La bolla giapponese rischia di travolgere i mercati finanziari di tutto il mondo

La Banca del Giappone è diventata tra i principali investitori del Sol Levante e ormai detiene quasi la metà del debito pubblico nipponico. Rischi enormi da un suo eventuale cambio di passo sui mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Banca del Giappone è diventata tra i principali investitori del Sol Levante e ormai detiene quasi la metà del debito pubblico nipponico. Rischi enormi da un suo eventuale cambio di passo sui mercati.

La Banca del Giappone non sta ancora segnalando l’intenzione di uscire da un quinquennio di allentamento monetario senza precedenti, contrariamente alla BCE e a quanto ha iniziato a fare la Federal Reserve nell’ultimo lustro. Del resto, mentre l’ex governatore Ben Bernanke annunciava che entro l’anno avrebbe avviato il “tapering” negli USA, ovvero il ritiro graduale degli stimoli monetari, il neo-governatore di Tokyo, Haruhiko Kuroda, avviava il suo piano di acquisti di assets da 80.000 miliardi di yen all’anno, qualcosa come più di 620 miliardi di euro oggi, rallentandoli nel 2016 a 60.000 miliardi, un importo comunque consistente, pari ancora a circa l’8% del pil nipponico. Il vice-governatore Masayoshi Amamiya ha messo in guardia sul fatto che mutamenti alla politica monetaria possono essere discussi a ogni appuntamento del board, paventando l’ipotesi che di riduzione degli acquisti di assets finanziari possa discutersi alla riunione di luglio.

Rialzo dei tassi la maggiore minaccia globale dopo anni di sbornia

In realtà, non esiste alcuna tempistica orientativamente pensabile con sufficiente credibilità per l’annuncio di una qualche forma di “tapering” in Giappone. L’inflazione si attesta ancora allo 0,7% su base annua, pari a poco più di un terzo del target del 2% fissato dall’istituto. Non esisterebbe alcuna giustificazione formale, dunque, affinché la BoJ tagliasse proprio adesso gli acquisti dei bond e delle azioni. E il problema è ben più strutturale. Al 31 marzo scorso, essa risultava in possesso di ben il 41,8% dei titoli di stato emessi dal Giappone, così come anche di azioni per un controvalore di 25.000 miliardi di yen o 227 miliardi di dollari. La banca centrale di Tokyo ha iniziato ad acquistare azioni nel 2010, tramite i fondi Etf. Al 31 marzo scorso, figurava ormai tra i primi 10 azionisti in ben 1.446 società quotate su un totale di 3.735. L’anno prima, era ancora tra i principali azionisti in 833 società, per cui in un anno ha segnalato un balzo del 70%. Oggi come oggi, possederebbe azioni per un valore pressappoco uguale al 4% del listino principale di Tokyo.

Poiché il rapporto tra debito pubblico e pil in Giappone è salito al 253% alla fine del 2017, si trova anche che la banca centrale deterrebbe qualcosa come bond sovrani per oltre il 100% del pil del Sol Levante. Con questi numeri, si capisce benissimo come l’istituto si trovi in trappola, anche perché rischia seriamente di fare saltare in aria il mercato finanziario nipponico e quello dell’intero pianeta. Un solo dato: nel 2017, il governo ha speso “solo” 25.000 miliardi di yen in interessi sul debito, una cifra che corrisponde a un tasso medio di appena l’1,9% del totale delle passività, ma quasi al 5% del pil. Secondo Bloomberg, tra il 2013 e il 2017, grazie agli acquisti della BoJ, Tokyo avrebbe risparmiato 45 miliardi di dollari in interessi, una cifra congrua, ma nemmeno tanta, specie se rapportata al debito e allo stesso pil.

I rischi da una fase più restrittiva

Un decennale continua a offrire intorno allo zero percento, in linea con l’obiettivo segnalato quasi due anni fa. Tuttavia, se tali rendimenti appaiono già infimi oggi, lo saranno ancora di più con l’eventuale ripresa dell’inflazione e con l’ascesa dei tassi anche in Europa. A quel punto, i rendimenti saliranno anche in Giappone e per ogni aumento medio dell’1% della curva, l’impatto a regime sui conti punti equivarrebbe al 2,5% del pil, il doppio che in Italia. Nel frattempo, il ministro delle Finanze ha annunciato il rinvio dal 2020 al 2025 del raggiungimento dell’obiettivo di un avanzo primario e ha rimosso il tetto dei 500 miliardi di yen per la crescita annua delle spese assistenziali, tutti indizi che lasciano ipotizzare una politica fiscale meno solida per un’economia già ultra-indebitata e che negli ultimi due anni ha chiuso il bilancio con un deficit al 4,5% del pil, pur in calo dal 7,8% del 2013, primo anno di governo per il premier Shinzo Abe.

Da quando questi è in carica ad oggi, lo yen ha perso oltre un quinto del suo valore contro il dollaro, obiettivo proprio della politica dell’istituto, finalizzata a sostenere l’inflazione. Anche per questo Kuroda non può permettersi di segnalare alcun cambio di passo adesso. Il rafforzamento del cambio allontanerebbe ulteriormente il raggiungimento del target d’inflazione e avrebbe il potenziale di scatenare una crisi finanziaria mondiale. Vi immaginate le conseguenze di un’esplosione della bolla in Giappone? Il solo mercato azionario vale oltre 6.200 miliardi di dollari, a cui dobbiamo sommare quello del debito sovrano da circa 12.000 miliardi e quello dei corporate bond per altri 520 miliardi. In tutto, una bomba da 19.000 miliardi di dollari, pronta ad esplodere al minimo cenno di capo del governatore. Il quale forse, in cuor suo, spera di potere tirare avanti così per il tempo sufficiente a lasciare ad altri la patata bollente.

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Argomenti: Abenomics, bolla finanziaria, bond sovrani, Economie Asia, rendimenti bond