La BCE fiuta il fallimento e trova già un responsabile: i governi europei

La BCE chiede ai governi dell'Eurozona maggiori investimenti pubblici e riforme per sostenere la crescita economica e far tendere l'inflazione all'obiettivo.

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La BCE chiede ai governi dell'Eurozona maggiori investimenti pubblici e riforme per sostenere la crescita economica e far tendere l'inflazione all'obiettivo.

Il membro esecutivo della BCE, Benoit Coeuré, torna sugli ultimi stimoli monetari varati dall’istituto lo scorso 10 marzo, che ritiene essere la conferma dell’illimitatezza degli strumenti a disposizione per riportare l’inflazione nell’Eurozona al target del 2%. Difende le misure di Francoforte, che avrebbero sostenuto la domanda di beni e servizi, oltre che la fiducia del mercato, ma riconosce che i soli sforzi della BCE non sarebbero in grado di creare le condizioni favorevoli per una crescita sostenibile dell’economia, avendo bisogno anche del supporto della politica fiscale e delle riforme.

Lo stesso Coeuré ha notato che, nonostante il calo della disoccupazione, essa rimanga strutturalmente elevata e il potenziale di crescita resta basso. Per questo, sprona i governi ad aumentare la produttività e l’ambiente economico, attraverso la leva degli investimenti pubblici, necessari per creare occupazione. Tutti i paesi, continua, avrebbero la possibilità di rendere più favorevole la struttura della tassazione e di reindirizzare la spesa pubblica verso gli investimenti, la ricerca e l’istruzione.

Investimenti ancora deboli nell’Eurozona

A tale proposito, gli esperti della BCE riportano nel prossimo Bollettino mensile, in uscita giovedì, che a differenza di USA e Giappone, nell’Eurozona e anche in tutta la UE, sebbene in quest’ultima in maniera meno marcata, il livello di investimenti pubblici non si è ripreso rispetto al periodo pre-crisi, restando mediamente sotto il 3% del pil, quando era salito dopo il 2005 al 3,6%, mentre prima di quell’anno si aggirava sul 3%. Gli investimenti pubblici, spiega l’istituto, sono stati tagliati particolarmente in quei paesi con forti squilibri di bilancio, che hanno dovuto abbassare repentinamente la spesa pubblica, partendo da quella in conto capitale, nonché in quelli attraversati negli anni precedenti da un vero boom in alcuni settori. Parliamo di Croazia, Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro e Irlanda. Altri, come Germania, Austria e Belgio, caratterizzati già da bassi livelli iniziali, hanno mantenuto quasi invariata la percentuale dei rispettivi bilanci loro dedicati. Altri, invece, come alcuni paesi dell’Europa Centro-Orientale, hanno approfittato dei fondi europei di coesione per aumentarli.

     

BCE chiede più investimenti ai governi

Ma il problema, continua il Bollettino, è che persino gli investimenti privati non sono decollati, nonostante su di loro si è spostato il peso con le privatizzazioni degli anni Ottanta-Novanta. Che cosa ci suggerisce l’analisi della BCE? Che bisogna puntare sugli investimenti pubblici, i quali avrebbero un impatto positivo sulla crescita di medio-lungo termine. Un’analisi ha trovato, ad esempio, che l’1% in più in Germania per 5 anni di seguito sosterrebbe l’intero potenziale di crescita nell’Eurozona.

Niente apertura a flessibilità, bensì riconversione della spesa

Ma allora la BCE darebbe ragione a chi, come il premier italiano Matteo Renzi, chiede più flessibilità fiscale? Non esattamente. Vero è che caldeggia il sostegno della politica fiscale, ma non nel senso che essa dovrebbe diventare complessivamente più espansiva, quanto che dovrebbe essere riqualificata, spostando voci di spesa verso i 3 capitoli indicati da Coeuré, ovvero investimenti, istruzione e ricerca. Inoltre, Francoforte continua a sollecitare la realizzazione delle riforme, anche se a tale proposito si continua a registrare una divergenza di opinioni tra la Bundesbank di Jens Weidmann, secondo cui gli stimoli avrebbero disincentivato i governi dal farle e la linea ufficiale dell’istituto, espressa oggi dal suo membro esecutivo, che si chiede se senza stimoli i governi le avrebbero varate.      

Munizioni BCE quasi finite, ora tocca ai governi

In altre parole, Mario Draghi non caldeggerebbe un allentamento delle regole fiscali, che magari potrebbe avvenire per quei paesi, come la Germania, con un raggio di manovra discreto sui conti pubblici, quanto una riconversione della spesa. Ciò implica che la crescita degli investimenti dovrebbe avvenire contenendo altre voci delle uscite della Pubblica Amministrazione. Una mano in tale direzione la sta dando proprio la BCE, che con il “quantitative easing” tiene i rendimenti dei titoli di stato ai minimi storici, abbassando il costo di rifinanziamento dei debiti sovrani e, quindi, il peso complessivo degli interessi. Infine, aldilà delle dichiarazioni rassicuranti, oggi ribadite dal governatore finlandese, Erkki Likanen, l’appello di Coeuré ai governi dell’Eurozona, che segue quello dello stesso Draghi di 11 giorni fa in conferenza stampa, dimostrerebbe proprio l’assenza di ulteriori munizioni sufficienti della BCE per contrastare la bassa inflazione, per cui nel caso dovessero rivelarsi deludente anche il potenziamento degli stimoli appena varato, l’istituto alzerebbe nei fatti bandiera bianca, scaricando sulla politica la responsabilità di non avere colto l’opportunità concessa da anni di allentamento monetario senza precedenti.

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