La BCE dovrà battere un colpo giovedì, ora preoccupano Francia e Germania: cosa aspettarci?

La BCE di Draghi è chiamata a illuminarci sulla politica monetaria questo giovedì e le difficoltà di Germania e Francia aggravano la solitudine di Francoforte.

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La BCE di Draghi è chiamata a illuminarci sulla politica monetaria questo giovedì e le difficoltà di Germania e Francia aggravano la solitudine di Francoforte.

Si riunisce per l’ultima volta quest’anno il board della BCE del 13 dicembre. Sarà l’occasione utile per verificare se davvero Francoforte cesserà gli acquisti di assets con il “quantitative easing” dopo dicembre. Stando all’aria che tira attorno all’istituto, non pare che alcun banchiere centrale abbia proposto una proroga del QE, per cui risulta davvero difficile immaginare che il governatore Mario Draghi annunci un passo indietro sull’uscita da questa forma non convenzionale di stimoli monetari, anche perché ciò non implica la fine del sostegno all’economia dell’Eurozona, per dirla con le parole del capo-economista della BCE, Peter Praet.

In effetti, se è quasi scontato che verranno meno i 15 miliardi mensili di titoli acquistati dall’istituto, le previsioni macro aggiornate segnaleranno la necessità per l’Eurozona di mantenere ancora un elevato grado di accomodamento monetario. Per prima cosa, il QE sarà probabilmente “sospeso”, nel senso che gli acquisti verrebbero ripristinati, ove servissero. Inoltre, già da giovedì prossimo Draghi potrebbe annunciare il varo di nuove aste T-Ltro, con cui iniettare liquidità a costo nullo alle banche dell’Eurozona, magari dietro condizioni più stringenti sul suo utilizzo.

E la BCE di Draghi ci ripensa sul QE, ecco le parole che segnalano il cambio di passo

I mercati continuano a scontare un rialzo dei tassi “overnight” di 10 punti base sin dalla fine dell’estate prossima, ma con probabilità ridottasi dal 100% all’80% in poche settimane. Il comparto manifatturiero sta crescendo ai minimi da diversi mesi, spesso anni, nell’area; il crollo delle quotazioni del petrolio da 86 a meno di 60 dollari in appena un bimestre lascia prevedere una crescita tendenziale prossima dei prezzi meno accentuata, con l’inflazione “core” già a sostare in area 1%, dimezzata rispetto al target. E i segnali che arrivano dalle prime due economie non appaiono incoraggianti.

Le difficoltà di Germania e Francia

Il pil in Germania si è contratto dello 0,2% nel terzo trimestre, anche se per via del crollo temporaneo (?) della produzione di auto. Sarà, ma la bilancia commerciale in ottobre ha deluso le attese, segnando un avanzo per i soli beni di 17,3 miliardi di euro, frutto di un +0,7% per le esportazioni e del +1,3% messo a segno dalle importazioni.

Il consensus era per un surplus di 18,1 miliardi, mentre nell’ottobre dello scorso anno era stato di 20,4 miliardi. L’export vale quasi la metà del pil tedesco e circa il 7-8% al netto delle importazioni, per cui è diventato un driver piuttosto importante per la crescita della locomotiva d’Europa. E se Berlino accusa il colpo, Parigi non è da meno. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, ha avvertito che le proteste dei gilet gialli in Francia dovrebbero sottrarre lo 0,1% di pil, a causa della contrazione in corso delle vendite al dettaglio, del comparto dei trasporti e del turismo.

I blocchi stradali stanno creando problemi all’approvvigionamento delle merci per negozi e catene commerciali, mentre sabato scorso è stata chiusa ai turisti persino la Tour Eiffel per ragioni di sicurezza. Formalmente, il governo mantiene ancora la stima di una crescita per l’intero anno dell’1,7%, ma il vice di Le Maire, Agnes Pannier-Runacher, ha fatto presente che con molta probabilità il pil quest’anno salirà “più vicino all’1,5%”. La Banca di Francia stima la crescita all’1,6%, mentre tecnicamente il +1,7% delle stime ufficiali verrebbe centrato solo con un’accelerazione nell’ultimo trimestre al +0,8% dal +0,4% del terzo. E considerando che le proteste gravano proprio sulla produzione dell’ultima parte dell’anno, difficile che ciò si realizzi.

Questa sera, il presidente Emmanuel Macron si rivolgerà alla nazione con un discorso televisivo, che punta a riconciliarlo con la stragrande maggioranza dei francesi che segnalano di avergli voltato le spalle. Serviranno più di semplici parole per giungere all’obiettivo, perché la crisi della presidenza appare gravissima e tale da far prefigurare uno stallo politico pressoché totale. L’aumento delle accise sul carburante, ad esempio, è stato sospeso per almeno tutto l’anno prossimo sull’onda delle proteste, anche violente, di queste settimane. Tuttavia, il premier Edouard Philippe ha chiarito che la stabilità dei conti pubblici per lui rappresenta un “prerequisito” per svolgere il suo lavoro e la soppressione del rincaro costerà a Parigi 4 miliardi di euro di minori entrate, quasi lo 0,2% del pil, quando già Macron ha fissato al 2,9% il rapporto deficit/pil per l’anno prossimo.

Senza correttivi, il bilancio pubblico francese andrà fuori dai parametri fiscali europei e la Commissione UE non potrà rimanere indifferente, non mentre ingaggia una battaglia durissima contro l’Italia per avere alzato il suo disavanzo al 2,4%, nettamente sotto il limite massimo del 3%.

I gilet gialli segnano il declino di Macron e della tecnocrazia europea

La BCE di Draghi sempre più sola

I nodi nell’unione monetaria sono venuti al pettine. La Germania ha scansato la crisi dell’ultimo decennio, anzi si è rinvigorita sul piano economico, puntando sulle esportazioni, minacciate da un vento protezionista sulle schermaglie in auge tra USA e Cina, nonché dalla Brexit, il cui accordo tra Londra e Bruxelles rischia seriamente oggi di non passare al Parlamento di Westminster. La Francia, invece, ha una spesa pubblica ipertrofica, al 56% del pil. La presidenza Macron aveva fatto sperare in una svolta liberale, ma l’incapacità mostrata da questa nel fare digerire le riforme economiche a una popolazione tradizionalmente ostile alle novità ha spento gli entusiasmi e adesso i 3 anni e mezzo che mancano per completare il mandato potrebbero trascorrere come l’era Hollande, ossia all’insegna del nulla.

Dinnanzi a questa paralisi nell’area, la BCE non potrà chiudere gli occhi, anche se non potrà nemmeno supplire alle carenze dei governi. La gestione della sfera monetaria non è finalizzata a garantire la crescita economica, bensì solo a salvaguardare la stabilità dei prezzi. Riforme e politica fiscale sono pilastri in capo agli stati e per ragioni diverse, ognuno segnala di non essere capace di darvi attuazione, con l’Italia allo scontro con i commissari sui paradigmi alla base della moneta unica. Il crollo del petrolio serve alla BCE almeno a prendere tempo, a non essere costretta ad annunciare quanto prima l’arrivo della stretta sui tassi.

Ma le sole aste T-Ltro non basteranno di certo ad evitare un rallentamento ulteriore della crescita economica, specie se la liquidità erogata non dovesse finire per sostenere davvero il credito alle imprese e alle famiglie, venendo impiegata per rafforzare i ratios patrimoniali. Draghi sta completando il suo ottennato in aperta solitudine, con una Germania che dall’altra parte della cornetta non sa più che rispondergli e la prospettiva sempre meno remota di tornare ai primi mesi del mandato, quando l’euro rischiò di scomparire.

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