La BCE è disperata, altro che euforia dei mercati

La BCE annuncia il possibile varo di nuovi stimoli monetari, ma i mercati hanno pochi motivi per festeggiare. A Francoforte prevale lo scoramento per l'assenza di risultati.

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La BCE annuncia il possibile varo di nuovi stimoli monetari, ma i mercati hanno pochi motivi per festeggiare. A Francoforte prevale lo scoramento per l'assenza di risultati.

Ieri, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha annunciato che a marzo potrebbero essere adottate nuove misure di stimolo, in revisione della linea di politica monetaria perseguita a dicembre, quando il “quantitative easing” è stato potenziato, ma meno delle attese, non essendo stato previsto alcun aumento degli acquisti mensili. Stando a quanto dichiarato oggi dal logorroico governatore austriaco Ewald Nowotny, è probabile che non sono saranno potenziati a marzo gli acquisti mensili, ma che siano anche tagliati i tassi sui depositi overnight delle banche, abbassati a dicembre di 10 punti base al -0,30%. A tale proposito, Nowotny ha segnalato come siano più bassi in Svizzera (al -0,75%), anche se ha ammesso che la SNB agisce in un quadro monetario diverso. Draghi ha voluto evidenziare come il cambiamento di impostazione rispetto a solo un mese e mezzo fa non metterebbe a repentaglio la credibilità dell’istituto, ma al contrario lo farebbe un mancato adeguamento della politica monetaria ai nuovi dati emersi sul fronte economico. L’annuncio di nuove misure a marzo (quando il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, non avrà diritto di voto, a seguito della rotazione nel board), ché se ne dica, sarà tutt’altro che un fatto rituale, avvenendo ad appena 3 mesi dal varo di nuovi stimoli e ad un anno esatto dall’attuazione del QE. La frenesia non è mai un indice di serenità, suggerendo che a Francoforte crescerebbe la frustrazione per l’assenza di risultati. Nonostante acquisti effettuati e da attuare ancora per complessivi 1.500 miliardi di euro e centinaia di miliardi di liquidità erogata a costo zero alle banche dell’Eurozona a sostegno del credito, il risultato ottenuto è che l’inflazione è passata dai livelli negativi di un anno fa a poco sopra lo zero alla fine dello scorso anno, ma con l’avvertenza dello stesso Draghi che essa potrebbe tornare negativa in questi primi mesi del 2016 o restare comunque ancora molto bassa.

     

Senza QE ci sarebbe stata una nuova crisi del debito

D’altronde, considerando che dalla penultima riunione di dicembre le quotazioni del greggio sono diminuite di un altro 40%, appare poco efficace qualsiasi piano di accomodamento monetario. Il fenomeno non riguarda la sola Eurozona, anche se essa appare la peggio messa sul fronte dei prezzi, insieme al Giappone nel mondo, eccettuando il caso della Svizzera, dove il super-franco ha trascinato l’economia in deflazione, pur in crescita. Uno scenario simile si sta verificando in Svezia. Ma in pochi hanno colto la necessità imperativa per la BCE di continuare a “drogare” i mercati, in attesa che sul piano politico si abbiano sviluppi positivi, finora assenti. Immaginate cosa sarebbe accaduto al frammentato mercato dei titoli di stato nell’Eurozona, se senza il QE gli investitori si fossero trovati dinnanzi a una crisi dell’immigrazione senza precedenti in Europa, a un’avanzata spettacolare (anche se finora inconcludente) della destra nazionalista francese, al passaggio di consegne in Portogallo da un governo conservatore e filo-UE a uno sostenuto dall’estrema sinistra anti-euro e anti-austerità, per non parlare del caos politico in Spagna. Qui, il Partito Popolare del premier Mariano Rajoy ha vinto le elezioni, ma senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. A distanza di oltre un mese dal voto, Re Felipe sta ancora tenendo le ultime consultazioni, in base alle quali emergerebbe la possibilità di formare un governo a guida socialista, sostenuto anche dall’estrema sinistra di Podemos, le cui posizioni sono vicine a quelle di Syriza, il partito di Alexis Tsipras in Grecia.         Anche la Spagna verso un governo di sinistra anti-austerità? Dunque, l’intera penisola iberica, formata da Spagna e Portogallo, sarebbe prossima ad essere governata da forze contrarie alle politiche di Bruxelles. E l’Italia viene bastonata pubblicamente dalla Commissione europea per la sua presunta inaffidabilità, accusata da settori del Parlamento di Strasburgo di dare manforte ai populisti con il suo atteggiamento poco credibile. E dire che le formazioni anti-euro sono all’opposizione da noi. Dinnanzi a questo quadro politico avvilente, la BCE si considera un attore essenziale per impedire che esploda una nuova crisi del debito sovrano nel Sud Europa.

Del resto, sarebbe impensabile scommettere in rendimenti sovrani così bassi, se non ci fosse l’aiutino di Draghi, che acquistando titoli di stato, convince il mercato a non fare mancare la sua domanda, potendo confidare nella tenuta dei prezzi. In queste ore, ad esempio, nonostante ci sarebbero motivi per stare alla finestra e non acquistare bond dell’Europa del Sud, i decennali pubblici del Portogallo rendono appena il 2,78%, quelli spagnoli l’1,69% e i BTp l’1,55%. Certo, gli eventi politici stanno influendo ugualmente in modo negativo sui titoli lusitani e spagnoli, con i primi a rendere 24 punti base in più dall’inizio dell’anno e i secondi a registrare un allargamento dello spread di 12 bp rispetto ai livelli pre-elettorali. Ma sono movimenti minimi, risibili anche in termini assoluti, rispetto allo scenario ben più devastante, che si sarebbe potuto manifestare in assenza del QE.        

Bassi tassi nall’infinito

Proprio questa constatazione, però, rende le prospettive dell’Eurozona più rischiose. Ad un certo punto, la festa finirà e si vedrà chi è sbronzo e chi in grado di camminare con le proprie gambe. Il Sud Europa non sta dando grande dimostrazione di avvedutezza, quasi come se avesse dimenticato di essere stato sotto “bombardamento” dei mercati appena un paio di anni fa, quando i rendimenti esplodevano. Il risanamento dei conti pubblici rallenta un po’ ovunque, gli obiettivi fiscali vengono disattesi e rinviati e di riforme si parla un po’ meno. Certo, Spagna e Portogallo crescono rispettivamente a ritmi quadrupli e doppi dell’Italia ed entrambi i paesi hanno fatto forse di più del nostro anche sul fronte delle riforme strutturali. Ma la situazione politica non autorizza a guardare con occhi generosi a nessuno di questi paesi. La BCE lo sa ed è costretta a mascherare la necessità di nuovi stimoli con il solo obiettivo del raggiungimento del target d’inflazione, l’unico in teoria a dovere occupare le preoccupazioni di Francoforte. Per quanto prolungata che sia questa fase di bassi tassi e di liquidità infinita e a costo zero, prima o poi finirà. E sarà allora che si vedrà chi ne avrà approfittato per migliorare il suo outlook economico e chi per tornare a fare la cicala. Le polemiche sulla flessibilità si fondono essenzialmente su questa considerazione.

 

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