L’8 marzo per le donne italiane niente festa: senza lavoro, confidano nel posto pubblico

Le donne in Italia lavorano poco, anche se verrebbero discriminate meno in azienda. Tuttavia, i numeri parlano di un 8 marzo lungi dal dover essere festeggiato.

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Le donne in Italia lavorano poco, anche se verrebbero discriminate meno in azienda. Tuttavia, i numeri parlano di un 8 marzo lungi dal dover essere festeggiato.

8 marzo, festa delle donne. Auguri, ma c’è poco da festeggiare per il gentil sesso in Italia. Secondo le classifiche europee, solo a Malta risulta esservi il maggiore divario occupazionale tra uomini e donne tra i 20 e i 64 anni di età. Nel nostro mercato del lavoro, le distanze ammontano a quasi 20 punti percentuali, esattamente al 19,8%, a fronte di una media continentale dell’11,5%, che scende all’11,2% nell’Eurozona. In Germania e Francia, non arriva all’8%. Un dato imbarazzante, che si arricchisce di dettagli raccapriccianti, se andiamo a esaminarlo sul piano territoriale: nel Meridione, solo il 32,7% delle donne è occupato contro il 57,7% degli uomini, la percentuale più bassa di tutta Europa. Le distanze, tuttavia, rimangono elevatissime anche al Nord, ma con percentuali molto più alte per entrambi i sessi: 75,5% gli uomini, 59,4% le donne. Per questo, nemmeno le regioni più ricche dell’Italia riescono a centrare il dato medio europeo di un’occupazione femminile del 62,3%. La media nazionale scende, poi, al 49,4%, che si confronta con il 68,5% tra gli uomini.

Crisi lavoro Italia: occupazione trainata in 20 anni solo da donne, uomini giù

Questi dati segnalerebbero una realtà apparentemente incontrovertibile, anche perché confermata dall’andamento negli altri stati: laddove, come nel Sud Europa, l’occupazione è più bassa, meno posti di lavoro in proporzione vanno alle donne. Fa eccezione il Portogallo, dove il divario tra i due sessi è favorevole agli uomini di soli 7,5 punti. In Spagna, il dato si pone in perfetta linea con quello medio continentale.

Eppure, le donne italiane risulterebbero tra le meno discriminate in Europa sul piano retributivo: le loro buste paga, a parità di mansione e anzianità di servizio, è più leggera di quelle dei colleghi maschi solo del 5,2%, quando la media UE è del 16,2%.

Questi numeri ci fornirebbero un quadro difficile da decifrare: le donne che lavorano sono poche in Italia, ma sarebbero pagate sostanzialmente quanto gli uomini, a differenza che nel resto d’Europa. Attenzione alle interpretazioni ingenue. Ciò si spiegherebbe, almeno parzialmente, con l’elevata percentuale di donne occupate nella Pubblica Amministrazione, dove il “gap” salariale non esiste. Rispetto ai 3,2 milioni di dipendenti pubblici, quelle di sesso femminile risultano essere 1,8 milioni, oltre il 56% del totale, a fronte di meno del 40% nel settore privato. Questa preponderanza mitigherebbe le disparità salariali risultanti sul piano statistico. In Germania, invece, dove l’occupazione complessiva supera il 75%, le donne vengono mediamente pagate il 21,5% in meno rispetto agli uomini, terzo dato più alto dopo Estonia e Croazia. In sostanza, opportunità di lavoro abbondanti non fanno il paio con equità di condizioni. E chiediamoci anche se, per caso, siano i bassi salari generalmente vigenti in Italia a rendere incomprimibili le retribuzioni delle lavoratrici oltre una certa soglia.

Donne e lavoro in Italia non si parlano

Comunque la si guardi, però, la condizione delle donne italiane sul mercato del lavoro appare drammatica. Lavora meno di una su due tra i 15 e i 64 anni, pari a meno del 42% degli occupati. E quasi un quinto delle occupate lavora alle dipendenze della Pubblica Amministrazione. Se in quest’ultima la percentuale di donne assunte fosse quanto quella nel settore privato, l’occupazione femminile scenderebbe ulteriormente al 47%. Secondo Bloomberg, se le italiane risultassero occupate alle stesse percentuali UE, il nostro pil aumenterebbe di 88 miliardi di euro all’anno. Dunque, la bassa occupazione femminile non è solo questione di diritti teorici, quanto di perdita di ricchezza per tutti, uomini e donne. Con 88 miliardi di pil in più, il nostro debito pubblico nel 2018 avrebbe chiuso a meno del 126%, senza nemmeno calcolare gli effetti positivi strutturali sui conti dello stato: non meno di 35 miliardi di maggiori entrate, capaci di azzerare il deficit o di finanziare voci di spesa come la sanità e la scuola o anche il taglio delle tasse a beneficio dei contribuenti.

L’occupazione cresce per metà al Sud, male tra le donne

Si consideri, poi, che le donne italiane oggi figurano tra quelle che fanno meno figli (1,49 a testa) e che concepiscono il primo a un’età più tarda (30,3 anni contro 28,9 nella UE), a conferma di come la bassa natalità stessa che affligge l’Italia da qualche decennio sarebbe conseguenza delle condizioni economiche restrittive in cui versano milioni di famiglie. Una donna occupata, contrariamente a quanto siamo portati a credere, riducendo tali difficoltà economiche, agevolerebbe la ripresa delle nascite, anche se nel nostro Paese manca un sistema adeguato di welfare a sostegno della famiglia, tutto concentrato com’è sugli anziani. Se solo le donne italiane lavorassero in percentuale uguale alla media europea, salterebbero fuori 2,5 milioni di nuovi posti e le distanze tra Italia e UE si ridurrebbero drasticamente dagli oltre 10 punti attuali e poco più di 4. La maggiore flessibilità legislativa per il mercato del lavoro degli ultimi 15-20 anni ha sostenuto l’occupazione femminile, riducendo il divario dagli oltre 25 punti del 2005. Tuttavia, con un’economia che non cresce da decenni, non basta. E le donne pagano il maggiore scotto della stagnazione secolare italiana.

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