Kim Jong-Un a un passo dalla storia, l’economia in Nord Corea richiede apertura

Storico ingresso domani di Kim Jong-Un in territorio sudcoreano. E a giugno il vertice con Donald Trump. Cosa nasconde la voglia improvvisa di pace del dittatore?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Storico ingresso domani di Kim Jong-Un in territorio sudcoreano. E a giugno il vertice con Donald Trump. Cosa nasconde la voglia improvvisa di pace del dittatore?

Domani sarà un giorno storico domani, quando  Kim Jong-Un attraverserà la frontiera per mettere piede al sud per la prima volta per un presidente nordcoreano dalla fine della guerra tra le due Coree del 1950-’53. Incontrerà il collega della Corea del Sud, Moon Jae-In, nel villaggio di Panmunjom. Il vertice bilaterale precede di poco più di un mese l’incontro ancor più clamoroso con il presidente americano Donald Trump, in programma per giugno in località e data ancora non rese note. Si ipotizza che il palcoscenico dell’evento mondiale possa essere la Svezia, ma si è vociferato anche della Svizzera. Poche settimane fa, l’incontro a sorpresa in Cina con il presidente Xi Jinping. Ad ogni modo, Pyongyang segnala di volersi un po’ normalizzare, quando ad oggi il regime stalinista è considerato uno stato eremita per la chiusura pressoché totale al resto del mondo.

Kim Jong-Un pronto al disarmo nucleare, cosa ha in mente?

L’intelligence americana sta disperatamente cercando di stilare un profilo psicologico su Kim Jong-Un, ma tra le poche immagini che lo ritraggono non sarebbe riuscita sinora a ricavare granché. I veri spunti potrebbero emergere dall’incontro di domani. Nel frattempo, la diplomazia a stelle e strisce valuta quali siano i reali obiettivi di un giovane dittatore, che fino a poche settimane fa minacciava l’America con lanci di missili e test nucleari, mentre ha già annunciato la sospensione dei test per venire incontro alle richieste della Casa Bianca prima del vertice con Trump.

Una delle principali preoccupazioni del leader nordcoreano riguarderebbe lo stato dell’economia. Dal padre, ha ereditato un sistema pianificato soffocante, che impone ai 25 milioni di abitanti un’austerità insopportabile in qualsiasi altro stato al mondo. I consumi sono bassissimi, la libertà è inesistente in ogni sfera privata e pubblica, il regime poliziesco non tollera nemmeno un cenno di dissenso verso la dittatura, avendo da quasi 70 anni instaurato un clima di terrore, e le sanzioni internazionali inizierebbero a mordere. Nonostante la miseria, pare che tra un quinto e un quarto del pil verrebbe destinato alle spese militari, la percentuale più alta al mondo.

Le reali condizioni dell’economia nordcoreana

L’attuale dittatore è il terzo della dinastia dei Kim che governa il paese con il pugno dalla guerra tra le due Coree. Egli ambisce a un’economia meno misera per la sua popolazione, non fosse altro perché lo stile di vita attuale viene considerato insostenibile. Ma in che condizioni versa effettivamente l’economia nordcoreana? Le informazioni sono scarne e provenienti perlopiù dalle analisi della banca centrale di Seul. Il pil viene stimato intorno ai 30 miliardi di dollari, qualcosa come appena 1.200 dollari pro-capite. Il problema è capire quale sarebbe il potere di acquisto di un reddito simile.

A tale proposito, si hanno come uniche informazioni i prezzi costantemente aggiornati e divulgati del riso e il tasso di cambio tra won e dollaro. Iniziamo dal 2009, anno in cui il padre dell’attuale leader, Kim Jong-Il, decise di colpire l’economia sommersa, eliminando dalla circolazione le vecchie banconote ed emettendone di nuove con un paio di zeri in meno, assegnando due settimane per scambiarle in banca e fissando un quantitativo massimo per famiglia. Chi aveva racimolato qualcosa in nero, dovette rassegnarsi a perdere tutto, perché se si fosse presentato in banca con liquidità giudicata eccessiva, sarebbe finito nei campi di concentramento. Il passo provocò uno shock nel paese e il tasso di cambio vigente sul mercato nero esplose dai 3.000 ai 9.000 won per dollaro in 3 anni, finendo per alimentare l’iperinflazione tra la fine del 2009 e i primi mesi del 2010.

Tuttavia, da 5 anni e mezzo a questa parte il cambio illegale si mostra piuttosto stabile e attorno a 8.000 contro un dollaro, segno che l’afflusso di valuta straniera non sarebbe venuto meno. Nel frattempo, il “peg” ufficiale è passato dai 108 in vigore da svariati anni ai 900 di fine 2017, quando probabilmente il regime ha così inteso allontanare il rischio di un prosciugamento delle riserve valutarie con la comminazione delle sanzioni internazionali per i test nucleari e i lanci di missili effettuati. Dai disertori intervistati negli anni, pare che sia emerso che lo yuan cinese venga utilizzato per gli scambi interni, quasi al posto della moneta nazionale. La percentuale di chi risponde che le cose stiano così è decuplicata dal 2013 rispetto a un decennio fa, altro segno che la fiducia nel won sarebbe crollata con le misure estreme adottate nel 2009. Ai prezzi attuali, il pil pro-capite di un abitante nordcoreano sarebbe in grado di acquistare appena un paio di chili di riso al giorno.

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Cosa vuole Kim Jong-Un da Trump?

Dunque, possiamo immaginare che le condizioni di vita dei nordcoreani, pur restando drammatiche, non siano peggiorate sotto Kim Jong-Un, grazie alla tolleranza per iniziative piccole imprenditoriale private, formalmente non riconosciute ancora dalle leggi marxiste. L’apertura alla Corea del Sud starebbe avvenendo in un contesto di possibili opportunità imperdibili per Pyongyang. Seul ha lasciato trapelare l’intenzione di far transitare il greggio in arrivo dalla Russia proprio dal territorio nordcoreano, mentre utilizzerebbe quest’ultimo per inviare i suoi carichi di merci verso l’Europa. Per rendere tutto ciò possibile, il governo sudcoreano costruirebbe infrastrutture nel nord, cosa che ne contribuirebbe al rilancio dell’economia.

E da Trump cosa si aspetta Kim Jong-Un? Null’altro che il riconoscimento di leader, assicurazione per la vita propria e per la sopravvivenza del suo regime. Difficile che la campagna nucleare venga del tutto smantellata, perché Pyongyang vorrà sempre dotarsi di un’arma di ricatto contro Washington e di dissuasione anche dell’alleato cinese, affinché non si faccia venire in mente di piazzare come dittatore una personalità più manovrabile. Nel breve termine, però, incasserebbe almeno l’allentamento delle sanzioni contro le sue esportazioni di carbone e le importazioni di petrolio, cosa che consentirebbe al paese di tornare a fiatare, magari stringendo relazioni commerciali ben oltre alla sola Cina. Si stima, ad esempio, che tra terre rare e minerali il sottosuolo nordcoreano possegga materie prime per 6.000 miliardi di dollari, 200 volte il pil attuale. Ad oggi, trattasi di un tesoro non sfruttato per ragioni ideologiche, mentre presto potrebbe diventare il baratto con cui Kim Jong-Un si assicurerebbe la tolleranza delle diplomazie internazionali, trattandosi di input importanti per il comparto tecnologico e ad oggi in mano preponderantemente alla Cina. L’unico grande dilemma per il dittatore? Aprire e assecondare lo sviluppo dell’economia finirebbe per emancipare la già nascente classe media locale, un pericolo per la sopravvivenza del regime.

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Argomenti: Crisi Corea del Nord, Economie Asia