Kim Jong-Un pronto al disarmo nucleare, la conferma con la visita in Cina: cosa ha in mente?

Visita di Kim Jong-Un in Cina, a poche settimane dal faccia a faccia storico atteso con Donald Trump. La Corea del Nord segnala un possibile disgelo nelle relazioni con il mondo. Ma cosa c'è dietro?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Visita di Kim Jong-Un in Cina, a poche settimane dal faccia a faccia storico atteso con Donald Trump. La Corea del Nord segnala un possibile disgelo nelle relazioni con il mondo. Ma cosa c'è dietro?

Kim Jong-Un è appena rientrato dalla sua prima visita all’estero, essendosi recato in Cina dalla domenica scorsa a poche ore fa. Ne ha dato conferma l’agenzia di stampa di Pechino, Xinhua, ma già da ieri si erano diffuse le voci di un incontro tra il dittatore della Corea del Nord e il presidente cinese Xi Jinping. Adesso, vi sono anche le immagini audio ad immortalare il faccia a faccia tra i due, che precede di poche settimane quello storico che avverrà tra il nordcoreano e il presidente americano Donald Trump. Non si conoscono ancora i dettagli, ma sembra possibile che la Casa Bianca scelga come luogo dell’incontro una qualche località in Svezia. Subito dopo l’annuncio si era parlato anche della Svizzera, a dire il vero.

Secondo le fonti cinesi, Kim Jong-Un avrebbe espresso a Xi l’intenzione di fermare i piani nucleari, a patto che “USA e Corea del Sud mostrino buona volontà”. Di certo, c’è che in poche settimane si sono registrati enormi e insperati progressi nel dialogo tra Pyongyang e la comunità internazionale, prima con la partecipazione ai Giochi Olimpici di Seul, successivamente con l’invito (accettato) rivolto a Trump per un incontro e, infine, con il primo viaggio da capo di stato oltre confine del giovane dittatore.

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Perché il cambio di passo di Kim Jong-Un?

Come mai un così repentino mutamento nei toni e negli atteggiamenti, se fino a qualche mese fa la Corea del Nord sparava razzi e minaccia di attaccare persino il territorio americano? La ragione ci spingerebbe a credere che il cambiamento stia avvenendo per pura necessità. L’economia nordcoreana è colpita da sanzioni sempre più dure. L’ONU già nel 2016 ha imposto limitazioni alle sue esportazioni di carbone e alle importazioni di petrolio, mentre nel dicembre scorso è stato deciso lo stop al rilascio dei visti per i lavoratori nordcoreani impiegati all’estero. Quest’ultima misura avrebbe preoccupato non poco lo stato eremita, dato che dalle entrate di lavoratori sostanzialmente ridotti in schiavitù e impiegati coercitivamente all’estero (Russia, Cina e Mongolia, anzitutto) deriva una quota non indifferente del già bassissimo pil.

Si stima che le esportazioni nel 2017 siano diminuite del 30% e verso la Cina potrebbero essersi ridotte del 35%. Si consideri che gli interscambi con l’estero ammontano a circa 5-6 miliardi di dollari all’anno, qualcosa come circa un sesto del pil. Le importazioni, per quanto infime, tendono a superare di poco le esportazioni, per cui la bilancia commerciale non sostiene l’economia, ma gli acquisti di una materia prima come il greggio, pur nell’ordine di appena 500.000 barili all’anno, si mostrano essenziali per la sopravvivenza del sistema economico nazionale. E, tuttavia, nei mesi scorsi i prezzi di diesel e carburante sarebbero crollati nel paese, segno che di greggio non ne sarebbe arrivato di meno. In effetti, i satelliti-spia offrirebbero le prove di traffici sospetti con la Russia, la quale starebbe rifornendo Pyongyang, in barba alle sanzioni internazionali, attraverso il mercato nero. E negli ultimi tempi, il paese attingerebbe alla valuta pesante con attacchi informatici e dandosi al “mining” di monete digitali come i Bitcoin.

Corea del Nord dribbla sanzioni con attacchi informatici e un po’ di capitalismo

Se Trump ha dichiarato qualche giorno fa che non vi sarebbero dubbio dell’efficacia delle sanzioni sull’economia nordcoreana, la realtà appare più complessa. Dopo il +3,9% messo a segno nel 2016, tasso di crescita del pil più alto di questo Millennio, non abbiamo ancora dati sull’anno passato, anche se ci si attende un andamento piatto. In ogni caso, le sanzioni starebbero facendo sì male a Pyongyang, ma non tale da rendere impellente per Kim Jong-Un una resa alla comunità internazionale. Si tenga conto che i 25 milioni di nordcoreani sono abituati a vivere nella miseria e persino a essere colpiti da carestie, l’ultima delle quali negli anni Novanta provocò 2 milioni di morti.

Cosa chiederà Kim Jong-Un a Trump?

E allora, che succede? Il dittatore punta sin dall’avvio della sua presidenza alla fine del 2011 a migliorare le condizioni dell’economia nordcoreana, assegnando alla crescita una maggiore importanza di quanta non gliene abbia dato il padre Kim Jong-Il, vedendo in ciò l’unica garanzia di sopravvivenza della dinastia politica dei Kim, che tiene in pugno il paese da quasi 70 anni. Sotto di lui, timide forme di libero mercato vengono tollerate, specie nella capitale, per quanto nessuna reale riforma sia stata ad oggi varata. E i propositi bellici? Continuerebbero ad assorbire intorno a un quinto della ricchezza annualmente prodotta, la percentuale più elevata al mondo, ma sarebbero anch’essi funzionali ad ottenere una sorta di polizza assicurativa contro il rischio di un attacco esterno, ordito dagli americani, dai sudcoreani o persino dagli “alleati” cinesi.

Il peggioramento dell’economia non è certo, mentre è probabile che la campagna nucleare dell’ultimo anno e mezzo sarebbe stata ingaggiata da Kim Jong-Un per arrivare esattamente al punto in cui siamo: costringere la superpotenza americana a trattare sotto i riflettori mondiali con il leader supremo di una dittatura in sé insignificante, ma che si è ritagliata un ruolo nello scacchiere internazionale creando scompiglio geo-politico. Non è detto che il dittatore chiederà a Trump (solo) cose ragionevoli, come la fine dell’embargo in cambio della denuclearizzazione della Corea del Nord. Egli potrebbe mettere sul piatto anche la fine della presenza militare USA nella Corea del Sud, cosa che Washington quasi certamente respingerebbe all’istante. Né le sanzioni verrebbero allentate sin da subito da Trump, il quale pretenderebbe di avere prima le prove di un reale disarmo nucleare della controparte.

Tutto questo, mentre la Cina dovrebbe fungere da mediatore tra i due. Peccato che i rapporti con gli USA si siano fatti un po’ più tesi ultimamente con l’imposizione dei dazi di Trump su migliaia di prodotti cinesi. Ma niente paura: dietro le quinte, Pechino e Washington stanno già trattando per spingere su relazioni commerciali più accettabili per Trump e che non finiscano per penalizzare troppo la seconda economia mondiale. E la buona riuscita dell’accordo dipenderebbe, almeno in parte, anche dal successo che l’America otterrà sul dossier nordcoreano.

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Argomenti: Crisi Corea del Nord, Economie Asia, economie emergenti

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