La BCE abbasserà il target d’inflazione dopo Draghi? I tedeschi ci sperano

Se l'inflazione resta bassa, la BCE rinunci ad alzarla ancora e abbassi le sue pretese. E' l'invito di un ex suo alto funzionario, che sembra preludere a una possibile nuova direzione di Francoforte dopo Draghi.

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Se l'inflazione resta bassa, la BCE rinunci ad alzarla ancora e abbassi le sue pretese. E' l'invito di un ex suo alto funzionario, che sembra preludere a una possibile nuova direzione di Francoforte dopo Draghi.

Se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà da Maometto? Questo è quanto crede esplicitamente Juergen Stark, già capo economista della BCE dal 2006 al 2011, anno in cui si dimise dall’incarico in polemica con l’allora governatore Jean-Claude Trichet sui suoi acquisti di titoli di stato del Sud Europa, tra cui italiani, realizzati con il Securities Markets Program per calmierare gli spread. In un’intervista a Reuters, il tedesco ha invitato Francoforte ad abbassare il target d’inflazione, evitando di destabilizzare ulteriormente i mercati, nel tentativo di centrare l’obiettivo prefissato per statuto (“di poco inferiore al 2%”). Secondo l’ex banchiere centrale, la bassa inflazione di questi anni avrebbe aiutato la ripresa economica nell’Eurozona, sostenendo i redditi disponibili delle famiglie e agendo come se fosse stata un taglio delle tasse. (Leggi anche: La BCE taglierà il target d’inflazione per salvare la faccia?)

L’abbassamento del target d’inflazione sembra ad oggi fuori discussione. Dal governatore Mario Draghi e alcuni funzionari della BCE, al contrario, si è fatto notare nell’ultimo anno a più riprese che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sarebbe “simmetrico”, ovvero che dopo non essere stato possibile centrare il target sin dagli inizi del 2013, potrebbe risultare accettabile “per un po’ di tempo” tollerare un tasso tendenziale d’inflazione sopra il target, per una sorta di compensazione intertemporale.

Cosa accadrà dopo Draghi?

Questa proposta è arrivata negli anni passati dal Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, secondo il quale solo innalzando l’obiettivo sull’inflazione si spingerebbe il mercato verso aspettative più elevate, altrimenti questi si aspetterebbe un rialzo dei tassi ai primi accenni di ripresa dei prezzi, ma così facendo raffreddandone la crescita. Va da sé che la Bundesbank è da sempre contraria a una simile ipotesi. Sotto Draghi, comunque, resta più probabile che la BCE accetti un’inflazione al 3% che non dell’1%. Tuttavia, il mandato del governatore scade tra due anni e se per allora, come suggeriscono le stesse stime dell’istituto, non dovesse essere centrato il target di poco inferiore il 2%, il successore potrebbe realmente prendere in considerazione l’ipotesi di Stark, specie se, come sembra, questi sarà un tedesco, magari nella persona di Jens Weidmann, attuale numero uno della Bundesbank. (Leggi anche: Krugman: banche centrali puntino a inflazione del 3%)

Sul piano del consenso, oltre che per qualche rischio legato alla credibilità della BCE sui mercati, non sarebbe facile nemmeno per un governatore tedesco abbassare il target d’inflazione. D’altra parte, se l’istituto non riuscisse nemmeno nei prossimi mesi e anni a stabilizzare i prezzi secondo i suoi parametri, incorrerebbe nel rischio di essere ritenuta poco credibile sui mercati finanziari con riferimento all’obiettivo principale della sua politica monetaria. Ecco, quindi, che questa potrebbe essere l’antifona dopo Draghi. Se non altro, Francoforte non si sforzerebbe più di tanto per centrare un obiettivo che non ritiene essere scolpito sulla roccia, magari segnalando di guardare ad esso con maggiore flessibilità rispetto al passato. In termini concreti, significherebbe tassi più alti, a parità di inflazione e di crescita economica. Per le economie indebitate dell’unione monetaria, potrebbero davvero essere gli ultimi anni di pacchia.

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