Krugman contro l’austerità europea: la vogliono solo i ricchi

Scontro tra gli economisti sul binomio crescita-debito. La crisi dell'Eurozona fa discutere e divide il mondo accademico e quello politico. Dura invettiva di Krugman: l'Europa sta morendo di austerità

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Scontro tra gli economisti sul binomio crescita-debito. La crisi dell'Eurozona fa discutere e divide il mondo accademico e quello politico. Dura invettiva di Krugman: l'Europa sta morendo di austerità
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Torna a fare discutere Paul Krugman, l’economista anti-austerità, che da tempo attacca le politiche dell’Eurozona, cercando di dimostrarne l’inefficacia. E lo fa anche stavolta dalle colonne del New York Times, dove risponde alle critiche di un altro economista, lo svedese Anders Aslund, il quale aveva elogiato il lavoro di due colleghi della Harvard, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, sostenendo che esso avrebbe sbugiardato la tesi di esponenti alla Krugman, per cui qualsiasi stimolo di bilancio sarebbe positivo per l’economia. Quest’ultimo, invece, ribadisce che a suo avviso gli stimoli di bilancio sarebbero positivi solo quando i tassi sono a zero e attacca a testa bassa gli “austeriani”, i quali si sentirebbero in trappola e in assenza di argomentazioni screditerebbero il lavoro altrui.

Da un punto di vista accademico, Krugman e altri economisti dimostrerebbero che i dati su cui si basano le tesi di Reinhart-Rogoff, ma anche di Alberto Alesina, per cui il pil crescerebbe a rilento sopra la soglia del 90% di debito pubblico, sarebbero inficiati da errori di calcolo.

Più in generale, Krugman e gli “anti-austerity” attaccano i maggiori fautori delle politiche di austerità nell’Area Euro, ossia il commissario agli Affari monetari, Olli Rehn, il vice-direttore della BCE, Victor Constancio, e l’Ocse, sotto la direzione di Pier Carlo Padoan.

 

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Secondo Krugman, l’austerity sarebbe la risposta voluta solo dall’1% della popolazione ricca, che pur non desiderando un impoverimento generale, sarebbe ancora soggetto a diversi pregiudizi e ritiene che la cosiddetta “austerità espansiva” di cui parla Alesina possa essere la via d’uscita dalla crisi.

I dati, al contrario, sempre secondo l’economista, suggerirebbero un fallimento delle ricette applicate in Europa, che adesso iniziano ad essere timidamente messe in discussione proprio dai loro propinatori. Il riferimento è alle ultime dichiarazioni di Olli Rehn, per cui grazie al lavoro svolto finora il risanamento potrà procedere anche a un ritmo un pò più flessibile, volendo. A seguire anche le affermazioni di Constancio, che si rifà a quanto detto dal commissario UE.

La questione posta al centro dello scontro accademico gira intorno a questo punto: il debito è un male per la crescita? Se sì, può essere affrontato risanando i conti pubblici o rilanciando la crescita? E da ciò scaturisce l’ulteriore domanda: risanamento/austerity e crescita sono antitetici?

La Germania è fermamente convinta che si possa risanare e allo stesso tempo non impattare negativamente sulla crescita a breve, ma al contrario con effetti benefici sul medio-lungo termine. L’Italia è tra quanti ritiene di essere stata danneggiata dalle politiche di austerità, con un tasso di disoccupazione salito quasi al 12% e un pil crollato nel 2012 del 2,3%, oltre al -1,3% previsto per quest’anno.

 

Il caso dell’America Latina

Forse, una risposta non esaustiva potrebbe arrivare dai dati storici e relativi alle economie assistite dal Fondo Monetario negli anni Ottanta e Novanta. In particolare, ci riferiamo all’America Latina, che ha applicato pedissequamente le ricette di Washington e con il risultato di una fase di transizione più o meno lunga, caratterizzata da risanamento fiscale, abbassamento dell’inflazione e tensioni sociali, ma che hanno successivamente condotto tali stati a ritmi di espansione del pil invidiabili e a una fortissima riduzione del debito pubblico, che raramente supera in quell’area del pianeta il 40% del pil.

Certo, il problema europeo che si nasconde dietro l’austerità è un altro: tutti concordano nel ritenere che conti pubblici in ordine siano premessa indispensabile per giungere a una crescita ordinata. Tuttavia, è il modo di pareggiare i conti ad essere controverso.

Nell’impellenza di fare presto e tanto, i governi del Sud Europa, Italia inclusa, hanno aumentato l’imposizione fiscale già alta, strozzando l’economia. Al contrario, tagli dolorosi, ma necessari alla spesa potrebbero consentire nel tempo una maggiore efficienza della macchina pubblica e la creazione di condizioni favorevoli alla crescita, per via di un più basso livello di prelievo fiscale.

Il problema sta nella forza dei governi. La questione non è tanto accademica, forse, ma di Realpolitik. Non è un caso che si parla da almeno due decenni di non meglio imprecisate riforme in Italia, senza che vengano mai alla luce. Qui c’entrano poco sia Krugman che la Merkel.

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