Juncker imita Trump e avverte la Cina: non siamo ingenui sul libero commercio

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, mostra toni simili a quelli di Donald Trump sulla Cina, ma guai a chiamarlo protezionista. Ecco l'ipocrisia di Germania e Francia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, mostra toni simili a quelli di Donald Trump sulla Cina, ma guai a chiamarlo protezionista. Ecco l'ipocrisia di Germania e Francia.

Italia, Germania e Francia sono state accontentate. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha annunciato stamane, come da attese, che nella UE sarà introdotto un sistema di monitoraggio per i casi di investimenti stranieri su assets strategici. Nel corso de suo discorso sullo Stato dell’Unione, ha avvertito la Cina senza riferimenti espliciti, ma piuttosto chiari, che gli stati europei sono “favorevoli al libero commercio, ma non ingenui”. Se una società statale straniera volesse acquistare un porto, un pezzo delle infrastrutture energetiche, ha spiegato, “dovrà farlo in piena trasparenza, dopo attento esame e dibattito”.

Da Bruxelles è stato precisato, tuttavia, che la proposta di Juncker non sarebbe vincolante per i singoli stati. In altre parole, i governi nazionali avrebbero il diritto di intervenire per bloccare un’eventuale scalata portata avanti da una società extra-UE su un asset strategico, ma non vi sarebbe l’obbligo di farlo. La misura sarebbe frutto di mediazione tra opposte esigenze, dato che sono diversi i piccoli stati UE a temere di perdere gli investimenti cinesi. Juncker ha voluto ribadire l’impegno sul libero commercio, ambendo a chiudere accordi con Australi e Nuova Zelanda entro la fine del mandato, che gli scade tra due anni. (Leggi anche: Piano Juncker sul futuro UE: niente super-stato, competenze tornino agli stati)

Il protezionismo mascherato di Germania e Francia

Le tre principali economie della UE-27 avevano fatto appello alla Commissione europea, affinché si dessero agli stati maggiori poteri per contrastare scalate cinesi sempre più frequenti in settori sensibili. La Germania è stata la prima ad avere varato un decreto in tal senso nei mesi scorsi, assegnando al governo federale poteri per bloccare eventuali acquisizioni da parte di soggetti stranieri e relative a società strategiche o in possesso direttamente o indirettamente di dati sensibili.

Proprio la Germania è stata scossa un anno fa dall’acquisizione della società di robotica Kuka da parte della cinese Midea. I tedeschi temono che cedere pezzi della propria industria più avanzata comporti un indebolimento di tutta la manifattura nazionale, ossatura della loro economia. Per di più, lamentano insieme ai partner europei principali l’assenza di condizioni di reciprocità in economie come la Cina, dove a tutt’oggi esistono severe limitazioni per gli investimenti stranieri.

Ad oggi, la Commissione può esprimere parere non vincolante su operazioni transnazionali intra-UE, qualora percepisca possibili danni alla UE o a singoli stati di essa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha invocato sin dall’avvio del suo mandato regole anti-cinesi, accusando Bruxelles di avere alimentato il populismo, ignorando i timori dei cittadini europei sull’assalto di Pechino a intere fette di industrie nazionali. L’Eliseo nota come negli USA esista già un meccanismo simile a quello individuato da Bruxelles e che prende il nome di sistema CFIUS (Committee on Foreign Investments in the United States), in grado di monitorare le transazioni ad opera di stranieri sul territorio americano, valutando se queste possano rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. (Leggi anche: Un politico protezionista? Ma Monsieur Macron!)

L’incoerenza UE sul libero commercio

Lo stesso Macron si è fatto interprete in campagna elettorale di una proposta di legge per escludere dalla partecipazione alle gare di appalto le aziende con un fatturato maturato perlopiù al di fuori della UE. Nelle intenzioni di Parigi, questa misura servirebbe per fare fuori le aziende cinesi dal ricco mercato degli appalti per l’erogazioni di beni e servizi ai 27 stati UE (Regno Unito, escluso), di modo che non possano sfruttare più i loro vantaggi competitivi sui prezzi, legati spesso al mancato rispetto delle norme ambientali e sulla sicurezza vigenti in Europa, ma quasi sconosciute in patria.

L’attacco alla Cina di Bruxelles appare evidente, ma non chiamatelo protezionismo. Il termine è strumentalmente utilizzato dalla UE per bollare come ostile al libero commercio mondiale il presidente USA, Donald Trump, che nella sostanza reclama esattamente le stesse cose contro Pechino e gli altri attori globali principali, ossia l’osservanza di medesime regole per rendere equa la competizione mondiale. Trump attacca le altre economie su uno spettro più ampio, criticando anche l’uso del cambio per potenziare le esportazioni, facendo esplicito riferimento alla Germania dei surplus commerciali immensi.

Non dimentichiamo come sia stata l’Europa ad affossare il TTIP, l’accordo di libero scambio con gli USA, quando alla presidenza americana vi era ancora Barack Obama. E proprio Francia e Germania pretesero lo stop al negoziato, temendo una reazione negativa dei rispettivi elettori. Tira una forte aria di ipocrisia nella capitale belga, dove si attacca a testa bassa la dottrina trumpiana del “America First”, ma in cui allo stesso tempo le sue più grandi economie perseguono programmi del tutto simili. (Leggi anche: Accordo TTIP, Trump a sorpresa riapre alla UE e crea pressioni su Merkel e Macron)

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Argomenti: Crisi Eurozona, Economia Europa

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