Juventus-Napoli e l’Italia che si avvia in silenzio verso il secondo lockdown

Il campionato di Serie A è da poco iniziato e già inciampa sull'emergenza Covid. La seconda ondata dei contagi arriva da sud e allontana il ritorno alla normalità e la ripresa economica.

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Il campionato di Serie A è da poco iniziato e già inciampa sull'emergenza Covid. La seconda ondata dei contagi arriva da sud e allontana il ritorno alla normalità e la ripresa economica.

La Serie A ha avuto il suo incidente. Ieri, l’incontro Juventus-Napoli non c’è stato, vinto a tavolino dai bianconeri per 3-0. La squadra allenata da Rino Gattuso non è volata a Torino, a causa di un divieto imposto dall’Asl 2 del capoluogo campano dopo che era risultato positivo al Covid il centrocampista Piotr Zielinski. Ai partenopei è stato imposto l’isolamento domiciliare, ma pare che la società non abbia seguito il protocollo della Lega per questi casi, che prevede che i giocatori vengano messi “in bolla”. Al contrario, dopo il tampone sono andati a casa ciascuno per conto proprio.

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La Juventus aveva annunciato già sabato che sarebbe scesa in campo, dato che per la Lega la partita era da giocare. Il suo regolamento sul Covid stabilisce, infatti, che un match viene sospeso quando una squadra abbia

“almeno tredici calciatori disponibili (di cui almeno un portiere), e alla condizione che i suddetti siano, in ogni caso risultati negativi ai test …”.

Una postilla aggiunge, però,

“fatti salvi eventuali provvedimenti delle Autorità statali o locali nonché della Federazione Italiana Giuoco Calcio”.

Aurelio De Laurentiis farà ricorso per vedersi annullata la sconfitta a tavolino e poter rigiocare la partita contro la Juventus alla prima occasione utile. Fatto sta che la Lega ieri ha voluto inviare un segnale a tutte le società di Serie A: si gioca anche con uno o più positivi e le partite si sospendono solo in casi estremi. Il campionato di calcio italiano è iniziato da poche settimane e già rischia la sospensione, perché viene difficile credere che si potrà andare avanti di gara in gara con una o più partite sospese o perse a tavolino.

Al di là di ogni considerazione, i tifosi perderebbero di interesse nel seguire un campionato dai risultati falsati e con “big match” che saltano.

Il lockdown che verrà

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha difeso la decisione dell’Asl di napoli, chiarendo che l’obiettivo per lui e il governo resta tenere aperte le scuole e non il calcio. Affermazione demagogica, perché di questo passo potremmo decidere di chiudere tutte le attività economiche, sostenendo che siano secondarie rispetto a quelle presunte essenziali. Sta di fatto che l’Italia è ben lontana dal tornare alla normalità, anzi sta avviandosi senza neppure ammetterlo a sé stessa verso un secondo “lockdown”.

Da mercoledì, stando al nuovo Dpcm redatto dal premier Giuseppe Conte e di cui si aspetta l’ufficializzazione, in tutto il territorio nazionale scatterà un primo assaggio di coprifuoco serale. I bar resteranno aperti fino alle ore 18, i ristoranti fino alle 22-23, mentre centri estetici, palestre, cinema e teatri subirebbero la chiusura. Sul punto, però, non esistono certezze. Infine, tetto al numero dei partecipanti per feste e matrimoni. Al sud, il giro di vite stavolta sarebbe più stringente. La Campania ha già imposto l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto e lo stesso ha fatto la Sicilia. Entrambe le regioni, insieme al Lazio, risultano da giorni tra le prime per numero di contagi in valore assoluto e/o in rapporto alla popolazione residente.

Torneremo al lockdown di marzo? Non esattamente. Il governo punta a restrizioni di natura locale e ad altre nazionali meno gravose per le singole attività e il cittadino, ma sinora si esclude lo stop generale della primavera scorsa. Comunque sia, nessuna ripresa in vista con questi chiari di luna. Il pil, che dovrebbe quest’anno crollare dell’8-10%, rischia di collassare ulteriormente e di tornare ai livelli pre-Covid ancora qualche anno più in là. La crisi diverrebbe strutturale, molte attività chiuderebbero definitivamente e molti dei posti di lavoro perduti non verrebbero ricreati a distanza di mesi e neppure di qualche anno.

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