Krugman a Obama: Nessun Accordo, Mr President

L'editoriale del New Yok Times dopo le elezioni, con le raccomandazioni del Nobel dell'economia al Presidente: non cediamo ai ricatti dei repubblicani.

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
L'editoriale del New Yok Times dopo le elezioni, con le raccomandazioni del Nobel dell'economia al  Presidente: non cediamo ai ricatti dei repubblicani.

di Paul KrugmanDiciamo un’ovvietà: i democratici hanno riportato una vittoria incredibile. Nonostante un’economia ancora in crisi, in un anno in cui la maggioranza democratica al Senato sembrava destinata alla catastrofe, non solo hanno mantenuto la Casa Bianca, ma hanno anche aumentato i seggi. E non è tutto: hanno riportato vittorie importanti negli Stati.In particolare, la California – a lungo uno stato emblematico di quella disfunzione politica in cui non si può ottenere nulla senza una supermaggioranza legislativa – non solo ha votato per gli aumenti di tasse così tanto necessari, ma ha eletto una supermaggioranza democratica, proprio così. Ma un obiettivo non è stato raggiunto.Anche se le stime preliminari suggeriscono che i democratici abbiano ricevuto più voti dei repubblicani alle elezioni del Congresso, il GOP mantiene un solido controllo della Camera grazie ai brogli dei governi statali controllati dai repubblicani.E John Boehner, il presidente della Camera, non ha perso tempo e ha dichiarato che il suo partito resta come sempre intransigente, del tutto contrario ad ogni aumento dei prelievi d’imposta, anche se si lamenta delle dimensioni del deficit. Così il Presidente Barack Obama deve prendere una decisione, quasi immediata, su come affrontare il continuo ostruzionismo repubblicano. Fino a che punto dovrebbe spingersi nel soddisfare le richieste del GOP? La mia risposta è: no, per niente. Obama dovrebbe tenere duro, dichiarandosi disposto, se necessario, a mantenere la sua posizione anche a costo di lasciare che gli avversari infliggano danni su un’economia ancora traballante. Questo sicuramente non è il momento di negoziare un “grande patto” sul bilancio, che trasformerebbe la vittoria in sconfitta. Nel dire questo, non intendo minimizzare i pericoli economici molto reali posti dal cosiddetto “fiscal cliff” (precipizio fiscale,ndt) che si profila alla fine di quest’anno se le due parti non riusciranno a raggiungere un accordo. Sia i tagli fiscali dell’era Bush che i tagli fiscali sul costo del lavoro dell’amministrazione Obama, decisi in base all’accordo raggiunto nel 2011 sul tetto del debito,  sono in scadenza, come anche i tagli automatici alla spesa, nella difesa e in altri settori. E l’incombente combinazione di un aumento delle imposte e di tagli alla spesa sembra proprio quanto basta per riportare di nuovo l’America in recessione. Nessuno vuole che questo accada. Tuttavia può ugualmente accadere, e Mr Obama deve essere disposto a lasciare che accada, se necessario. Perchè? Perché i repubblicani stanno cercando, per la terza volta da quando Obama ha assunto l’incarico, di utilizzare il ricatto economico per raggiungere un obiettivo che non possono raggiungere attraverso il normale processo legislativo, perché non hanno i voti. In particolare, vogliono prorogare i tagli fiscali di Bush ai ricchi, anche se il paese non può permettersi di renderli permanenti e la pubblica opinione ritiene che le tasse ai ricchi debbano salire – e stanno minacciando di bloccare qualsiasi trattativa su qualsiasi altra cosa se non ottengono questo. Così, in effetti, stanno minacciando di far fallire l’economia a meno che le loro richieste non vengano accolte. Obama in passato di fronte a tattiche simili alla fine del 2010 si è sostanzialmente arreso, prorogando la bassa tassazione sui ricchi per altri due anni. Di nuovo nel 2011 ha fatto importanti concessioni, quando i repubblicani minacciavano di creare il caos finanziario rifiutando di aumentare il tetto del debito. E la crisi potenziale attuale è l’eredità di queste precedenti concessioni. Bene, questo deve finire – se non vogliamo che la presa di ostaggi, attraverso la minaccia di rendere il paese ingovernabile, diventi uno standard del nostro processo politico. E allora che cosa si dovrebbe fare? Basta dire no, e andare oltre il precipizio, se necessario. Vale la pena sottolineare che il precipizio fiscale non è in realtà un vero precipizio. Non è come il confronto sul tetto del debito – dove avrebbero veramente potuto accadere subito delle cose terribili se la scadenza fosse stata mancata. Questa volta, non accadrà niente di male all’economia se l’accordo non viene raggiunto entro poche settimane o anche pochi mesi nel 2013. Quindi c’è tempo per un accordo. Più importante, tuttavia, è il fatto che una situazione di stallo urterebbe i sostenitori repubblicani, in particolare le grandi compagnie, almeno tanto quanto creerebbe disagio al resto del paese. Dato il rischio di gravi danni economici, i repubblicani dopo tutto si troverebbero ad affrontare una forte pressione per raggiungere un accordo. Nel frattempo, il Presidente è in una posizione molto più forte che negli scontri precedenti. Obama ha vinto la rielezione con una campagna che ha vuto il sostegno popolare, e dunque può plausibilmente sostenere che i repubblicani stanno sfidando la volontà del popolo americano. Ha appena vinto le elezioni e, quindi, nell’eventualità di un contraccolpo politico derivante dai problemi economici, si troverebbe in una posizione di gran lunga migliore rispetto a prima – soprattutto perché sarebbe evidente che questi problemi sono stati deliberatamente inflitti dal GOP in un ultimo disperato tentativo di difendere i privilegi dell’1 percento. Soprattutto, la cosa giusta da fare per la salute del sistema politico americano è di farla finita con la presa di ostaggi. E allora resista, Mr President, e non ceda alle minacce. Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo.   Articolo originale: Let’s Not Make a Deal

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