La BCE avvia la fine degli stimoli monetari, ma il QE di Draghi finirà davvero?

La fine degli stimoli è stata annunciata, ma non è detto che la BCE darà davvero seguito all'annuncio. Da qui alla fine dell'anno potrebbero esservi sorprese. Le proiezioni macroeconomiche lo confermerebbero.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La fine degli stimoli è stata annunciata, ma non è detto che la BCE darà davvero seguito all'annuncio. Da qui alla fine dell'anno potrebbero esservi sorprese. Le proiezioni macroeconomiche lo confermerebbero.

Passaggio storico per la BCE ieri, quando al termine del quarto board dell’anno ha annunciato di tenere i tassi fermi, ma di avere deciso il dimezzamento degli stimoli monetari tra ottobre e dicembre a 15 miliardi al mese e la loro cessazione dal prossimo anno. Rispetto alle previsioni, è andata forse persino un po’ meglio per i mercati, se è vero che ci si attendesse una riduzione più marcata degli acquisti negli ultimi tre mesi dell’anno. L’istituto guidato da Mario Draghi si mostra anche fiducioso del raggiungimento graduale del target d’inflazione, che è di poco inferiore al 2%. Tuttavia, proprio le proiezioni macro-economiche diffuse ieri in conferenza stampa non avvalorerebbero tale scenario. Sono state riviste in rialzo le stime sull’inflazione per il triennio in corso all’1,7% per il 2018, il 2019 e il 2020, quando a marzo ci si attendeva una crescita tendenziale dei prezzi per quest’anno e il prossimo dell’1,4% e dell’1,7% per il 2020. Al contempo, sono state tagliate le stime sul pil per il 2018 dal +2,4% al 2,1%, mentre per il prossimo biennio sono rimaste invariate al +1,9% e al +1,7%.

Cosa può fare la BCE di Draghi per evitare che la crisi dei BTp travolga l’euro?

In definitiva, rispetto a tre mesi fa la BCE prevede più inflazione e minore crescita, non esattamente un mix ideale per arrestare del tutto gli stimoli monetari, anche perché i livelli a cui sono attesi i tassi di crescita dei prezzi per l’intero triennio restano, pur di poco, inferiori al target. Si consideri che il surriscaldamento delle quotazioni del petrolio ha sostenuto l’accelerazione dell’inflazione nell’ultimo anno, ma da qui ai prossimi mesi non è affatto detto che il trend prosegua, anzi esisterebbero diverse ragioni per credere che il greggio abbia già cessato la propria corsa e in vista della fine dell’accordo russo-saudita per porre un tetto alla produzione, le quotazioni potrebbero persino ripiegare già in prossimità della fine dell’anno, con ciò impattando negativamente sull’inflazione e allontanandola dai target fissati dalle principali banche centrali del pianeta. Vero è che la BCE avrà verosimilmente incorporato tali previsioni nelle sue proiezioni, ma i trascorsi ci insegnano che le stime dell’istituto tendano ad essere eccessivamente auto-compiacenti sulla capacità di centrare il target o di tendervi.

QE pronto a tornare all’occorrenza?

A tale proposito, bisogna considerare la reazione di ieri sui mercati all’annuncio del “tapering” della BCE. I rendimenti decennali italiani erano saliti immediatamente fin oltre il 3%, quelli tedeschi allo 0,52%, mentre il cambio euro-dollaro si era rafforzato dello 0,3% fino a un massimo di 1,1830. Tutto secondo copione, trattandosi dell’avvio di un ritiro graduale degli stimoli monetari. Nei minuti successivi, però, l’inversione di tendenza: cambio euro-dollaro sceso di circa l’1% sotto 1,17, rendimenti italiani al 2,8% e tedeschi allo 0,45%, con relativo restringimento dello spread BTp-Bund. Come mai? Evidentemente, il segnale lanciato dalla BCE è stato percepito come “dovish” e non “hawkish”. In altre parole, i mercati finanziari si sono rasserenati sul mantenimento dei tassi ai livelli attuali “per un lungo periodo di tempo” e perché, forse, le stesse proiezioni macro non farebbero intravedere un corso monetario prossimo decisamente più restrittivo rispetto a quello attuale.

Così la BCE di Draghi ha solo rinviato la fine dell’euro

Lo stesso “quantitative easing” non è detto che esca del tutto dalla cassetta degli attrezzi di Francoforte, almeno fino a quando Draghi sarà governatore, cioè fino alla fine dell’ottobre 2019. Se con le prossime stime dovesse attendersi un’inflazione in calo, il board avrebbe una giustificazione forte per ripristinare ancora per diversi mesi il QE, magari a ritmi più blandi. Il non detto riguarda proprio l’Italia. Il cambiamento politico in atto comporta rischi e tensioni sui mercati, che necessariamente finirebbero per influenzare lo stesso operato della BCE, per quanto mai ufficialmente ciò potrà essere ammesso. Se lo spread volasse e nella periferia dell’Eurozona si scatenasse una crisi dei bond simile a quella di 7 anni fa e se al contempo a risentirne fossero la crescita economica e l’inflazione in tutta l’area, Draghi non vorrà completare il mandato con lo stesso sottofondo con cui lo ha iniziato, ovvero lo sgretolamento potenziale della moneta unica. Interverrà a spegnere l’incendio, trovando ogni appiglio utile a cui aggrapparsi per non apparire un soccorritore improprio degli stati vittime delle tensioni e gli stessi dati, che ieri hanno giustificato l’annuncio del “tapering”, si presterebbero ad essere interpretati nel senso di un sostegno necessario della politica monetaria per garantire la stabilità dei prezzi. I mercati lo hanno capito: i tempi d’oro della liquidità a fiumi sono finiti, ma non stiamo tornando all’era pre-crisi. La normalizzazione monetaria è ben lungi dall’essere avviata.

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Argomenti: Bce, Economia Europa, Inflazione, quantitative easing, stimoli monetari

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