Kim Jong-Un paragona la crisi attuale in Corea del Nord alla carestia degli anni Novanta

La chiusura delle frontiere contro il Covid ha fatto collassare i già pochi scambi commerciali tra il regno eremita e la Cina, unico partner di Pyongyang.

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Kim Jong-Un parla di rischio carestia

Incontrando i quadri inferiori del Partito dei Lavoratori, il leader nordcoreano Kim Jong-Un ha espresso preoccupazione per quella che definisce “la più grave crisi di sempre” del paese. Rivolgendosi ai presenti, cellule di basso livello del partito impiegate per lottare contro “gli stili anti-socialisti e non socialisti”, ha paragonato la situazione attuale alla carestia degli anni Novanta. Allora, i morti per fame furono calcolati dalle organizzazioni internazionali tra i 2 e i 3 milioni. Una enormità in un paese da 25 milioni di abitanti.

Kim Jong-Un ha usato l’espressione “Ardua Marcia” per segnalare le prospettive che attendono il popolo della Corea del Nord. L’espressione rimanda proprio al periodo che va dal 1994 al 1998, quello della carestia. Già al congresso del partito di inizio anno, il leader aveva chiesto scusa al popolo per non essere stato in grado di tenere fede alla promessa di migliorare sensibilmente la vita nel paese. In quell’occasione, aveva nominato un nuovo premier, licenziato un mese dopo per la frustrazione sul nuovo piano quinquennale, giudicato in continuità con i precedenti.

Kim Jong-Un teme per le campagne

La Corea del Nord chiuse le frontiere di circa 1.400 km con la Cina nel gennaio 2020, al fine di evitare i contagi da Covid. Gli scambi commerciali tra i due paesi sarebbero crollati tra l’80% e il 90%, decimando le importazioni e accentuando la carenza di beni nel cosiddetto “regno eremita”. Kim Jong-Un aveva tollerato sin dal suo insediamento alla guida del paese le attività private. Ma nell’ultimo anno, la repressione ai danni del mercato nero si è inasprita, specie alla frontiera con la Cina. Secondo organizzazioni umanitarie straniere, molti ragazzi e bambini si trovano costretti a mendicare in città per sopravvivere.

E per sopperire alla carenza di cibo, il regime sta facendo uccidere i cani per servirli nei ristoranti.

Che la situazione in Corea del Nord sia gravissima lo dimostrerebbe anche l’esplosione dei prezzi alimentari. Dalla farina allo zucchero, tutto è rincarato anche per 3-4 volte nell’ultimo semestre, segno che i viveri scarseggino. E da un monitoraggio condotto da Daily NK, quotidiano di opposizione al regime comunista con sede all’estero, sembra che i prezzi stiano divaricandosi da una regione all’altra. Negli ultimi anni, si era registrata la tendenza opposta, ossia alla convergenza dei prezzi, vuoi per il miglioramento dei trasporti delle merci, vuoi per la volontà di Kim Jong-Un di accettare una maggiore dose di libero mercato.

Il fatto che i prezzi stiano aumentando in maniera molto difforme tra regione e regione confermerebbe che il regime privilegerebbe alcune realtà a discapito di altre. In effetti, sembrerebbe che nei mercati di Pyongyang e Pyongsong i rincari siano stati molto, molto meno pronunciati che in altri come Hoeryong. In quest’ultimo, si può arrivare anche al +250% in più. Dunque, le merci vengono distribuite prioritariamente nelle grandi città, dove risiede la parte più benestante della popolazione. Le campagne sarebbero ancora una volta abbandonate a sé stesse, aggravando le già tremende condizioni di vita degli abitanti.

Rischio carestia reale?

Si arriverà a una carestia come negli anni Novanta? Probabile di no. Il presidente cinese Xi Jinping ha promesso di tutelare “il benessere dei due popoli”, facendo intendere che interverrebbe nel caso di collasso assoluto della Corea del Nord. E nei giorni scorsi si era diffusa voce che Kim Jong-Un stesse per ordinare la riapertura delle frontiere. Peraltro, una delle fonti crescenti e quasi unica di accesso ai dollari si è prosciugata del tutto nell’ultimo anno: il turismo. Si stima che nel 2019 siano arrivati nel paese 350.000 cinesi per un giro d’affari di 175 milioni di dollari. Possono sembrare pochissimi, ma inciderebbero per quasi lo 0,5% del PIL.

E si tratta praticamente dell’unico settore non colpito dalle sanzioni internazionali dell’ONU.

Sotto Kim Jong-Un, il turismo ha fatto passi in avanti, per quanto il settore rimanga notevolmente sottosviluppato. Anzitutto, gli ingressi di cinesi vengono contingentati a 1.000 al giorno. Inoltre, chi entra è “accompagnato” per tutto il tempo da due guide, che nei fatti sono controllori a tutti gli effetti del turista. E le limitazioni di movimento sono fortissime. Ma non sarà la riattivazione del turismo a offrire sollievo all’economia nordcoreana, quanto quella degli scambi commerciali. Il problema sarebbe evitare l’ingresso ufficiale della pandemia nel paese, date le strutture sanitarie arcaiche e del tutto inadeguate. Altro che carestia. Pyongyang rischierebbe lo sterminio di una popolazione malnutrita e debolissima.

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