La BCE dopo Draghi litigherà sull’obiettivo d’inflazione?

L'obiettivo d'inflazione potrebbe essere rivisto dalla BCE dopo la fine del mandato di Mario Draghi, ma non è chiaro in quale direzione. E cambierebbe molto.

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L'obiettivo d'inflazione potrebbe essere rivisto dalla BCE dopo la fine del mandato di Mario Draghi, ma non è chiaro in quale direzione. E cambierebbe molto.

Qualche settimana fa, parlando ai giovani vincitori del premio della cosiddetta “Generazione Euro”, il governatore della BCE, Mario Draghi, si è mostrato contrario alla revisione dell’obiettivo d’inflazione nell’Eurozona, sostenendo che si tratterebbe di una “sconfitta”. Eppure, da qualche tempo il dibattito sia a Francoforte che ad Atlanta si sta facendo sempre più concreto con riguardo all’ipotesi di modificare la policy dell’“inflation targeting”, prendendo atto che questa venga disattesa da anni sia negli USA che nell’Eurozona.

Le aspettative stesse d’inflazione nelle due principali economie mondiali risultano scese sotto i rispettivi target, segnalando difficoltà “strutturali” da parte delle banche centrali nel centrarli, dovute alla tecnologia, all’invecchiamento della popolazione e alla globalizzazione.

Le banche centrali dovranno rivedere il target d’inflazione o perderanno credibilità

Non è chiara, però, la direzione da assumere. Il Premio Nobel, Paul Krugman, da anni propone di alzare l’obiettivo, così da indurre il mercato a non aspettarsi un rialzo dei tassi in prossimità di un’inflazione al 2%. Gli stessi banchieri centrali principali hanno iniziato a segnalare l’intenzione di tollerare tassi d’inflazione più alti dei target loro assegnati, in modo da compensare la bassa inflazione degli anni recenti, perseguendo l’obiettivo “simmetrico” su un orizzonte temporale più esteso.

Non tutti concordano su questa strategia. La Bundesbank è capofila di quanti temono che, tollerando una crescita tendenziale dei prezzi superiore al target per un periodo prolungato, la banca centrale rischi di perdere il controllo della politica monetaria. E se non riuscisse ugualmente a centrare l’obiettivo, pur annunciando una maggiore flessibilità, la credibilità dell’istituto verrebbe definitivamente meno, disancorando le aspettative d’inflazione e richiedendo potenzialmente un’opera titanica per rendere efficace la politica monetaria.

Cosa succederà dopo Draghi?

Tra pochi mesi, Draghi non sarà più governatore e il suo successore ancora non lo si conosce. Che sia un francese, un tedesco, un finlandese, etc., il suo principale problema nell’immediato sarà mostrarsi credibile nel centrare il target di un’inflazione “vicino, ma di poco inferiore al 2%”, quando sono già 6 anni pieni che non viene raggiunto nell’Eurozona.

Contrariamente all’ipotesi di cui sopra, il nuovo governatore potrebbe optare per abbassare nel tempo tale target, magari inizialmente in via informale, tollerando esplicitamente un’inflazione tra l’1% e il 2%, così da cercare di accrescere la credibilità dell’istituto. Non è detto che vi riesca, anche perché i mercati potrebbero accogliere la mossa come frutto del fallimento nell’espletare il (vecchio) mandato. In sostanza, “se Maometto non va alla montagna, …”.

La reazione rischia anche in questo caso di essere diversa dalle attese: tollerare formalmente un’inflazione più bassa indurrebbe consumatori, lavoratori, imprese e investitori a scontare un rialzo dei prezzi in futuro ancora inferiore, frustrando la BCE. Del resto, è pur vero che tendere a un tasso d’inflazione a quasi il 2% non sta scritto nei testi sacri; risulta più che altro un compromesso di fine anni Novanta tra l’opzione drastica di una crescita zero dei prezzi, lo scenario teorico preferibile, e la necessità di garantire un minimo aumento dei prezzi per evitare lo scivolamento nella deflazione, ma anche per tutelarsi dall’eventuale, quanto rituale, sovrastima dell’inflazione per via della mancata adeguata considerazione nell’immediato dell’effetto sostituzione.

Bassa inflazione incubo delle banche centrali: si dovranno rassegnare?

Le implicazioni dell’una o dell’altra scelta sarebbero molto forti sul piano delle azioni concrete. Tollerare un’inflazione più alta del 2% per qualche anno significherebbe spingere la BCE a tenere i tassi bassi più a lungo di quanto ad oggi siamo portati a stimare, nonché eventualmente a continuare ad acquistare assets con nuovi cicli di “quantitative easing”. Viceversa, l’istituto uscirebbe dall’accomodamento monetario estremo di questi anni più velocemente. Il quadro nell’uno e nell’altro caso verrebbe complicato dalla differenza tra i tassi d’inflazione nei 19 stati membri dell’Eurozona, riflesso dei diversi andamenti delle economie. Il rischio di destabilizzare i prezzi al nord o di fare scivolare il sud nella deflazione sarebbe reale.

giuseppe.

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