione politico-istituzionale, la sfiducia verso il sistema Italia non fece che impennarsi. E anche allora ci fu crisi.

Anzi, fu l’inizio di oltre un quarto di secolo (ad oggi) di infinita crisi economica, sociale, finanziaria, politica e istituzionale.

Investire in titoli di stato o lasciare i soldi in banca?

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